Gioco
Quel giorno sulla scogliera
Goffredo Gori
2 MINUTI DI LETTURA
La brezza di mare rende piacevole anche la mia posizione dietro la friggitrice. Quasi nessuno dei rari bagnanti che intravedo in fondo allo strapiombo s’è fermato al mio baracchino ed io tiro avanti grazie al grassone e, naturalmente, ad Agata. Il grassone viene almeno quattro volte al giorno, mangia come uno sfondato, però lentamente, lancia strane occhiate e lascia buone mance. Le mie magre entrate vengono in gran parte dai pasti del grassone. Agata invece si ferma una volta e, gentile e riservata, compra una bottiglietta d’acqua. Vorrei che fosse la donna della mia vita, però in sua presenza non trovo il coraggio di dire niente. Sono stanca di stenti e Raimondo non si fa avanti. Non è un gran che: sovrappeso, vecchio, nervoso e taciturno. Però deve avere un sacco di quattrini, col macchinone che si ritrova. L’altro giorno, al banco del casotto, ha bisbigliato “Mi chiamo Raimondo” ed io mi sono presentata “Agata, piacere”, ma lui, timido, è scappato con il suo vassoio di schifezze. Devo trovare il modo di attaccare discorso, ma proprio non trovo le parole per cominciare. Mangio quantità enormi di robaccia, mi duole il fegato e vorrei sprofondare sottoterra. Non ho mai avuto tendenze omosessuali, ma, quando ho avuto l’idea di fare il bagno in questo posto sperduto, non ho nemmeno raggiunto la spiaggia: sono rimasto folgorato dal giovane del chiosco. Da allora sto sempre ad ingozzarmi con il suo cibo, gli lancio occhiate di fuoco sperando che si accorga di me e mi vergogno come un ladro. Una ragazza che frequenta la spiaggia, Agata mi pare, deve essersi accorta dei miei sentimenti e mi guarda con insistenza. A volte la felicità sembra a portata di mano come quando mi sono presentato e lui, turbato, ha fatto finta di niente. Non riuscirò mai a parlargli.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
