Gioco
Stringi, la faccia nascosta del rione-ciminiera
Mauro Zucchelli
Com'è cambiata la periferia nord. A Stringi niente sogno high-tech ma fra il Testaio e l'Enel spuntano pub e club
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LIVORNO. Il primo sbaglio è pensare che Torretta sia un pugno di case attorno alla chiesa di Santa Maria Assunta: un angolino di città fatto di niente. Al contrario: è uno spicchio della periferia che si sdraia su 50 ettari di territorio fra la trattoria La Lupa e il West. Anzi, il nord: cioè Stringi, la centrale Enel e l’ex Motofides. L’errore numero due è credere che questo sia un posto solo per camion e macchinari industriali. Al contrario: alla fin fine magari si conteranno più “srl” che teste eppure in via del Testaio risultano avere radici 313 residenti (con gli ultrasessantenni che sorpassano, magari di poco, gli under 18): più che in piazza Venti Settembre. Idem in via delle Cateratte, dove l’anagrafe municipale ne fotografa 302 (sempre con una leggera supremazia dei “nonni” sui nipoti).
Ne troviamo ben 166 - ben più del doppio che in piazza Cavallotti - anche in via del Marzocco, la strada che dal passaggio a livello di via delle Cateratte arriva in porto, destinazione Alto Fondale. In mezzo è stato ritagliato però l’isolato di Stringi Stringi, assediato da una babele quotidiana di Tir. A Palazzo Civico devono essersi dimenticati d’aver detto più di dieci anni fa che bisognava trasformarlo in uffici portuali perché, parole pressoché testuali, è impossibile garantire un adeguato standard di qualità della vita a un isolato di abitazioni messo come una cisti dentro le ciminiere di una zona industriale. Con tanto di cerimonia ufficiale per la consegna delle chiavi in Comune il 16 ottobre 1998 per liberare dall’incubo 57 famiglie abbandonate a se stesse: un progetto così vispo che, si disse, mezza Italia ha puntato gli occhi qui per copiarcelo.
Fortuna che devono averli girati presto altrove: solo l’ottimismo della volontà aveva potuto immaginare che qui prendesse corpo il polo high-tech, la sede universitaria o l’artigianato chic. Con un curioso effetto di spaesamento: da un lato il Palazzo che annuncia le mirabilie che verranno, dall’altro gli abitanti di Torretta che tempestano il 113 perché, in successione, «aiuto, sono arrivati i black bloc!». No, è una tribù di punkabbestia. Macché, «è diventata la centrale dello spaccio»... Il terzo fraintendimento riguarda l’idea che quest’area, nata negli anni venti come quartiere operaio a ridosso della vetreria, abbia ormai un identikit definito, semmai vecchiotto. Quasi un non-luogo da attraversare: o per tagliare da via della Cinta Esterna verso il Calambrone o per fare l’andirivieni con le banchine del porto. Al contrario: sarà anche vero che l’ultimo intervento municipale è servito solo per riscrivere daccapo la mappa dello svincolo ai piedi di ponte Genova, ma nella prima metà degli anni novanta sulle aree dell’ex vetreria Borma è stata fatta un’operazione di reindustrializzazione “a cuore aperto” mai tentata fino a allora nella nostra città (se non in vitro con gli artigiani in un capannone alla Fiat di viale Petrarca).
Si è buttata giù una grande fabbrica chiusa per farne la “serra” dove potessero germogliare i cento fiori di tante piccole aziende. Stazione Leopolda sprint granducale Sì, e poi? Il cuore di Torretta fa un gomito fra via del Testaio e via del Lavoro perché lo esige il perimetro dell’ex stazione di San Marco, una delle prime stazioni delle ferrovie toscane a metà Ottocento. La chiamavano Stazione Leopolda perché, in tandem con l’altro capolinea fiorentino, era lo sbocco del commercio granducale. Ora non è nient’altro che un monumento al nulla: anzi, al Mattone Che Verrà. E’ una proprietà di 68mila metri quadri e le Ferrovie dello Stato l’hanno messa all’asta (per adesso senza esito) per un prezzo base di 14,6 milioni di euro. L’equivalente di un paese intero: come Guasticce, ad esempio, ma dentro una città. Non c’è solo quello: fra via delle Cateratte e il fosso di via de’ Pazzi un’altra area ragguardevole è il piazzale ex Feltrinelli. C’è anche una quarta incomprensione: l’idea che questa sia una periferia di fabbriche, tutt’al più con una spruzzata di case. Perfetto identikit della periferia-dormitorio: mangiare, lavorare, dormire e stop.
Come se, rispetto agli anni ’20 in cui misero a Torretta i primi casermoni per dare un tetto alle famiglie operaie che faticavano nelle fabbriche qui vicino, ora ci fosse in più solo qualche parabola satellitare. Al contrario: siccome altrove pub e locali devono vedersela con l’alluvione di proteste del palazzo accanto, ecco che qualcuno se l’è filata in mezzo alle zone industriali. E se al Picchianti c’è un maxi-tendone dove si balla fra liscio e dintorni, di fronte alla centrale Enel c’è il circolo Appendaun che promette «salsa cubana, merengue, bachata e reggaeton» mentre sull’angolo, insieme agli sfilatini della “Banda del Panino” ci sono le pizze del Mixer. E, un po’ più dentro l’abitato, in un fazzoletto di strada com’è via del Testaio c’è il pub enoteca ristorante L’Antico Testaio, c’è il Voda (da giovedì a domenica di scena ora la Polonia e la settimana prossima la Germania) e c’è un nome doc fra le vecchie trattorie (la Lupa).
Ne troviamo ben 166 - ben più del doppio che in piazza Cavallotti - anche in via del Marzocco, la strada che dal passaggio a livello di via delle Cateratte arriva in porto, destinazione Alto Fondale. In mezzo è stato ritagliato però l’isolato di Stringi Stringi, assediato da una babele quotidiana di Tir. A Palazzo Civico devono essersi dimenticati d’aver detto più di dieci anni fa che bisognava trasformarlo in uffici portuali perché, parole pressoché testuali, è impossibile garantire un adeguato standard di qualità della vita a un isolato di abitazioni messo come una cisti dentro le ciminiere di una zona industriale. Con tanto di cerimonia ufficiale per la consegna delle chiavi in Comune il 16 ottobre 1998 per liberare dall’incubo 57 famiglie abbandonate a se stesse: un progetto così vispo che, si disse, mezza Italia ha puntato gli occhi qui per copiarcelo.
Fortuna che devono averli girati presto altrove: solo l’ottimismo della volontà aveva potuto immaginare che qui prendesse corpo il polo high-tech, la sede universitaria o l’artigianato chic. Con un curioso effetto di spaesamento: da un lato il Palazzo che annuncia le mirabilie che verranno, dall’altro gli abitanti di Torretta che tempestano il 113 perché, in successione, «aiuto, sono arrivati i black bloc!». No, è una tribù di punkabbestia. Macché, «è diventata la centrale dello spaccio»... Il terzo fraintendimento riguarda l’idea che quest’area, nata negli anni venti come quartiere operaio a ridosso della vetreria, abbia ormai un identikit definito, semmai vecchiotto. Quasi un non-luogo da attraversare: o per tagliare da via della Cinta Esterna verso il Calambrone o per fare l’andirivieni con le banchine del porto. Al contrario: sarà anche vero che l’ultimo intervento municipale è servito solo per riscrivere daccapo la mappa dello svincolo ai piedi di ponte Genova, ma nella prima metà degli anni novanta sulle aree dell’ex vetreria Borma è stata fatta un’operazione di reindustrializzazione “a cuore aperto” mai tentata fino a allora nella nostra città (se non in vitro con gli artigiani in un capannone alla Fiat di viale Petrarca).
Si è buttata giù una grande fabbrica chiusa per farne la “serra” dove potessero germogliare i cento fiori di tante piccole aziende. Stazione Leopolda sprint granducale Sì, e poi? Il cuore di Torretta fa un gomito fra via del Testaio e via del Lavoro perché lo esige il perimetro dell’ex stazione di San Marco, una delle prime stazioni delle ferrovie toscane a metà Ottocento. La chiamavano Stazione Leopolda perché, in tandem con l’altro capolinea fiorentino, era lo sbocco del commercio granducale. Ora non è nient’altro che un monumento al nulla: anzi, al Mattone Che Verrà. E’ una proprietà di 68mila metri quadri e le Ferrovie dello Stato l’hanno messa all’asta (per adesso senza esito) per un prezzo base di 14,6 milioni di euro. L’equivalente di un paese intero: come Guasticce, ad esempio, ma dentro una città. Non c’è solo quello: fra via delle Cateratte e il fosso di via de’ Pazzi un’altra area ragguardevole è il piazzale ex Feltrinelli. C’è anche una quarta incomprensione: l’idea che questa sia una periferia di fabbriche, tutt’al più con una spruzzata di case. Perfetto identikit della periferia-dormitorio: mangiare, lavorare, dormire e stop.
Come se, rispetto agli anni ’20 in cui misero a Torretta i primi casermoni per dare un tetto alle famiglie operaie che faticavano nelle fabbriche qui vicino, ora ci fosse in più solo qualche parabola satellitare. Al contrario: siccome altrove pub e locali devono vedersela con l’alluvione di proteste del palazzo accanto, ecco che qualcuno se l’è filata in mezzo alle zone industriali. E se al Picchianti c’è un maxi-tendone dove si balla fra liscio e dintorni, di fronte alla centrale Enel c’è il circolo Appendaun che promette «salsa cubana, merengue, bachata e reggaeton» mentre sull’angolo, insieme agli sfilatini della “Banda del Panino” ci sono le pizze del Mixer. E, un po’ più dentro l’abitato, in un fazzoletto di strada com’è via del Testaio c’è il pub enoteca ristorante L’Antico Testaio, c’è il Voda (da giovedì a domenica di scena ora la Polonia e la settimana prossima la Germania) e c’è un nome doc fra le vecchie trattorie (la Lupa).
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