Il Tirreno

Livorno

Sì alla moschea come segno di nuove regole

Alessandro Cosimi*
Sì alla moschea come segno di nuove regole

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Il problema di attribuire giudizi “migliore-peggiore” tra Occidente e Islam, sovrapponendo l’idea di un mondo musulmano pervaso da un pensiero assolutamente aggressivo, non riesce a descrivere la natura così complessa di quel rapporto tra culture di cui il mondo ha bisogno per estendere il comune terreno dei diritti umani.

Che il pensiero tradizionale europeo manifesti una certa ritrosia nel concedere uno statuto di piena parità tra religioni è comprensibile; ma pare assolutamente inadeguato a far vivere una fase che, pur piena di ambiguità e incertezze, è comunque da gestire con concretezza.
Bisogna quindi spostare il tema da “migliore-peggiore” a una situazione dove le regole che gestiscono le comunità siano mutuate dalle tradizioni che hanno formato lo Stato liberale proprio nel conflitto e nel superamento di quelle medesime tradizioni.

È chiaro che la condizione di una modernizzazione aberrante rischia di creare cittadini che avvertono l’indebolirsi - come direbbe Habermas - delle legature umane. Ecco perché il problema della moschea ci propone una riflessione profonda che non è solo la costruzione di un edificio. Il problema si rappresenta con tutta la forza di un simbolo che determina all’interno di una comunità un segnale di presenza “altra”. Ed ecco perché molte delle dichiarazioni di questi giorni appaiono sopra i toni, dando una dimensione di irrazionalità, di paura, ma anche di inadeguatezza delle regole per costruire un percorso che sia di reale integrazione.

Lo scambio tra dottrine ideologiche e religiose e l’area della loro partecipazione al discorso pubblico fa nascere la difficoltà di applicare una distinzione e una separazione che sono invece indispensabili. L’accettazione cioè che nella dimensione pubblica si è costretti a prendere sul serio il pluralismo, a partecipare a un colloquio a più voci e in piena libertà nella dimensione che è quella della ragione pubblica, dove si devono negoziare accordi e fare leggi su materie controverse e che toccano la sensibilità di diverse fedi e ideologie.

Sono quindi convinto dell’opportunità della costruzione di luoghi di culto islamici, sapendo che questa religione si cala in un ambiente molto più secolare di quanto non sia abituata a frequentare e che le condizioni del vivere di una comunità sono il frutto di una sedimentazione che non solo va rispettata, ma anche valutata positivamente perché una forte identità di una comunità consente una migliore accoglienza, meno paura e più confronto.

Tutto questo da un punto di vista teorico come premessa ad una condizione che possa vedere nuove regole nelle comunità; regole che consentano alle comunità stesse di conoscere che cosa avviene al proprio interno, di poter finanziare spazi comuni di qualità, in modo che non si sommino diversità culturali e disagio, e che consentano di controllare chi trae vantaggio da situazioni di degrado. D’altra parte, che ci piaccia o non ci piaccia, è una necessità avvertita, di una concretizzazione dei principi costituzionali che le comunità debbono far vivere come fondamento pre-politico, e quindi di tutti, della lealtà alla Costituzione.

*sindaco di Livorno e presidente Anci Toscana

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