Il Tirreno

Livorno

Villa Maria chiusa da 4 anni

Mauro Zucchelli
Villa Maria chiusa da 4 anni

Lavori di messa a norma necessari mai partiti. L'attesa è stata inutile e la riapertura resta un sogno

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LIVORNO. Quanto ci metterà Villa Maria a diventare un “caso”, una di quelle rogne da prendere di petto e risolvere a tambur battente? Venerdì 30 entreremo nel quinto anno di porte sprangate, cristalli sfondati e lucchetto alla rampa verde, un glorioso tributo metallico all’estetica sovietica anni ’70 buono a impreziosire l’antica residenza — già di per sé non un capolavoro di architettura — che, fra via Redi e via Calzabigi, appartenne a una sfilza di casati blasonati.

È l’estate del 2006 quando il Comune detta l’ordinanza: via da Villa Maria gli studenti, i libri, i documenti. Figuriamoci se è per sempre, giusto il tempo di «consentrire lo svolgimento dei lavori di messa a norma»: dunque, il servizio è solo temporaneamente «sospeso ». Peccato che in questo limbo sia diventato per Villa Maria una condanna: mai partiti i lavori. Colpa della mancanza dell’ascensore interno e della necessità di abbattere le barriere architettoniche, è la salmodia che in questi anni è arrivata da Palazzo civico. Possibile che sia tutto qui? In realtà, non c’è uno straccio di niente in preventivo e, adesso che la finanza locale è alla canna del gas per il giro di vite del governo, ecco allontanarsi ancor di più la speranza che i quattrini saltino fuori.

Villa Maria non è diventata un caso perché il Comune ha avuto l’accortezza di non sbarrare l’accesso solo all’edificio anziché al parco: il verde resta a disposizione del quartiere, sicché a chi importa se studiosi o universitari devono vedersela con questo intoppo? Non fanno massa critica, la protesta è tutt’al più una lettera al giornale e forse neanche quella. Gli scaffali sono stati trasferiti a Villa Fabbricotti: sono spariti i posti in sala lettura, ma pazienza... Per una bizzarra coincidenza del destino, la chiusura di Villa Maria è arrivata quasi in tandem con la tragica fine di Piero Ungheretti, assassinato in Tunisia nell’aprile successivo nel suo studio all’ingresso della villa ha dato campo libero al suo genio di restauratore. Fino allo scoop di scoprire un Fattori inedito — così poco macchiaiolo, così tanto neoclassico-mediceo — sul retro di un capolavoro consacrato del caposcuola della “macchia”: l’abbiamo visto più di dieci anni fa al museo Fattori. Prima di chiudere a doppia mandata il lucchetto all’ingresso, Villa Maria è stata il quartier generale degli studi (e dei documenti) relativi alla storia locale: a cominciare dal centro nato per studiare la Resistenza e l’antifascismo. C’erano 39mila volumi moderni (ma anche 1.660 antichi), oltre a 200 manoscritti, 400 periodici, 2mila disegni e stampe, 20mila fotografie...

La stagione migliore però era finita da un pezzo: il senso di abbandono e trascuratezza l’ha già assaggiato quando si è esaurita la spinta propulsiva del Museo progressivo di arte contemporanea. Talmente esaurita che ormai le opere di grandi firme di fine Novecento sono incassettate nei magazzini municipali. Eppure non si tratta affatto di quattro crostacce di ragazzotti di provincia armati solo di belle intenzioni: parliamo di Burri e Vedova come di Tadini e Melotti, di Pozzati o di Consagra così come di Korompay, Fontana e Schifano o re di Isgrò e Dorazio, di Nigro, Baruchello, Marchegiani e l’elenco potrebbe continuare. Fortuna che almeno per quest’estate, dal 15 luglio a metà settembre, una bella parte di questo scrigno di tesori d’arte contemporanea — e questa è davvero una bella novità — si scrollerà di dosso le ragnatele: era dal ’99 che non potevamo vederlo live, lo troveremo in vetrina agli ex Granai di un’altra residenza ottocentesca com’è Villa Mimbelli. Al fianco del “Rettile” di Pascali che ne è diventato un pò il simbolo.

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