Gioco
Dalle carte ritrovate ecco la vera storia della corazzata Roma
Gian Ugo Berti
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A destra Angiolo Berti riceve lincarico di storiografo dallammiraglio De Giorgi 4 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Nemmeno 24 ore dopo l'annuncio dell'armistizio dell'8 settembre 1943 (diramato da Radio Algeri alle 18), l'affondamento della corazzata Roma, con la morte del comandante, ammiraglio Carlo Bergamini e di 1352 uomini dell'equipaggio, deve essere storicamente considerato l'inizio della guerra di Resistenza in Italia contro i tedeschi. È di questo avviso il giornalista parlamentare livornese Angiolo Berti. Una ricostruzione che emerge tra le carte ritrovate in questi giorni nel suo archivio lasciato nella casa di campagna. Centinaia di ritagli di giornali e centinaia di fogli pieni di appunti. Dai suoi scritti di 4O anni fa, Berti - alla luce di testimonianze originali di alcuni sopravvissuti - appare netto lo spirito di obbedienza e sacrificio agli ordini ricevuti: consegnarsi agli alleati all'isola della Maddalena. «Il primo contributo delle Forze Armate alla nuova lotta. Ed è certo - sono sue parole - che non morirono invano». Scrive infatti Berti: «Il sacrificio della nave e di gran parte dell'equipaggio accese così gli animi degli italiani». Convinse in particolare gli alleati della loro buona fede. Contribuì inoltre in maniera preponderante a fare accettare l'aiuto militare italiano nella guerra di Liberazione con quelle conseguenze che permetteranno, entro pochi anni, la ripresa morale ed economica presagita dall'ammiraglio Bergamini, nelle parole che rivolse ai suoi collaboratori prima di prendere il mare: «...dite tutto questo ai vostri uomini. Essi sapranno trovare nei loro cuori generosi la forza d'accettare questo immenso sacrificio». Sacrificio, ma al contempo umiliazioni: la prima - si legge - è l'"obbedisco" all'ordine di non affondare le navi, la seconda sapere che la flotta "non andrà a combattere". Significativa appare allora la testimonianza di Franco Garofalo, l'unico superstite di un incontro a sei con Bergamini e lo Stato Maggiore,la sera precedente a cena. «Il cielo di La Spezia avvampa di mille luci - così si espresse- accese in terra in segno di gioia, da una torma d'irresponsabili accecati. Il cuore batte forte e mi si inunmidiscono gli occhi, quando la voce quasi piangente del motorista esce di sotto la prora e supera il rumore del motore per dirmi: " Quelli non sono mai stati nel canale di Sicilia". "Semplici parole - continua - che affermano come per coloro che hanno offerto la vita, ora per ora, l'armistizio è una pena nuova da affrontare con medesima abnegazione e coraggio col quale sono andati incontro alla morte. Fiero dolore ed incondizionata disciplina regnano sulle navi pronte a muovere, tante macchie buie, immobili, solenni e silenziose sula mare che riflette le luci della terra impazzita». Altra umiliazione: la propaganda della Repubblica Sociale sostenne che Bergamini non aveva intenzione di portare le navi in un porto controllato dagli alleati. Accusa infamante che Berti smontò con la testimonianza dell'ammiraglio De Courten dello Stato Maggiore e cioè di non aver alcun dubbio sulla destinazione delle navi, anche se l'ammiraglio fosse rimasto in vita. «La Marina - precisa Garofalo - finisce la guerra intatta nella sua forza morale e materialmente ancora abbastanza potente per servire incondizionatamente la Patria. Questa flotta, che poche ore prima era pronta a muovere contro l'avversario, può ora, se l'interesse della Patria lo esiga, andare incontro al vincitore con la fronte degli uomini e le bandiere delle navi ben alte. Verrà per l'Italia il giorno in cui questa forza vivente della Marina sarà la base ed il presidio della Rinascita. Ecco dunque il dovere:obbedire ancora una volta,ad ogni costo,al giuramento prestato». Attimi drammatici, ma che nulla distolgono dalla praticità delle scelte operative: «Tre ore dopo - racconta - tutte le navi pronte della squadra da battaglia, prendono il mare. L'ultimo avvertimento che ci dà Bergamini è quello di prepararsi a sostenere, appena fuori dal porto, l'attacco delle motosiluranti, dei sommergibili e degli aerei tedeschi». È la notte fra l'8 ed il 9 settembre. La prima e l'ultima. Alle 16,12, colpita in punti vitali da due bombe sganciate da aerei nemici, la "Roma" si spezza in due tronconi che si mettono in verticale ed affonda. Sono passate soltanto 22 ore dall'Armistizio e la lotta di resistenza conta già le prime 1352 vittime. «Ecco perché - conclude Berti - nacque sul mare l'Italia libera».
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