Sicurezza
Il quartiere privato
LIVORNO. Potesse farcela l’occhio ciaccione di Google Earth a scoperchiare i tetti, ci si accorgerebbe che dentro le case di Banditella c’è un catalogo intero di pezzi d’antiquariato e arredamento di design. Basta già, comunque, sbirciare dall’alto la piscina condominiale extralarge all’interno del cuore (privato) del quartiere così come quella familiare chic nell’attico di una magnifica villa privata (finita anche sulle tv satellitari) oppure quella della bella club house del Circolo Tennis. Si scoprirebbe l’acqua calda, però, a dire che questa non è una zona per tute blu o pensionati con la minima. La chiave sta tutta in quell’aggettivo: privato. Non lo è il territorio del quartiere: non ci sono né guardiole né sbarre lungo il perimetro come invece accade in aree esclusive nelle nuove periferie metropolitane de-luxe, dove l’invasione degli ultraricchi ritaglia giga-ettari di territorio per recintarli con alte mura e farne il proprio regno. Esclusivo: nel senso di inaccessibile a chi resta al di là della sbarra. No, non è privato l’uso giuridico del territorio ma semmai l’attitudine che hanno gli abitanti. Dalla bella casa (privata) si esce per raggiungere il proprio garage o box (privato) e montare sulla propria magnifica auto (privata) e sgassare via altrove. Te ne accorgi appena ti metti a gironzolare per le strade di Banditella. Il deserto o quasi. La fotografia ieri mattina attorno alle 10,30: censite appena 17 persone dopo aver girovagato per tutte — ma proprio tutte — le vie del quartiere. Nient’altro che nonna e nipotina più cane e carrozzina nell’area verde di via Urano Sarti. Un anziano in via Provenzal e un altro con il sacchetto della spazzatura in «via Jerzy Sas Kulczycki, aristocratico polacco e partigiano italiano». Tre persone al furgone ambulante del pescivendolo in piazza 185º Reggimento Folgore. Un uomo con i baffi in via Catanzaro... Neanche la metà dei suv parcheggiati lungo il ciglio delle stesse strade senza gente. A malapena un terzo dei pedoni che, più o meno alla stessa ora, camminano a Colline in una strada di pochissimi negozi com’è il solo viale Risorgimento. Anche Marilia non ha l’identikit di centro commerciale che l’ha vista nascere. «Affittasi fondo» più un numero di telefono, dicono cartelli. Sarebbe ingiusto dire che è un deserto, però forse il fatto di essere articolato su tre piani l’ha reso differente dal modello di centro commerciale da passeggio-shopping all’americana lungo un viale interno coperto (mall). Risultato: i negozi sono soprattutto al piano terra, il resto sono fondi utilizzati da aziende high tech (come Fly-By) e da studi professionali. Senza contare che c’è il ristorante ma non la farmacia, c’è la mini- libreria Mondadori (all’edicola) ma non l’ufficio postale. Dunque, un quartiere privato che non esiste se non al di là dei cancelli, oltre gli usci delle case? E’ vero, verissimo. Ma solo a metà. Lo scopri se lasci correre lo sguardo lungo il perimetro del quartiere. «Fra Marilia e la ferrovia abbiamo una striscia di impianti sportivi di ottimo rango come il campo di baseball e i campi del Picchi: se sistemassero davvero il parco di Banditella potrebbero aggiungersi anche qualcos’altro verso Ardenza», dice Andrea Mantovani, ex della zona che ha fatto la valigia per andare a lavorare a Milano. «Davanti alla chiesa poi — rincara — c’è il rettangolo di gioco dell’Antignano Banditella, una bella realtà. Idem per il tennis. Però da ex baskettaro mi piange il cuore vedere com’è finito il piccolo playground lì accanto». Non c’è solo questo. Anche il polo scolastico di via Provenzal si è allargato a comprendere pure una sezione di scuola materna e, per tre giorni alla settimana, apre le porte di una utile biblioteca. Da aggiungere, sempre lungo il bordo esterno, una parrocchia fra le più importanti della città: e non solamente perché ha anche i campetti dove far trottare i ragazzini. «Non c’è nessuno per strada? Vada a vedere la gente che c’è al Bingo», borbotta Titti Morini per dire che non è per niente d’accordo: «Quasi non basta il parcheggio, arrivano da mezza Livorno». La gente per strada c’è, ma sul lungomare di Antignano («l’impianto sportivo più grande del mondo », scherza Lella Ferrini, runner con zazzera bionda e maglietta blu). In effetti, è vero: basta star lì tre minuti per contare una dozzina di persone che sgambano o per bruciare la pancetta o per provare lo sprint alla prossima maratonina («e il richiamo dell’ombrellone è ancora forte, se viene il mese prossimo a fine pomeriggio ne trova almeno il quadruplo»). Non sono invece aspiranti maratoneti ma solo cittadini in cerca di acqua buona gratis, quelli in fila ai Tre Ponti al rubinetto Asa che offre acqua potabile in grado di far concorrenza alla minerale e senza la scocciatura di tutte quelle bottiglie di pvc fra i piedi. Ma la sfida a maggior tasso simbolico riguarda forse l’ex bar Cotton: Gianni Palumbo (“Bolgheri”, per intenderci) vuol farne un “Glamour Cafè” e già il nome è un programma. Aprirà presto: lancia da Banditella l’attacco alla Baracchina Rossa come locale “in”. Quartiere privato sì, ma non del tutto. La realtà è molto più ingarbugliata e ha la testa dura. Al punto da rischiare di creare qualche crepa anche nel facile identikit da quartiere chic. Sì, qui hanno le radici tante famiglie di professionisti e imprenditori, inclusi alcuni delle dynasty che hanno fatto la storia dell’economia livornese. Difficile riuscire a comprar casa senza mettere sul tavolo un assegno da almeno 400mila euro: anche se, a scandagliare il mercato del mattone, magari si riesce a trovare anche una doppia camera con vista sotto quota 300mila. Ma c’è anche la coop-casa dei portuali. E, se fai scorrere l’occhio lungo il marciapiede, non trovi solo l’(attesa) selva di suv ma anche un (inaspettato) contrappunto di furgoni che fanno capolino: segno forse della presenza anche di commercianti e anche ambulanti di successo. La tranquillità dell’(inesistente) passeggio mattutino non tragga in inganno: la crepa-simbolo riproduce sul muro della scuola lo schianto del bastione della Fortezza Vecchia ma s’infila anche dentro la società baby. Nella primavera dello scorso anno due episodi di bullismo alzarono il velo sul fatto che nessuno, neanche nei quartieri-bene, è al riparo dal “virus”.
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