Lutto
ROSSI: IL CONTROLLO RECIPROCO CHE SERVE
Emanuele Rossi
3 MINUTI DI LETTURA
sociale, ma forse il quadro deve completarsi ponendo attenzione a come il tutto è nato, mercoledi pomeriggio. A fronte di un comportamento contrario alle norme e anche incivile (lasciare un elettrodomestico per strada), qualcuno ha sentito la necessità di far rilevare che tale comportamento era sbagliato; a quel punto il primo si è sentito offeso e criticato per un atteggiamento sul quale riteneva che l'altro non avesse motivo per intervenire ("non sono affari tuoi", potrebbe aver detto o pensato, magari con espressione più colorita), e ne è nata la rissa con tutte le conseguenze successive. Mettiamo che le cose siano andate effettivamente così, e poniamo che non vi siano elementi secondari da considerare (tipo il modo con cui l'osservazione è stata fatta; i precedenti che possono avere portato ad una situazione di esasperazione). Se davvero questa è la vicenda, la domanda che possiamo porci è: cosa vuol dire "farsi gli affari propri"? Mi viene da pensare che per quel livornese che ha rimproverato il rumeno cercare di tenere in ordine la strada fosse da considerare un "affare proprio": se così fosse, gli darei piena ragione. Il decoro urbano, come anche la tranquillità sociale, non possono essere affidate solo alle autorità (le quali, beninteso, devono fare per intero la propria parte e assumersi le proprie responsabilità): nessuno può pensare che tutto sia consentito, salvo poi vedersela con la legge. Se così fosse non si andrebbe da nessuna parte. Nello stesso tempo, il rumeno potrebbe aver pensato che quello non fosse un problema del vicino, ma solo una sua responsabilità nei confronti della legge: se qualcuno doveva rimproverarlo, questi doveva essere - al limite - un vigile urbano, non certo uno che doveva occuparsi, appunto, degli "affari suoi". E' probabile che in tutto questo giochi un ruolo non secondario la mentalità (o la cultura che dir si voglia, non nel senso di "essere acculturati" quanto in quello di cosa concepire in ordine al giusto o sbagliato): se così è, essa non riguarda la differenza tra italiani (e livornesi) o stranieri. La cultura del "fatti gli affari tuoi", che non possono essere quelli di tutti, è assai diffusa e trasversale, e credo che anche in molti livornesi sia radicata. Certo molto dipende dal modo con cui le cose si dicono, essendo assai facile - a seconda di come si parla - passare dalla ragione al torto: ma se detto bene e con rispetto il richiamare gli altri (in uno spirito di reciprocità) è fondamentale per garantire quel controllo sociale che è alla base della vivibilità delle nostre città e dei nostri quartieri. Tutti siamo tenuti a rispettare le regole e a farle rispettare, aiutandoci a vicenda perché il luogo in cui si vive consenta a ciascuno di goderne per viverci in serenità. Quello che invece a nessuno è consentito è di farsi giustizia da solo (o in compagnia di altri): l'uso della forza spetta solo alle forze dell'ordine. Altrimenti quell'ambiente che si vuole tutelare dal disordine diventa lo spazio della giungla, dove ciascuno usa la violenza per far prevalere le proprie ragioni.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google