Sicurezza
Io fra Grotowski, Iris e la danza
Maria Antonietta Schiavina
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ELINA PELLEGRINI. A fianco: davanti all’ingresso del Goldoni. In alto: è la prima da sinistra. A destra: Jerzy Grotowski«Ho lasciato l'Isef e il lavoro di ragioniera per dedicarmi allo spettacolo»
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LIVORNO. Avrebbe potuto fare l'impiegata o la professoressa di educazione fisica o l'atleta. E invece si occupa a tempo pieno di spettacolo, cercando di orientare la sua esperienza su un mondo che l'ha sempre affascinata, ma che solo da grande ha potuto scoprire. Elina Pellegrini, livornese, è l'anima e la mente dell'associazione "Iris" e per quattordici anni, ai tempi del grande Jerzy Grotowski, ha lavorato per il teatro di Pontedera. Ritornata da poco ad abitare nella sua Livorno, una città che ama pur vedendone i difetti, afferma di voler lavorare anche con le realtà del territorio e ha molti progetti in questo senso. Occhi color del cielo, un bel viso, sorriso dolce, in realtà Elina è una donna determinata, i cui sogni non cadono mai nel vuoto, forse perché la vita le ha insegnato molto presto a mettere i piedi per terra, togliendole il padre quando lei era ancora troppo piccola per capire che, poi, quella mancanza sarebbe diventata con gli anni sempre più forte. Elina, cosa significa vivere nel ricordo di un babbo sconosciuto? «Avere una mancanza che nessuno potrà mai sostituire. Ho avuto un padre solo attraverso le foto e i racconti che gli altri mi facevano di lui e la sua presenza mi è mancata molto, anche se ne ho avuto consapevolezza solo a 11 anni, dopo che mia madre si è risposata». Neppure il marito della mamma l'ha aiutata in questo senso? «Lui è una persona squisita, che stimo e che mi ha accolto fin da subito. Ma quando si nasce con un'assenza niente può riempirla, non c'è riuscito neppure il nonno, pur essendo molto presente nella mia vita: un antifascista autodidatta, che aveva solo la licenza elementare, ma era molto intelligente... Mi ha trasmesso tutto il suo sapere. Amava la natura e mi ha avvicinato alla terra, inculcandomi valori fondamentali». Che lavoro faceva? «Era entrato al cantiere navale da giovane, poi divenne capocantiere e a tempo perso andava a pescare perché adorava il mare, elemento fondamentale anche della mia vita». Lei è figlia unica o ha altri fratelli? «Una sorella, Arianna, dieci anni più giovane di me, nata dal secondo matrimonio della mamma». Elina è un nome singolare. Da dove proviene? «Dal nome della mia nonna paterna, morta l'anno precedente alla mia nascita. In casa abbiamo tutti nomi strani, mia madre per esempio, che è nata nel 1936, si chiama Goliarda in ricordo di suo zio Goliardo, un antifascista, che patì il carcere per motivi politici e morì giovane». Oggi lei si occupa di teatro. Era il suo sogno o ne aveva altri nel cassetto? «Il mio orientamento è sempre stato artistico, ma l'idea di mandare una bambina di 13 anni tutti i giorni a Lucca era impensabile. Così finii per iscrivermi a ragioneria. Dopodiché feci anche atletica a livello agonistico. E una volta terminata ragioneria frequentai l'Isef a Firenze». E dopo l'Isef? «Trovai lavoro come ragioniera in un'azienda cantieristica di Viareggio, della quale mio padre prima di morire era diventato socio e poi, sempre come impiegata, a Livorno». Il mondo dello spettacolo invece quando l'ha incontrato? «Successivamente: avevo già 26 anni. Con mamma andavo spesso a vedere degli spettacoli. E, in seguito ho continuato con i miei amici: ricordo che alla Gran Guardia c'era il turno e che i giovani avevano il terzo turno, il C. Poi, per caso, iniziai a lavorare part time per il Cel, un'associazione tra Comune, Provincia e Istituto Mascagni». Mantenendo sempre il suo impiego di ragioniera? «Sì, ma dopo sei mesi di doppio lavoro, era il 1991, mi licenziai. Rimasi tre anni al Cel e poi andai a fare un corso di management alla Luiss di Roma, per cercare di approfondire le conoscenze sul mondo dello spettacolo. Da allora lavoro a tempo pieno solo per questo». Per quattordici anni si è occupata del teatro di Pontedera. Come è avvenuto l'incontro? «Sostenni un colloquio e mi assunsero. Avevo già vent'anni di esperienza alle mie spalle: collaborazioni con il Comune di Livorno, a Effetto Venezia, con la compagnia di Micha Van Hoecke, che all'epoca era al teatro Verdi di Pisa. Con l'Atelier della Costa Ovest, a Collesalvetti con Paolo Pierazzini, e con la compagnia dei Magazzini Criminali (oggi compagnia Lombardi Tiezzi)». Con quale ruolo fu assunta? «Produzione e programmazione. Ruolo fondamentale perché il teatro di Pontedera nasce come centro di produzione teatrale e teatro di sperimentazione che, fra le tante cose importanti che ha fatto, ha ospitato dal 1986 al 1999, fino alla sua morte, il grande regista polacco Jerzy Grotowski». Perché a un certo punto ha abbandonato una simile realtà? «Ci stavo da 14 anni, avevo voglia di sperimentare altre strade. Ritrovare stimoli, guardare oltre. Non so se riuscirò a provare un'esperienza straordinaria come quella, ma so che voglio perlomeno provarci...». Adesso qual è il suo ruolo nello spettacolo? «Dal luglio 2008, periodo in cui sono venuta via da Pontedera, faccio la project manager, ho un'associazione, Iris, da me fondata già nel 2002 e collaboro a varie compagnie sia di danza contemporanea sia di teatro, occupandomi o di un progetto nella sua interezza o di una porzione (promozione, produttivo eccetera: dipende dalle esigenze della compagnia)». Nel 2007 lei ha anche fatto compagnia con Laura Scudella danzatrice e coreografa e Juri Roverato, danzatore diversamente abile, spastico dalla nascita. «E' stata un'esperienza stupenda. Per due anni abbiamo collaborato andando in tournée con Iris, la mia associazione, diventata per l'occasione una compagnia: con due spettacoli abbiamo girato Italia nei maggiori festival e anche l'Europa». In questo momento si occupa più di danza o più di teatro? «Parallelamente di tutti e due, anche se nel rinnovamento del mio lavoro la danza mi interessa molto: è il vero teatro di sperimentazione». Torniamo a Livorno e alla sua infanzia. Dove abitava da bambina? «Ad Ardenza, mi sembrava di essere in vacanza tutto l'anno. Ora invece abito da poco in centro, in via Grande: ho deciso che mi piace stare in mezzo alla gente». E' molto legata alla sua città? «Sì, qui ho le mie radici. Tutta la mia famiglia abita a Livorno. Anche mia figlia Valentina, che ha 25 anni e fa l'impiegata: non sono riuscita a trasmetterle la mia passione per il mondo dello spettacolo dal vivo, però ama la musica, suona la batteria con un piccolo gruppo di ragazze e a suo modo è anche lei un artista».
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