Gioco
Tandem di segretari Di Rocca-Bolognesi Ma nel Pd non c'è pace
Mauro Zucchelli
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Marco Ruggeri (a sinistra) e Gabriele Cantù durante una seduta del consiglio comunale 5 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Il timone dell'Unione comunale Pd è rimasto in naftalina per un anno e mezzo. Niente e nessuno si prende la briga di gridarlo dai tetti: tutt'al più qualche mugugno, ma non è stato necessario troppo maalox per domare il mal di pancia. Di punto in bianco, invece, è su questa casella del puzzle - finora quasi snobbata - che nel partito-guida del centrosinistra è esplosa la battaglia. Colpa anche del fatto che bussa alle porte il susseguirsi di round congressuali. In palio entrambe le chiavi più importanti della stanza dei bottoni in casa Pd: un cambio obbligato di entrambe le leadership alla guida del partito. Sarà per questo che, nonostante da cinque mesi il suo destino politico si giochi sulla ruota di Firenze, Marco Ruggeri ha cercato di tenere in mano il mazzo delle carte. Con un obiettivo: puntare a un congresso unitario, visti gli scricchiolii dentro lo "scheletro" elettorale della Balena Rossa. Basti pensare: 1) all'exploit dell'astensionismo, che nell'ultimo voto regionale ha visto il partito del non-voto oltre il 50% in un seggio su cinque, e soprattutto nelle zone tradizionalmente rosse; 2) le performance non entusiasmanti dei leader livornesi, almeno in raffronto agli esponenti di altri centri della nostra provincia; 3) il moltiplicarsi di comitati di protesta che dribblano l'uso del partito come veicolo di mediazione e ricomposizione di interessi collettivi. Ecco perché, pur negando tutti che esista più traccia degli schieramenti filo-Bersani e filo-Franceschini, il primo passo per evitare le spaccature è trovare equilibri interni che diano rappresentanza e peso politico a quel 36% totalizzato dai "franceschiniani". Come? Il più tangibile è certo l'investitura di una big come Marida Bolognesi, leader dei filo-Franceschini. Dunque: Filippo Di Rocca, ex presidente Aamps, come papabile successore di Marco Ruggeri al vertice della federazione Ds; Marida Bolognesi, ex parlamentare e esponente dell'Agenzia Onlus, a guidare il Pd cittadino. Lo scontro riguarda proprio la seconda metà di questo "ticket": la leadership cittadina del partito. Non è più solo un brontolìo ma una contro-candidatura quando scende in campo Adriano Tramonti che ieri ha raggiunto il numero di firme necessarie per formalizzare ufficialmente la propria candidatura. Alle spalle sei anni alla testa della sezione di Salviano e un curriculum professionale fra animatore turistico e diploma di cinese. Ha 26 anni: chiederà la "rottamazione" della vecchia guardia come Renzi a Firenze? Nient'affatto, anzi il contrario. «Ma - sbotta - Bersani ristruttura il partito rafforzando i circoli di base e poi a Livorno i nomi di Di Rocca e Bolognesi non passano dai circoli nemmeno per sbaglio: è una operazione calata dall'alto». Al suo fianco si sussurra vi siano esponenti come Brilli, forse Susini e Bufalini, ex presidenti di circoscrizione come Cavicchi e Paolini (o uno in carica come Pini): quest'accoppiata di "ex" potrebbe farlo vedere come il mugugno degli esclusi. Tramonti non ci sta e snocciola che l'appoggio gli arriva da «Salviano, Collinaia, una parte della Centro e una parte di Shangai...». In fase di decollo anche la candidatura di Paolo Fenzi, esponente del laicato cattolico nato dal rinnovamento del Concilio, vicino a Kutufà. Senza contare che un altro gruppo cattolico-democratico, i Quarta Fase filo-Fioroni, adesso chiedono a gran voce le primarie. Il paradosso? E' in campo l'"anti-Bolognesi" senza che la candidatura Bolognesi sia stata formalizzata (e nemmeno quella di Di Rocca). Difficile dar conto della mappa interna del Pd attuale: anche perché la battaglia non è fra giovani e vecchia guardia, le alleanze sono trasversali. Di più: è dall'interno dell'ex fronte filo-Bersani che sono nate le altre candidature. Ancor di più: realtà a maggioranza "franceschiniana" come Collesalvetti o Cecina forse vorrebbero ritagliarsi maggiore autonomia, non è escluso che Castagneto voglia andarsene con Piombino. Tutte cose che potrebbero esser saltate fuori nel faccia a faccia informale di ieri fra un gruppetto di filo-Bersani. A dare un colpo ulteriore di moulinex a questo magma politico non sono soltanto le ultime mosse sullo scacchiere nazionale, con Franceschini e Fassino in linea ora con Bersani mentre i veltroniani sembrano a un passo dal fare la valigia. Bisogna cogliere al volo tutta una serie di segnali. Il primo: il sindaco Cosimi non ce l'ha ancora fatta a nominare un assessore al sociale. Il secondo: nei rapporti fra Palazzo civico e maggioranza consiliare non va dimenticato il dietrofront della giunta che, in consiglio comunale, si è platealmente rimangiata il provvedimento su Villa Perti. Il terzo: dalla periferia nord, soprattutto Fiorentina, sono proprio gli esponenti Pd a denunciare lo stato di disagio. Il quarto: il malessere interno al gruppo consiliare è talmente tangibile da essersi coagulato in un documento poi finito al rogo... Non si sa se i collaboratori o le malelingue abbiano raccontano d'una seggiola volata dal segretario Marco Ruggeri di fronte a questo bailamme: teme il rischio che il partito si avviti su sé stesso e ragioni solo guardando al proprio ombelico senza più capacità di guardar fuori. Ma è la stessa cosa che gli rimprovera la fronda. Risultato: forse un rinvio. Solo che dalla sponda di Tramonti si alza un'accusa: lo slittamento l'avevamo chiesto noi e ci avete risposto che non si può, se le regole lo impedivano allora lo impediscono ancora. E dalla squadra dell'attuale segretario della federazione si controbatte: il rinvio lo cerca chi ha paura di un mastino come Ruggeri e vuol toglierlo di mezzo per far sentire subito il morso al neosegretario. Fatto sta che giovedì c'è la direzione Pd: fuochi d'artificio compresi.
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