Attenzione
La variante e Francesco
Gigi Ballardo
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Ho perso Francesco. Un incidente. È successo prima di te, le direi, e in un certo senso anche prima di me. La sua bellezza è il nome di Dio, impronunciabile e indecente. Abbiamo passato molte ore su e giù per la costa, fermandoci a bere con amici e ragazze. Per ripartire e fermarci ancora e bere ancora. Francesco non si ferma e io con lui. Questa città, dice, questa città non è abbastanza grande per tutti e due: dopo il diploma mi trasferisco a Milano. L’alcol mi intasa le orecchie. Voglio vomitare. Ho la testa come un lavandino otturato: i suoni che entrano galleggiano nella poltiglia grigia come una stracciatella di schiuma e peli. Ancora uno, solo uno, dice, solo uno e ti accompagno. Mi accompagna. Mi lascia nel giardino. Voglio dormire ma le luci non si spengono neanche quando chiudo gli occhi e sprofondo in un coma solido nell’aiuola di gerani. Mi chiama. Il telefono squilla. Non lo sento. Dopo, solo dopo, tardi. “Gigi, aiuto.” “Cecco, Cecco, dove sei?” L’ho trovato. Il faro della Kawasaki lo acceca, sembra sant’Alessio in estasi. La postura scomposta come a formare una erotica parodia di Trintignant. Sul volto un labirinto di sangue dove le mosche recitano la parte del minotauro. Ho vegliato, forse dormito. L’alba si presenta come una falciatrice che frantuma il parabrezza scagliando schegge di cristallo. Ho vomitato. Il mare è oltre le fronde: non lo vedo ma lo sento quando con gratitudine incontra gli scogli. Ho fatto un bagno e sono tornato a casa. Ho chiamato il padre, ha risposto la madre. “Mio marito è furioso, Francesco è sparito con la Kawasaki. Sai dov’è?”. “Cecco è morto, sotto l’Aurelia”, e ho riattaccato. È successo prima di te, le direi diventando assente. I suoi occhi sarebbero come lune che si eclissano.
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