Toscana
IL DOLORE CHE NON HA ETÀ
Sono belli i ragazzi che piangono
Cristiana Grasso
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Con i riccioli chiari e un accenno di barba, i bermuda, una collanina, ricorda un po' Jovanotti. Singhiozza piano in un angolo in fondo alla chiesa, abbracciato a una ragazza, singhiozza per tutto il tempo della messa e anche dopo, accasciato su una panca. Avrà più o meno vent'anni o forse meno, come la ragazza con i capelli colorati che avvinghiata a un'amica si dispera, come quel giovanotto alto e pieno di tatuaggi che davanti alla bara coperta di fiori colorati quasi sviene. Giovani, giovanissimi, come le altre e gli altri, amici più o meno stretti di Simone, che in questa chiesa, in questo funerale, raccontano, con la loro disperazione così composta e potente, l'altra faccia di una generazione, la faccia che non ti aspetti. Non te l'aspetti per pregiudizio, per superficialità, perché la vita di tutti i giorni te li mostra sempre allegri e in movimento, bravissimi a tener lontanti pensieri e dolori. Invece i nostri ragazzi piangono e vederli piangere fa bene e male al cuore al tempo stesso. Male, perché questi ragazzi sono sempre i nostri bambini, quelli che anche a costo di non attrezzarli per la scalata del futuro non accettiamo di veder soffrire, quelli che abbiamo sempre protetto dal dolore e dalle delusioni, dalle frustrazioni, dai lutti, quando potevamo. Da piccoli, da adolescenti, anche dopo. Una culla d'ovatta che prima o poi si sbriciola. Ma fa anche bene vederli piangere perché lì, in quella chiesa, con i fiori stropicciati in mano, con la foto di Simone alle elementari stretta in grembo, con le parole che escono spezzate per raccontare di quella volta che «in gita avevo paura a dormire sola e lui mi ha fatto coraggio e per un po' è stato con me...», i nostri ragazzi dimostrano di essere sulla strada giusta, quella della sensibilità e della condivisione, della riflessione e della pienezza dei sentimenti. Non solo discoteca fino all'alba, non solo vita spericolata o comunque spensierata e mohito ma anche lacrime che bruciano, lacrime del cuore, nella consapevolezza che la morte si porta via tutto. Lacrime che danno una lezione agli adulti («sono stati meravigliosi, in silenzio, concentrati sul loro dolore per tutta la funzione, e non accade spesso in certe sitiuazioni...» dirà poi il parroco Don Luciano). Lacrime che lanciano un messaggio. Quando serve, quando è il momento, quando non è più il caso di giocare noi ci siamo. E sappiamo dare tutto. Come e meglio dei grandi. Per esempio organizzare un funerale che a Simone sarebbe piaciuto. Che si chiude tra le note di quella canzone di Ligabue, "Lettera a G" (lui ne portava tatuata una frase in ricordo della sua mamma morta da poco) suonata sul sagrato, mentre esce la bara.
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