Toscana
Il padre Roberto con il braccio rotto: chiediamo solo di poter vivere senza avere paura
«No, il razzismo non c'entra»
Juna Goti
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Un poliziotto calma la folla Il giovane aggredito: con i miei vicini albanesi vado d'accordo
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LIVORNO. «Non siamo razzisti, non lo siamo mai stati. Ma non vogliamo vivere con la paura: chi non si comporta bene se ne deve andare». All'indomani della rissa che ha infiammato via dei Mulini, Roberto Pedini - finito in ospedale con il braccio destro rotto - cerca di ricomporre i cocci dell'esperienza che forse un po' tutti avrebbero preferito evitare. «Meglio parlare a mente lucida: sono volate parole grosse, eravamo tutti sconvolti", dice il sessantaduenne con la voce che ancora trema. Livornese doc, ex postino, membro attivo dell'associazione "La Livornina", Pedini nasconde a stento al taccuino gli occhi lucidi: «Chiediamo solo di stare tranquilli. Sono andato in pensione da poco per godermi la famiglia e i nipoti. Poco importa se i vicini sono romeni, marocchini o livornesi: abbiamo tutti il diritto di vivere serenamente. Così però non si può andare avanti: per pochi delinquenti che fanno quello che vogliono ci stiamo rimettendo tutti. Livornesi e non». Ma cosa è successo, davvero, mercoledì? «Mio figlio, dopo un mese di battibecchi quotidiani, ha preso da parte uno dei due stranieri che abitano di fronte. Ne è nata una lite: lo hanno preso a calci e pugni in mezzo a due auto. Ho visto tutto dalla finestra e sono sceso in ciabatte. Siamo riusciti a dividerli e i due sono rientrati nel portone di casa. Pensavo fosse una rissa alla livornese: scazzottata e poi tutti a bere insieme. Invece sono tornati in strada con due bastoni ed è scoppiato il caos». «Non c'è da stupirsi della reazione spontanea del quartiere - aggiunge - è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso: ma lo sa che in mezzo alla folla arrabbiata c'erano anche tanti stranieri?». Intanto nella chiostra di via dei Mulini è un via vai di passeggini e giovani coppie. «Guardate - interviene il figlio Daniele che ha una costola fratturata - accanto a noi ci stanno due famiglie albanesi. Sono persone educate, rispettose, simpatiche. Non abbiamo mai avuto problemi. Sono ragazzi che non chiedono altro che vivere serenamente. Come noi. Voglio ripeterlo: qui il razzismo non c'entra. E' questione di semplice, civile convivenza. Siamo stanchi di vedere che qualcuno può permettersi di urinare per strada, lasciare rifiuti dappertutto, lanciare sigarette dalla finestra. Ma soprattutto siamo stanchi di avere paura». Il portuale trentasettenne parla di piccoli gesti quotidiani che hanno esasperato»: «Posso capire che alla mia richiesta di chiarimenti, dopo l'ennesimo episodio oltre il limite, il romeno si sia sentito provocato. Era agitato: gridando parolacce mi ha risposto subito che era uno straniero regolare. Non lo metto in dubbio. Non è questo il problema. Il fatto è che non ne possiamo più di sapere che da una spallata o da un battibecco si può arrivare in due secondi alle bastonate».
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