Il Tirreno

Livorno

L'elisir di lunga vita? È nelle arselle

Maria Antonietta Schiavina
<strong>VITTORIO PANATTONI.</strong> L’arsellaio nel suo chiosco in piazza Roma
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VITTORIO PANATTONI. L’arsellaio nel suo chiosco in piazza Roma

«Livorno mia, non ti riconosco più: adesso sei una città senz'anima»

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LIVORNO. Spiega che l'acqua salata - e lui fin da quando era bambino ne ha bevuta sempre tanta - lo ha curato meglio di qualunque medicina, anche se confessa: «Dopo la morte di mia moglie Maria Pia, eravamo due noccioli in un guscio, mi sento molto giù e comincio ad aver paura della vecchiaia». Vittorio Panattoni, 76 anni, arsellaio, gestisce da 40 anni il chiostro di frutti di mare in piazza Roma, dove con qualsiasi tempo e in ogni stagione, chi vuole muscoli e arselle nostrali, può trovarlo al suo banco, puntuale e sempre pronto a soddisfare ogni richiesta, fra un sorriso, una battuta, una storiella.  Penultimo di undici figli, genitori livornesi provenienti da Pontedera, un lontano cugino senatore di cui va orgoglioso («persona di molto per bene, non un sudicio come i politici di adesso»), Panattoni è figlio di un fornaio che nel tempo libero andava per arselle e di una casalinga che, nonostante la "nidiata" da crescere, «si aggeggiava a vendere un po' di frutta».  Dice di essere nato e di abitare ancora adesso in via Chiellini, «dove c'era la birreria Peroni distrutta in tempo di guerra da un bombardamento come la mia casa della mia famiglia».  Rivela, parlando del suo lavoro, che dal banco di vendita della baracchina, di cose ne ha viste e ascoltate tante. «Solo che un tempo la vita - afferma - era gioia, solidarietà, amicizia e invece oggi invece è solo una rincorsa al benessere, anche quando questo ci obbliga a dimenticare qualsiasi valore».  «Livorno - polemizza Panattoni - oggi è diventata una città senza più anima, che invece di unirci ci divide e non ha più rispetto per nulla». Una famiglia numerosa la sua. Sarà stata molto dura per i suoi genitori crescere tanti figli. «Eravamo cinque maschi e sei femmine, ma mia madre in tutto, fra i bimbi nati e quelli persi ha avuto 21 gravidanze (io ero gemello, solo che mio fratello morì a diciotto mesi di broncopolmonite). A quei tempi Mussolini dava un premio a chi aveva tanti figli e mì madre doveva andare a ritirarlo a Roma, ma mì padre la "macolò" dalle botte e non ce la mandò».  Era un uomo violento? «Era un lavoratore onesto, una brava persona, ma se diceva una cosa mamma doveva ubbidire».  Il loro fu un matrimonio d'amore? «Dé! Mì madre aveva 14 anni e mì padre 16. E se no come facevano a mettere al mondo tutti quei figlioli! Troppi, anche per quell'epoca. Però allora ci si contentava di poco: a volte si mangiava, altre volte si faceva il giro del tavolino, i fratelli più piccoli vestivano con gli abiti di quelli più grandi. E tutti zitti...».  Avete vissuto anche il dramma della guerra. Si ricorda quei momenti? «Me li ricordo, e come! Una volta che s'andava con un mio amico (io avevo sei anni e lui 8) a prendere l'acqua salata al mare con la carretta, quando s'arrivò agli scogli della Regina passò un aeroplano che incominciò a bombardare e noi si lasciò tutto per tornare a casa di corsa».  Suo padre è morto a causa della guerra, non è vero? «Lo uccisero mentre scappava nei rifugi, eravamo sfollati in un paese vicino a Vicarello: una cannonata lo prese alla vescica».  E sua madre rimase sola con lei e i suoi fratelli da tirar su. «Undici orfani di guerra, ma nessuno ci mai ha aiutato. Bisognava ingegnarsi da noi, altrimenti o si moriva di fame o si diventava delinquenti».  Allora non c'erano le associazioni di solidarietà? «Qualcuna sì, ma quando mì madre andò negli uffici degli orfani di guerra a chiedere aiuto, trovò soltanto un tizio che le mise le mani addosso, così lei gli schioccò uno schiaffo e venne via: da allora, ogni volta che si presentava per fare qualche richiesta non la ricevevano neppure».  I suoi fratelli sono ancora tutti vivi? «Solo tre maschi e due femmine, che abitano anche loro Livorno».  Ha dei figli? «No, ho dei nipoti, e sono anche bi-zio, ma figli niente. La mì moglie non me ne ha fatti. Il bene dei figlioli l'ho dato a lei e lei lo ha ridato a me».  A quanti anni vi siete sposati? «Io avevo vent'anni e Maria Pia sedici. La fermai per strada con un fischio dopo averla tenuta d'occhio per un po': "Vien qua" le dissi prendendola per mano per portarla dove mi pareva a me».  In camporella? «E dove se no? Non potevo mica aspettare la banda!».  E Maria Pia la seguì senza discutere? «Sì, giù per giù si vergognava, poi però...».  Era un ragazzo intraprendente per quei tempi. «S'era più svegli. Oggi comandate voi donne e gli uomini hanno tanti discorsi ma pochi fatti».  Lei invece parlava poco? «E ruzzolavo». Ha proseguito il ruzzolamento anche da sposato? «Qualche corno alla mì moglie gliel'ho fatto. Ma lei, poverina, non se n'è mai accorta».  Non eravate due noccioli in un guscio? «Quello è un altro discorso».  Se a tradirla fosse stata Maria Pia come avrebbe reagito? «Le avrei detto di pigliare la via e levarsi di c...».  Bel maschilista. «Ma l'omo è omo! E poi io non le ho fatto mancare niente, mi sono sempre comportato a modino, non l'ho mai trascurata».  Cosa piaceva di lei alle donne per avere tanto successo? «Ero 'n'omo. E poi ero simpatico, raccontavo le barzellette. Ora? Ora sono da ricovero, da cassonetto».  Terminiamo parlando ancora della sua infanzia. Qual è il ricordo più bello che ha di quei tempi? «I miei ricordi sono tutti belli, ogni giorno per noi era una festa. Che regalo ci portava Babbo Natale? Mì padre che faceva sempre l'albero, prendeva du' pigne, le univa con un pezzo di legno e ci costruiva un carretto. E noi bambini eravamo felici! Non come adesso che i figlioli hanno tanti giocattoli e non sono mai contenti di niente».

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