Gioco
Aiutatemi a fermare la strage
Cristiana Grasso
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Piero Michelini, padre di Carlo Babbo Piero: «Mio figlio è vivo, ma questi ragazzi rischiano troppo»
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LIVORNO. È in quel lampo di tempo (un secondo? mezzo secondo? un secolo?) di una mattina qualunque che ti trovi tra la vita e la morte, tra tutto e niente. «Pronto, signor Michelini. È la Polizia Stradale di Pisa... Suo figlio...». Piero Michelini, il padre di Carlo, uno dei tre ragazzi sopravvissuti al terribile incidente che è costato la vita a Simone Talani, dopo quell'attimo eterno di sospensione con il cuore che si ferma e le gambe che non le senti più, ha avuto la grandissima fortuna di precipitare dalla parte giusta. Quella della vita, della speranza: «Carlo ha avuto un incidente ma stia tranquillo, è stato lui a darci il numero di telefono, è vivo...». Intubato, stordito dagli antidolorifici, con costole rotte, una vertebra scheggiata e il viso pieno di ferite ma vivo, e anche cosciente. Come in un film, come in un romanzo (da "La stanza del figlio" a "Non ti muovere") «ma non ci sono film e romanzi che possano spiegare quello che ti succede dentro» racconta Piero. Però ci possono essere parole, idee, iniziative, che aiutino a cambiare le cose «a far capire ai ragazzi e ai loro genitori che la tragedia non è solo destino ma anche imprudenza, comportamenti assurdi, mode distruttive come quella di fare mattina in discoteca mai messe in discussione». Da qui, da quella telefonata e poi da questa riflessione vuole ripartire Piero «perché l'ho sempre pensato, se accade qualcosa di brutto a uno dei miei figli per cause che in qualche modo si potevano evitare io mi batterò con tutte le mie forze contro quelle cause». E infatti erano passate poche ore da quella telefonata quando Piero, che è un divoratore di libri e ama scrivere («alla maturità mi sono salvato grazie al tema») si è messo al computer e ha buttato giù la sua prima lettera, insieme racconto di quegli attimi di ghiaccio e appello a non starsene con le mani in mano di fronte a queste non-fatalità. Una lettera che, pubblicata subito sul Tirreno, ha aperto un dibattito e uno scambio di idee, emozioni e drammatiche esperienze, che sta proseguendo sia sul giornale che sul sito web. «E che deve continuare - dice accorato il babbo di Carlo -. Mi impegnerò con tutte le mie forze, voglio portare la mia battaglia a livello nazionale, voglio fare qualcosa perché tutti, figli e genitori, educatori e personaggi dello spettacolo, facciamo un passo indietro». Vorrebbe coinvolgere star come Jovanotti, scrittori, organizzatori di festival e tutti quelli che i ragazzi ascoltano «perché se una cosa te la dicono babbo o mamma non li ascolti, ma se te la dice il tuo allenatore, il dj, allora è un'altra cosa». Ma cosa bisogna far sapere a questi ragazzi, ai loro genitori? «Ai ragazzi che non sono dei immortali, che non sono invincibili, e che certi comportamenti sono più che rischiosi, sono masochisti. Non si può stare svegli e lucidi per 48 ore di seguito, magari dopo essersi alzati all'alba per andare a pescare, aver giocato a basket, e aver fatto le sei di mattina in discoteca». E agli adulti? «Noi abbiamo tante responsabilità, io per primo. Non sappiamo dire di no, se hai un figlio bravo come è capitato a me perché vuoi gratificarlo, prende 100 alla maturità e tu gli dici "no, in Versilia non ci vai?", se hai un figlio magari più problematico gli dici di sì per non peggiorare le cose. Ed ecco il risultato, per pigrizia permettiamo loro di vivere quella vita spericolata che Vasco Rossi decanta. Ecco, io sono un fan di Vasco ma dovrebbe andare su un palco e dire "da ora in poi niente più vita spericolata... E noi genitori dobbiamo imparare a "vietare", spiegando, ma senza transigere. Se vuoi fare mattina la fai in città, non esiste mettersi in macchina e fare 50 chilometri alle sei di mattina in quello stato, e non c'è bisogno di bere per avere un colpo di sonno. Poi ci sono le responsabilità di tutti quelli che orchestrano le mode: più i ragazzi stanno in giro tra sera e notte più consumano, l'aperitivo, la cena, la discoteca, la colazione. Così nasce l'idea che è da sfigati andare nei locali prima di mezzanotte, che se non fai l'alba non sei ganzo. E poi per cosa? Per essere fuori gioco tutta la giornata successiva...». Piero Michelini è deciso a non arrendersi, il figlio più piccolo, Marco, 16 anni, certamente non avrà mai il permesso di fare mattina in discoteca «ma lui dice che non gli interessa...». Ora c'è da pensare a Carlo, il letto nella cameretta che divide con Marco a pian terreno della palazzina in via degli Asili, è troppo vuoto, e a Piero e alla moglie Antonella manca tantissimo quel ragazzone bravo a scuola e nello sport. Eppure c'è anche la forza di pensare agli altri, la forza di voler cambiare le cose. «I figli danno questa forza e solo adesso capisco dove trovasse l'energia mio padre, quando 20 anni fa passava a trovarmi proprio al S.Chiara dove ero ricoverato in gravi condizioni per un incidente avvenuto in tutt'altre circostanze, cadde l'areo dal quale dovevo lanciarmi con il paracadute, mi sono salvato solo io, il pilota e il mio amico sono morti. Babbo passava la mattina prestissimo, dopo aver parcheggiato il camion chissà dove. Poi me lo vedevo apparire alle 10 la sera prima di tornare a casa dopo una giornata passata in giro col camion a fare da solo il lavoro che toccava soprattutto a me. Solo ora capisco: babbo passava a ricaricarsi, come sto facendo io con Carlo». E con il padre di Simone ha parlato? «No, non ancora. Devo imparare a gestire queste emozioni contrastanti. Ho il cuore che urla felicità e un grande senso di vergogna. Perché la felicità è assolutamente preponderante rispetto al dolore per la morte di quel ragazzo che, anche se non lo conoscevo bene, è pure fortissimo».
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