Il Tirreno

Livorno

«Era orgoglioso di questa divisa»

Il tenente Alessandro Romani del “Col Moschin” ucciso in Afghanistan
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Il tenente Alessandro Romani del “Col Moschin” ucciso in Afghanistan

Dolore alla Vannucci e tra i vicini di via Palestro. Il cordoglio di Cosimi e Kutufà

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LIVORNO. «La città è a disposizione della famiglia del tenente Romani, come lo è del reggimento». Il sindaco Alessandro Cosimi ha telefonato al colonnello Giuseppe Faraglia, comandante del 9º Reggimento Col Moschin per esprimergli il suo cordoglio per la morte del parà della Folgore in Afghanistan. Una morte, va ricordato, ad un anno esatto dalla strage di parà del 2009 all'aeroporto di Kabul. La morte del tenente Romani nell'agguato in Afghanistan è stata al centro del colloquio tra il sindaco e il comandante degli incursori di stanza alla caserma Vannucci. Il colonnello Faraglia ha spiegato a Cosimi che l'ufficiale caduto era sicuramente uno specialista di grandissime capacità operatuive e professionali, come del resto avviene per tutti gli incursori del Col Moschin, cosa che testimonia l'asprezza della situazione in atto sul teatro afgano.  Sulla morte dell'ufficiale paracadutista si registra anche l'immediata presa di posizione del presidente della Provincia, Giorgio Kutufà: «Aumenta il tributo di sangue della nostra Brigata Folgore impegnata in Afghanistan». Kutufà, si è detto «vicino alla famiglia e ai commilitoni». Nel messaggio da Palazzo Granducale ci si augura che «questo ulteriore sacrificio possa portare a raggiungere, prima possibile, la pace in quella tormentata terra».  E la morte del tenente Romani è avvenuta, come in un tragico segno del destino, nell'anniversario della strage di Kabul dove perirono 6 parà, e il giorso successivo all'inaugurazione del "Soldato di Pace", l'opera dello scultore Cirò che è stata posta sul piazzale della caserma "Lustrissimi" proprio per ricordare i caduti della Folgore in Afghanistan.  E in quell'occasione sia il comandante della Brigata, generale Federico D'Apuzzo, che padre Vincenzo, cappellano dell'unità militare, avevano parlato dei caduti italiani nella missione Isaf come un esempio per tutti, ricordando le difficoltà e i pericoli che i nostri militari incontrano giornalmente operando in Afghanistan, «lontano da telecamere e mass media ma cercando di fare sempre e comunque il proprio dovere».  Una consapevolezza che comunque non mitiga il dolore dei commilitoni: «Il tenente Alessandro Romani era orgoglioso di portare la divisa - hanno detto fuori della caserma Vannucci - e lo era anche del suo Paese». E infatti in questo si inquadra la sua scelta di indossare questa divisa. Nato e vissuto nel quartiere della Nomentana a Roma, dopo essersi distinto anche come giocatore di tennis, Alessandro Romani è entrato nell'esercito, prima come sottufficiale, per poi diventare ufficiale, sottotenente prima, e tenente nel 2006.  «Una persona riservata ma tanto gentile - hanno detto i vicini dell'appartamento al numero 34 di via Palestro dove abitava - ma c'era di rado: era quasi sempre in missione. Che disgrazia morire così». ALTRO SERVIZIO A PAGINA 3

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