Il Tirreno

Livorno

«Insieme nel lettone poi in piscina. Che gioie le mie bimbe»

Cristiano Meoni
Laura Dini al Parterre, dove spesso andava con le bimbe Ora l’angoscia è finita
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Laura Dini al Parterre, dove spesso andava con le bimbe Ora l’angoscia è finita

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LIVORNO. Laura parla al telefonino e parla da mamma. Può tirare il fiato dopo una giornata vissuta pericolosamente, fra tribunali, commissariati di polizia, minacce di ritorsioni. In sottofondo si sentono le voci delle bimbe: Saida, che ha compiuto sei anni giovedì, e Amira, tre anni.

Le bambine sguazzano in piscina e lei deve continuamente riprenderle «perchè Saida non si accontenta, vuole andare nella piscina grande e io ho paura». Queste scocciature quotidiane, queste piccole proteste, è tutto quello che Laura Dini voleva da quando le bimbe sono sparite, aprile 2009. Voleva fare la mamma. Mamma-coraggio adesso è in Tunisia, in una località segreta, protetta dagli amici e sorvegliata dalla polizia. Ha dormito con le bambine, tutte e tre nel lettone, ed è stato «un sonno splendido, ogni tanto mi svegliavo e mi meravigliavo di averle finalmente accanto».

Ieri mattina Laura Dini ha fatto tutto quello che una mamma può fare. Ha svegliato le bambine, ha preparato la colazione, le ha vestite e pettinate «e poi siamo andati fuori a fare un po' di compere, perchè loro non hanno più niente, nè un paio di mutande, nè un costume, nè un vestitino». E' sempre una telefonata a cambiarti la vita. E quella telefonata, sul cellulare tunisino di Laura Dini, è arrivata giovedì pomeriggio. «Era l'agente della protezione infanzia, una divisione della polizia. Avevo pianto tutto il giorno perchè giovedì era il compleanno di Saida. Lui mi fa: signora non pianga, c'è una bella notizia. Ed io: ma le avete trovate? Lui sta sul vago e mi dice di presentarmi l'indomani mattina al tribunale».

«Venerdì mattina vado al tribunale. Sapevo che l'avevano ritrovate ma nient'altro. Potete immaginare come stavo. Porto con me qualche giocattolo: le Barbie, le borsine delle Winx che piacevano tanto a Saida, e poi un pallone. Passo dalla polizia. Poi vado al tribunale di Ben Arous per un colloquio con il giudice. Mi siedo nel corridoio. Aspetto un po' finchè sento dei passi».

Passi pesanti di poliziotti che rimbombano nel corridoio e che si avvicinano. Probabilmente i poliziotti che hanno liberato le bambine, giovedì, in una casa di campagna a sud di Tunisi. «Li guardo in faccia come per chiedergli: ma loro dove sono? Ma poi abbasso lo sguardo e, sotto le anche dei poliziotti, le vedo. Per poco non svengo. Mi casca tutto dalle mani. Ma lì per lì rimango gelata perchè Saida si abbarbica alla gamba di un agente e non vuole venire da me». Saida è arrabbiata con la mamma, pensa che l'abbia abbandonata e, non conoscendo i fatti, la incolpa. Amira piagnucola ma alla fine si fa prendere in braccio dalla madre. Le bambine parlano solo l'arabo e serve la delicatezza dei poliziotti della protezione infanzia per rompere il gelo.

D'altronde è sempre stato questo il terrore di Laura: «Cosa penseranno le bimbe di me? Diranno che l'ho abbandonate?». La mamma e le bambine si appartano in una stanza del tribunale con l'assistente sociale dell'ambasciata, protette da otto poliziotti. Due sbarrano la porta con una sedia, per impedire a chiunque di entrare. Fuori dal tribunale infatti sono accorsi i familiari del padre, che urlano minacce. Le bambine sono provate. Giovedì, quando sono state liberate, erano sporche, i vestiti laceri. La più grande, Saida, parla con i poliziotti e dice che ha visto un sacco di case, un mondo di gente, parenti e amici del padre, e che delle volte la svegliavano la notte, la coprivano con cappelli e vestiti e insieme alla sorellina la spostavano.

La polizia era da quattro mesi sulle tracce dei sequestratori, che per non farsi intercettare spesso cambiavano scheda del telefonino. Sono stati quasi tutti arrestati. «Voglio ringraziare tutto il personale dell'ambasciata e del ministero. E la polizia di Tunisi che non si è mai arresa. Ora voglio solo godermi le bimbe». Laura riattacca perchè Saida chiama, ed è una gioia sentirle dire «mamma».

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di Redazione web