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Mucca pazza, la donna malata mai stata in Inghilterra
Due casi di mucca pazza in otto anni in Italia: dopo il primo di cui fu vittima una donna siciliana nel 2002, il secondo si è verificato a Livorno, come anticipato ieri dal Tirreno. Colpita dal morbo una donna di 44 anni. La malattia scoperta quasi due anni fa, ma il contagio potrebbe essere più vecchio
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LIVORNO. Due casi di mucca pazza in otto anni in Italia: dopo il primo di cui fu vittima una donna siciliana nel 2002, il secondo si è verificato a Livorno, come anticipato ieri dal Tirreno. Colpita dal morbo una donna di 44 anni, sposata e madre di una bimba di 4. È ricoverata in fin di vita nel reparto delle Cure palliative dell’ospedale labronico. Il caso è stato segnalato dal ministero della Salute come «probabile variante della malattia di Creutzfeldt-Jakob (Cjd)» nell’ottobre del 2009. I medici hanno scoperto lo scorso anno che la donna era affetta dalla variante bovina della malattia, la cosiddetta Encefalopatia spongiforme (Bse), che si contrae ingerendo carne infetta e che, comunque, non si trasmette per contagio.
Secondo il ministero della Salute, le nostri carni non sono a rischio e i controlli sono ferrei. Il caso sarebbe legato «a un’infezione che risale a prima dell’introduzione del divieto di utilizzo delle farine di carne per l’alimentazione dei bovini (dicembre 2000)». «Le misure prese a suo tempo restano valide e non ne servono di ulteriori dopo questa segnalazione» sottolinea Maurizio Pocchiari, virologo dell’Istituto superiore di Sanità e responsabile del Registro nazionale sulle encefalopatie. «Il tempo di incubazione della malattia è lungo: 10, forse 20 anni».
La donna livornese probabilmente aveva contratto il morbo già da anni. Tuttavia, ha cominciato ad avvertire i primi sintomi circa un anno e mezzo fa. Tutto è iniziato con dei fastidi alla gola, tanto che all’inizio sembrava che avesse un’affezione alla trachea. Poi, dopo un peregrinare negli ospedali toscani, i familiari hanno deciso di accompagnarla in un istituto specializzato di Milano dove, dopo complessi accertamenti, è emerso che si trattava di encefalite da prioni, gli agenti infettivi responsabili della malattia. Nell’ultimo anno i sintomi si sono aggravati. La malattia si è imposta progressivamente, debilitando la paziente nel fisico e intaccando in maniera irreversibile il sistema nervoso.
Resta da accertare come la quarantaquattrenne livornese abbia contratto l’infezione. Sembra che la paziente negli ultimi anni non sia stata in Inghilterra, Paese dove si sono verificati numerosi casi dal 1993 a oggi (circa duecento). Molto probabilmente, ipotizzano i medici, potrebbe aver mangiato cibo infetto, considerando che la malattia è legata al consumo di carne contaminata. Tuttavia, in base a quanto appreso, gli stessi familiari della vittima non sono in grado di risalire a episodi sospetti specifici.
Negli ultimi tempi, la paziente era stata più volte ricoverata presso l’Istituto neurologico milanese «Besta», che l’ha sottoposta alle terapie senza riuscire ad arrestare l’avanzata del male. Da lì era arrivata a Livorno.
Ora si trova nel reparto di Cure palliative, diretto dal primario, suor Costanza Galli. Circondata dei suoi cari, si prepara ad affrontare nella maniera più dignitosa la fase terminale della malattia. Nel reparto confermano che la giovane madre è in condizioni disperate: «Si parla di settimane, forse mesi» ha detto la dottoressa Galli. «La sua è una famiglia molto presente, che la sta accompagnando con dignità in questa ultima fase».
Secondo il ministero della Salute, le nostri carni non sono a rischio e i controlli sono ferrei. Il caso sarebbe legato «a un’infezione che risale a prima dell’introduzione del divieto di utilizzo delle farine di carne per l’alimentazione dei bovini (dicembre 2000)». «Le misure prese a suo tempo restano valide e non ne servono di ulteriori dopo questa segnalazione» sottolinea Maurizio Pocchiari, virologo dell’Istituto superiore di Sanità e responsabile del Registro nazionale sulle encefalopatie. «Il tempo di incubazione della malattia è lungo: 10, forse 20 anni».
La donna livornese probabilmente aveva contratto il morbo già da anni. Tuttavia, ha cominciato ad avvertire i primi sintomi circa un anno e mezzo fa. Tutto è iniziato con dei fastidi alla gola, tanto che all’inizio sembrava che avesse un’affezione alla trachea. Poi, dopo un peregrinare negli ospedali toscani, i familiari hanno deciso di accompagnarla in un istituto specializzato di Milano dove, dopo complessi accertamenti, è emerso che si trattava di encefalite da prioni, gli agenti infettivi responsabili della malattia. Nell’ultimo anno i sintomi si sono aggravati. La malattia si è imposta progressivamente, debilitando la paziente nel fisico e intaccando in maniera irreversibile il sistema nervoso.
Resta da accertare come la quarantaquattrenne livornese abbia contratto l’infezione. Sembra che la paziente negli ultimi anni non sia stata in Inghilterra, Paese dove si sono verificati numerosi casi dal 1993 a oggi (circa duecento). Molto probabilmente, ipotizzano i medici, potrebbe aver mangiato cibo infetto, considerando che la malattia è legata al consumo di carne contaminata. Tuttavia, in base a quanto appreso, gli stessi familiari della vittima non sono in grado di risalire a episodi sospetti specifici.
Negli ultimi tempi, la paziente era stata più volte ricoverata presso l’Istituto neurologico milanese «Besta», che l’ha sottoposta alle terapie senza riuscire ad arrestare l’avanzata del male. Da lì era arrivata a Livorno.
Ora si trova nel reparto di Cure palliative, diretto dal primario, suor Costanza Galli. Circondata dei suoi cari, si prepara ad affrontare nella maniera più dignitosa la fase terminale della malattia. Nel reparto confermano che la giovane madre è in condizioni disperate: «Si parla di settimane, forse mesi» ha detto la dottoressa Galli. «La sua è una famiglia molto presente, che la sta accompagnando con dignità in questa ultima fase».
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