Gioco
Sono qui le mie radici fra Risorgimento, ecumenismo e laicità
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Pubblichiamo alcuni ampi stralci dal primo capitolo del libro di Carlo Azeglio Ciampi dal titolo "Da Livorno al Quirinale. Storia di un italiano" (edito dal Mulino): è una conversazione a tu per tu con il giornalista Arrigo Levi in cui l'ex presidente della Repubblica racconta la sua parabola di uomo dentro le vicende del Paese. Con un forte senso delle proprie radici livornesi. Livorno è una città molto particolare, che esprimeva, per volontà del Granduca di Toscana, una cultura che oggi definiremmo "ecumenica". Che influenza ha avuto su tutta la tua vita essere nato e cresciuto livornese? «Livorno è, in Toscana, una anomalia storica, con peculiarità che contraddistinguono il carattere di questa città. Livorno fu fondata come città-asilo. L'avervi vissuto, in anni cruciali per lo sviluppo della personalità, voleva dire avere respirato l'aria di un luogo da sempre crogiuolo, come mi è capitato di affermare, di mille diversità: di storie, di culture, di costumi, di tradizioni. Non poche di queste tradizioni avevano radici nella diversità di credo religioso. (...) L'essere nato livornese mi disponeva a riconoscere nella libertà religiosa un diritto fondamentale, inviolabile, della persona, del cittadino, e questo mi sembrava dovesse essere un carattere fondante della nostra nuova, giovane democrazia. Ne sono ancora convinto». Veniamo ai tuoi primi ricordi. A me pare che ognuno abbia dentro di sé cento anni di memoria, e che le prime pagine della vita di ogni uomo siano state scritte ancor prima che nascesse. È stato così anche per te? Da che famiglia è uscito Carlo Azeglio Ciampi? E perché ti chiami Azeglio? «La mia famiglia da parte paterna è pienamente toscana. Mio padre livornese, mio nonno livornese, mia nonna lucchese. Mi chiamo Azeglio come mio nonno, e questo indica già la passione risorgimentale della mia famiglia». Che è ancor viva in te, fino ad oggi. «È così. Ma la mia famiglia era anche sostanzialmente cattolica, di un cattolicesimo liberale, tipico di quegli anni, di quell'epoca. Il mio primo ricordo d'infanzia si rifà a mio nonno. Morì nel maggio del '24, allora avevo tre anni e mezzo circa. (...) Mia nonna la ricordo per un bel testamento che lasciò ai suoi figli, che esordiva con la frase «siate religiosi e onesti». (...) Qui c'è tutta la storia della mia famiglia e dell'animo che ha sempre dominato nella famiglia Ciampi: animo religioso, ma al tempo stesso laico e risorgimentale. Tutto questo da parte paterna, dei Ciampi». E da parte materna? «Da parte materna invece la storia è diversa. Mia madre è nata a Pisa casualmente, perché il padre era ufficiale di cavalleria piemontese (...) Mentre mia nonna paterna alle cinque andava in chiesa a recitare il rosario mia nonna materna andava alla "sala da tè" per parlare con le amiche. Credo che questo possa già bastare per dire del taglio del tutto laico, al limite quasi dell'ateismo, da parte materna. Mia madre no, era praticante, ma moderatamente religiosa. Mentre in casa di mia nonna paterna alle cinque c'era sempre il rosario, questo non avveniva in casa mia». (...) Qual è il ricordo di tua madre? «Mia madre aveva preso il diploma di musica, suonava bene il pianoforte, io amavo molto sentire suonare il piano. Ricordo ancora quando suonava "La campanella" di Liszt. Non è che avesse un grado elevato di cultura, aveva fatto le cosiddette "scuole normali" cioè le magistrali, e non è andata oltre. A casa mia di laureati non c'era nessuno, ma il ramo materno aveva una certa tendenza letteraria, con i fratelli di mia madre, in particolare il fratello maggiore Alfredo Masino, che viveva a Roma e che scriveva commedie. Avevo una corrispondenza non fitta, ma di qualità, con questo mio zio materno; lo vedevo di rado, ma sentivo che aveva una sensibilità molto fine». Fu dunque tua madre che ti ha avvicinato alla musica? «Sì, ma non solo lei. In molte città di provincia ci sono gli "Amici della musica", c'erano anche a Livorno, mia madre e mio padre erano abbonati, e spesso portavano anche me a sentire i concerti. Poi a Livorno c'è un amore tradizionale per l'opera. Mascagni era amico di mio zio, c'era un tenore famoso, un certo Galliano Masini. E il teatro Goldoni, con l'opera era molto attivo. La domenica pomeriggio c'era l'abitudine che mia madre, mio zio (abitavano tutti quanti nello stesso stabile, in piani diversi) e altri amici si riunissero per fare musica. Mia madre suonava, c'era qualcuno che tentava di cantare pezzi d'opera. Era una maniera di passare la domenica». Così allora si usava nella buona borghesia. Ma vorrei venire alla tua passione per il mare. Tutti ricordano le immagini di Ciampi che voga in barca, e posso testimoniare che la tua fama di robusto nuotatore è più che meritata. E poi il nome di Ciampi, quando era ragazzo, era associato in un certo modo al mare. «Il mare con Livorno è tutt'uno. Si cominciava a fare i bagni a maggio e si finiva a ottobre. Per me il mare era tutto, non concepivo una villeggiatura fuori Livorno. Infatti non si andava fuori Livorno; per star più comodi, si pigliava in affitto un appartamento sul mare, per evitare trasferimenti, per non dover pigliare il tram per andare al mare da casa mia, una distanza di poco più di un chilometro. E di fronte alla casa al mare c'era uno stabilimento balneare». Dimmi del tuo rapporto con l'Accademia navale, che era un rapporto un po' speciale. Se non sbaglio, i cadetti dell'Accademia di Livorno compravano i loro primi strumenti da Ciampi, nel negozio di tuo padre. È così? Il negozio c'è ancora? E si chiama ancora Ciampi? «È vero; e il negozio c'è ancora e si chiama ancora Ciampi: siamo alla quinta generazione. Il negozio fu aperto da mio nonno Azeglio. Poi lo hanno gestito insieme, durante tutta la loro vita, mio padre e mio zio, fino alla seconda guerra mondiale, quando il negozio fu distrutto dai bombardamenti e abbandonato. Dopo la guerra è stato riaperto da mio fratello, che l'ha portato avanti per tutta la vita; poi sono subentrati i figli di mio fratello e ora, attualmente, ci lavorano anche i nipoti, la quinta generazione. A Livorno c'è ancora l'Ottica Ciampi, che fu la prima ottica di Livorno. La ditta Ciampi normalmente partecipava e vinceva le gare per la fornitura all'Accademia degli strumenti che usavano gli allievi, strumenti che servivano per le misurazioni che si fanno in mare» (...). Ma con la tua passione per il mare e con questi precedenti familiari non ti venne voglia di entrare all'Accademia navale? «Per quanto riguarda i miei rapporti con l'Accademia, sentii la cosiddetta "tentazione dello spadino" quando passai la maturità, nel luglio del '37, tanto che andai presentarmi alla visita medica per entrare all'Accademia navale. (...) Capii l'antifona: il medico militare aveva considerato la mia figura di adolescente, avevo appena sedici anni e mezzo. Fatto sta che uscii e lì non mi videro più». Torniamo agli anni della tua giovinezza. Che immagine si aveva in casa Ciampi, di altre religioni? A Livorno, per esempio, c'erano tanti ebrei. Conosco bene la tua forte amicizia personale con i Sadun, ebrei livornesi. E so quanto sia stato sempre forte il tuo legame con il rabbino capo di Roma, Elio Toaff, anche lui livornese, oltre che partigiano. Questo tipo di amicizie a Livorno, era normale o un po' eccezionale? Come giudicasti le leggi razziali del '38? «Allora a Livorno i rapporti con gli ebrei erano di grande normalità, più che di tolleranza. Però non posso nascondere che una certa diffidenza si avvertiva, penso, da ambo le parti. Ma, almeno nella mia generazione, non facevamo differenze nelle nostre amicizie fra ebreo e non ebreo. Le persone più adulte, come mio padre sì». (...) Parliamo di calcio. Conosco la tua passione di tifoso del Livorno. Lo sei ancora? «Io sono sempre stato tifoso di calcio. Da giovane, da ragazzo e da bambino, non potevo andare alle partite, non mi mandavano perché mio padre odiava il calcio. Era un premio particolare se mio padre mi portava alle partite. Arrivavamo sempre in ritardo. Io insistevo con mio padre: «Andiamo, è ora: alle due e mezza c'è la partita». La risposta di mio padre era: «Non perdi mica l'atto» cioè non stiamo andando all'opera, puoi arrivare anche in ritardo. Però voleva premiarmi perché andavo bene a scuola ed ero un bravo figlio. Così appena diventai più grandino mi prese la tessera, l'abbonamento alla tribuna, i posti seduti con le poltroncine, quelli migliori». (...) Dagli anni della tua giovinezza hai percorso molta strada. Senti ancora Livorno come la tua città? La storia, che ti sto facendo raccontare, è la storia di un livornese che ha fatto fortuna nel mondo? «Sono rimasto molto attaccato a Livorno. Sono rimasto sinceramente livornese, anche se ho perso molti dei modi di fare dei livornesi, ad esempio il modo di parlare, il "deh" livornese. Il livornese dice "deh" ogni cinque minuti. Sono poco livornese nei comportamenti, i livornesi sono rumorosi per natura, parlano a voce alta. Il popolo livornese è immediato, dice la parola forte, bestemmia. La bestemmia non è una bestemmia, è un intercalare». A Livorno tu hai continuato a ritornare per visite anche brevi ogni volta che potevi. Una parte della tua famiglia è ancora a Livorno? «I resti della mia famiglia. Mio padre purtroppo è morto prematuramente nel '47. Mia madre è morta molti anni dopo, nel luglio del '76, e fino ad allora andavo a Livorno per trovare mia madre. Per molti anni, finché è stata in condizione di farlo, è venuta ospite a casa mia, prima a Macerata, poi a Roma, rimaneva tre o quattro mesi. Poi, non ha più potuto ed è rimasta a Livorno e andavo a trovarla io, forse non con la frequenza che avrebbe dovuto avere un figlio che era debitore di tanto alla madre. Poi ho continuato ad andarci di frequente finché era vivo mio fratello. Ho ancora là i figli di mio fratello, ai quali sono rimasto molto affezionato. In genere a Livorno vado, con Franca, una o due volte all'anno. Ora è oltre un anno che non ci vado ma, come sapete, non amo più muovermi. Mi stanca muovermi. Vado là anche perché c'è la cappella di famiglia».
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