Gioco
La mia vita da film e adesso porto il set nella mia città
M. Antonietta Schiavina
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SUL SET. Amasi Damiani (a sinistra) con Sergio Cioni della Net Group Communication 5 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Livornese da più generazioni, 73 anni, di cui 50 trascorsi a Roma, aiuto regista di Totò e Rossellini, autore di molte pellicole, alcune delle quali ingiustamente criticate, mentre altre, a tema sociale, pluripremiate, Amasi Damiani l'anno scorso è tornato a vivere nella nostra città con la moglie, i due figli e i tre nipoti. E come omaggio alle radici, mai dimenticate, ha voluto girarvi il film "L'ultima scena", un thriller oggi in dirittura d'arrivo, che ha coinvolto Livorno per più due mesi, completamente auto-prodotto, con protagonisti noti come Sandra Milo, Gianni Dei, Elsa Martinelli e attori labronici come Giorgio Algranti, Alessandro Aimondi e Roberta Perrone. Ma ha deciso altresì di aprire una scuola di cinema, rivolta soprattutto ai giovani. Per non annoiarsi in un'età in cui molti scelgono la pensione, ma anche per ricongiungersi ancora di più a un territorio, da cui è partito giovanissimo per inseguire un sogno, e dove oggi ha riunito tutta la famiglia. Damiani, quando sarà pronto il suo film livornese? «Ci vorrà almeno un mese. Tutto dipenderà dal montaggio che inizierò al mio ritorno a Roma, dove girerò le ultime scene il 7 e l'8 ottobre: ho girato il film in "presa diretta" e probabilmente dovrò intervenire su molte cose». Lo presenterà in anteprima a Livorno? «Naturalmente!». Lei da un anno vive a Livorno con tutta la famiglia, figli e nipoti compresi. Il suo è stato un vero e proprio ritorno alle origini. «Un ritorno felice perché la mia città non l'ho mai dimenticata. Sono nato in via Goldoni, dove i miei avevano una famosa gelateria». Da una famiglia piuttosto numerosa. «E io ero l'ultimo di quattro fratelli: mia sorella, la prima figlia, maggiore di me di dodici anni, mi ha fatto da mamma, poi è arrivato Alfredo, a Livorno chiamato "pillola", perché faceva il farmacista: ora ha 91 anni, ha giocato a pallacanestro in serie A, è stato presidente di tutte le società di pallacanestro livornesi e lo fa ancora per una squadra di ragazzi». E dopo è nato Alberto. «Sceneggiatore e giornalista, che mi ha affiancato nel lavoro per tanto tempo: è morto nel 2003 e mi manca molto». A proposito di giornalismo, anche lei per un periodo tentò quella strada. «Sì. Scrissi per il Tirreno di cronaca rosa e sport e smisi quando fuggii a Roma, a diciotto anni, per tentare la strada del cinema». I suoi come presero la fuga? «Male. E probabilmente avevano ragione loro. Ma io capivo che se fossi rimasto a Livorno sarei diventato un medico o un ingegnere o qualcos'altro e decisi così di scappare, nonostante mamma e babbo mi avessero detto la classica frase: "Se te ne vai non vedrai una lira!"». Come fece a sopravvivere senza soldi? «Mangiavo pochissimo e dormivo in una pensione di una signora a cui, quale siccome ero carino e raffinato, facevo tenerezza: avevo ottenuto un posto in cucina, tanto che la mattina dovevo svegliarmi alle sei per permettere ai camerieri di preparare la colazione per i clienti. Ero dimagrito moltissimo: il critico livornese Luciano Bonetti, dopo avermi incontrato alla stazione Termini andò dai miei genitori per avvisarli che ero diventato uno scheletro». Una vita dura la sua, che forse avrebbe fatto desistere tanti ragazzi. «Ma non me, anche se all'inizio pensavo che tutti stessero aspettandomi e poi invece mi sono accorto che non era affatto così. Fortunatamente un bel giorno mi chiamò un truccatore livornese, Pandino Mecacci, dicendomi che proprio a Livorno si stava girando un film americano. Andai dal produttore, mi diedero un posto da aiuto regista e il produttore, un libanese, che mi prese in simpatia, mi aiutò, permettendomi di fare un'altra aiuto regia e di guadagnare un po' di soldi. Era solo l'inizio ma mi servì per non arrendermi». Suo fratello Alberto ha partecipato come sceneggiatore a molti suoi film. «E purtroppo non abbiamo potuto realizzare le cose più belle, perché costavano troppo, come il film sulla vita di Albert Schweitzer o di Sant'Agostino: molte sceneggiature sono purtroppo rimaste nel cassetto». Era molto legato ad Alberto al di là del rapporto professionale? «Moltissimo. Non ne posso neppure parlare» (ha gli occhi lucidi). Parliamo allora di sua moglie, un'affascinante signora veneziana che ha incontrato giovanissima, dalla quale ha avuto due figli, Giuseppe e Monica, che vi hanno regalato tre nipotini. «Adriana è eccezionalmente necessaria, mi accompagna in tutto, mi tiene a freno e riesce a ottenere per i miei film cose che io non otterrò mai, come è accaduto per quello girato a Livorno. E' molto brava nella scenografia e capisce sempre cosa voglio, anche quando non parlo. Si rende conto se sto per arrabbiarmi e cerca sempre di mediare in tempo». Da quanto siete sposati? «Quarantasei anni: Sandra Milo in un'intervista ha detto che guardandoci si crede ancora nell'amore». E' la verità? «Credo proprio di sì. Quando l'ho conosciuta Adriana aveva diciassette anni: suo padre era l'avvocato di uno studio di doppiaggio e lei era stata invitata dal proprietario come aspirante doppiatrice. Ricordo che vedendola commentai: "Ci hanno mandato il giardino d'infanzia?". Non me lo ha mai perdonato». Veniamo a Livorno, dove è tornato ad abitare dopo cinquant'anni. Come ha trovato la sua città? «Ho sempre amato Livorno e parlato bene dei livornesi, che sono estremamente generosi, anche se un po' sbadati e poco rispettosi dell'etichetta. Negli anni sono cambiate molte cose come era logico, ma ciò che mi ha dato più noia è stato il vedere che nel mio ambiente - in città ci sono parecchi registi e non parlo di Virzì, ma di quelli che operano nel territorio - si odiano tutti. E' un peccato perché si vive in un bozzo e se non si cerca di andare d'accordo fra di noi che senso ha?». Il tipo di gelosie che intende lei è di genere lavorativo? «Sì, anche se non lo capisco perché c'è spazio per tutti. Adesso che si è sparsa la notizia che sto per aprire una scuola, per esempio, ci sarà qualcuno che odierà anche me, ma io volevo fare qualcosa per continuare a essere operativo e volevo farlo nella mia città, così ho deciso, in collaborazione con Arci Formazione, di mettere in pratica un progetto che desse delle possibilità a chi volesse acquisire gli elementi indispensabili per avvicinarsi al cinema. Con l'aiuto di Film Commission del Comune di Livorno e di Video System, lo studio di registrazione e produzione televisiva di Michele Desideri, sono riuscito ad avere le basi per partire anche verso questa avventura, in cui spero di coinvolgere molti giovani, occupando il loro tempo libero dietro la macchina da presa e magari scoprendo qualche talento».
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