Il Tirreno

Livorno

Livorno, ti adoro ma stai peggiorando

Maria Antonietta Schiavina
Livorno, ti adoro ma stai peggiorando

«I mille difetti sono anche le nostre virtù, però ora la convivenza è più difficile»

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Il Nido del cuculo è anche opera sua, ma a differenza di Paolo Ruffini, amico dai tempi del liceo e oggi socio in affari, apprezzato a livello nazionale, lui lavora nell'ombra, anche se con lo stesso impegno del più famoso "Paolino", a cui è legato da un inossidabile affetto.   Classe 1981, una laurea in giurisprudenza che sta cercando a fatica di mettere in pratica, un lavoro come broker per le assicurazioni, la passione per lo sport e la musica, una livornesità radicata e mai rinnegata, Lorenzo Ceccarini è l'altra metà di "Io doppio", la serie di esilaranti doppiaggi che fa il verso ai film famosi, iniziata nel 2001 quasi per gioco e decollata in poco tempo verso il successo.  Un doppiatore laureato in giurisprudenza. Come mai la scelta di una facoltà che non ha nulla a che fare con lo spettacolo? «Quando frequentavo il liceo classico io, si diceva che giurisprudenza fosse una delle poche facoltà non scientifiche che potesse offrire possibilità di lavoro. Così la scelsi al posto di storia, un indirizzo che mi sarebbe piaciuto molto di più».  Fra un esame e l'altro però ha fatto molto sport, un campo dove opera ancora intensamente. «Ho praticato atletica, mi sono ben integrato come allenatore e mi sono occupato di rugby».  Giocando? «No, il rugby è uno sport duro e, pur essendone attratto, non ho mai voluto entrare in campo».  Veniamo a Paolo Ruffini, alla vostra amicizia, e al doppiaggio. «Con Paolo ci siamo conosciuti sui banchi di scuola e abbiamo subito legato. Poi, per divertimento, ci siamo messi a doppiare i film di allora, presentandoli per la prima volta alla Festa dell'Unità di Livorno nel 2001. E, visto il successo, abbiamo pensato di trasformare l'idea in lavoro».  Alla soglia dei trent'anni lei vive ancora in famiglia. Fa dunque parte della serie "bamboccioni" o sta a casa dei suoi genitori per scelta? «La mia è, per così dire, una scelta a metà. Il momento non è dei migliori e le soluzioni per noi giovani non sono molte. In quanto alla definizione di "bamboccioni", io come credo tanti miei coetanei, vorrei suggerire a chi l'ha coniata di andare a vedere come un ragazzo fra i venti e i trent'anni riesce a entrare nel mondo del lavoro e quali sono gli stipendi medi. Per poi leggere gli annunci degli affitti e capire come sia possibile uscire da casa».  Non ha mai pensato di andarsene da Livorno per trovare un lavoro più sicuro? «No. Questa è una città alla quale sono legato da un affetto irrazionale, per cui anche i suoi difetti ai miei occhi si trasformano in pregi. E, nonostante negli ultimi anni i suoi difetti si stiano amplificando, ritengo sia più giusto restare, se si vuole tentare di migliorarla».  Chi sceglie la fuga allora sbaglia? «Andarsene significa abbandonare, non risolvere».  Quali sono secondo lei i difetti più marcati di Livorno? «Il più forte è quello di non riuscire a prendersi sul serio e a farsi prendere sul serio: ogni proposta in qualunque ambito, dal commerciale all'artistico, qui non viene quasi mai apprezzata nella giusta misura. Ci sono esempi eccellenti come quello di Amedeo Modigliani o di altri grandi nomi, che hanno avuto successo fuori e non in casa. Per non citare uno dei migliori cantautori del nostro tempo, Bobo Rondelli, considerato più altrove che a Livorno: ai suoi concerti la gente pretenderebbe addirittura di andare gratis, mentre per un qualunque cantante che arriva da un'altra città è disposta a pagare cifre da capogiro».  Dare più importanza all'estraneo che all'amico della porta accanto è un difetto di tutte le realtà, non solo di Livorno. «E' vero, ma da noi nello stesso tempo è anche un pregio, perché è difficile montarsi la testa: si trova sempre chi ci riporta alla realtà con un: "Ma ti levi..."».  Che cos'ha Livorno di tanto magico da suscitare una simile attrazione nei suoi abitanti? «Forse niente, ma chi ci è nato vede certe sfumature che la fanno sembrare inimitabile».  Quali punti ama di più della città? «Io sono un livornese di terra, quindi più legato alla zona che si affaccia sulle colline di Valle Benedetta: ci vado spesso in motorino e se c'è una bella giornata provo sensazioni indescrivibili».  A proposito di motorino, a Livorno lo si guida in modo molto particolare. «Non siamo tanto ligi alle regole, tanto più in motorino dove ci sentiamo liberi di fare ciò che vogliamo: impossessarsene per un ragazzo segna il passaggio dall'adolescenza all'età adulta e a Livorno ha un significato importante».  Lei quando ha avuto il primo due ruote? «A quattordici anni: era un F10 Malaguti che a malincuore ho abbandonato quest'anno».  Abita ancora nel quartiere dove è nato o ha cambiato zona? «Sto in una palazzina che riunisce tutta la famiglia, zii e cugini compresi, in via dei Pelaghi, a Salviano, una specie di quartiere dormitorio che non ha mai avuto un punto di aggregazione, ma a cui sono legato da molti ricordi».  Quali per esempio? «I miei cugini, mio fratello, i nostri giochi in cortile e l'odio che avevo per l'asilo: credo di esserci andato due giorni con bizze furibonde. E poi le passeggiate alle ville e al Parterre con il nonno...».  Ricorda il suo primo giocattolo? «No, ma rammento che da piccolo ero armato fino ai denti e che le armi me le portavo anche a letto».  Una volta cresciuto poi ha fatto il militare? «Mi hanno esentato per la legge 226 del 2004, quella che ha voluto la fine servizio militare obbligatorio, ma avessi dovuto arruolarmi avrei fatto obiezione di coscienza».  Se le capitasse la grande occasione della sua vita, un posto come avvocato o come cabarettista-doppiatore, o magari, perché no, di allenatore di una squadra di rugby importante, andrebbe via da Livorno? «Ora come ora sì, perché trovo la città cambiata in peggio».  Dopo il pestaggio fra romeni e livornesi, pensa che Livorno, come alcuni dicono, sia una città razzista? «No, ma se fino a qualche anno fa poteva sostenere bene certi disagi, negli ultimi tempi fa più fatica: la convivenza non è una cosa semplice e tollerare, che poi significa sopportare, diventa sempre più difficile».  Il detto che ama di più del dialetto livornese? «"Dé". Ha una versatilità "magica" e a seconda di come lo si pronuncia può voler dire tutto e il contrario di tutto: sorpresa, rabbia, entusiasmo. Se non ci fosse questo intercalare poi, io zoppicherei molto nella conversazione, per cui gli devo sicuramente qualcosa».  Se dovesse farsi una domanda, per dirla alla Marzullo? «Mi chiederei se alla vigilia dei trent'anni sono soddisfatto».  E cosa risponderebbe? «Che sono soddisfatto ma insomma».  Si spieghi. «A volte mi guardo indietro e sento di non aver concluso nulla, mentre altre volte penso di aver fatto molto. Questo però non è negativo ma costruttivo: quando nella vita si è troppo soddisfatti ci si ferma perché non si ha più la voglia di combattere».

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di Redazione web