Il Tirreno

Livorno

Giaconi lascia Livorno dopo 20 anni

Da sinistra: Antonio Giaconi la notte della tragedia nella quale morirono quattro bimbi rom; le famiglie del quadrilatero di via Filzi che vengono fatte uscire dall’edificio e la conferenza stampa (col procuratore De Leo e il sostituto Carla Bianco) sulla chiusura dell’indagine sul Moby. In basso: Giaconi in udienza
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Da sinistra: Antonio Giaconi la notte della tragedia nella quale morirono quattro bimbi rom; le famiglie del quadrilatero di via Filzi che vengono fatte uscire dall’edificio e la conferenza stampa (col procuratore De Leo e il sostituto Carla Bianco) sulla chiusura dell’indagine sul Moby. In basso: Giaconi in udienza

Ha indagato su Moby, Elbopoli, Porto 2000, rogo dei bimbi rom e morti sul lavoro

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 LIVORNO. Da domani, dopo diciannove anni e quattro mesi, la sua sede di lavoro non sarà più Livorno ma Pisa, la sua città natale, dove non ha mai smesso di abitare. Con Antonio Giaconi la Procura della Repubblica di Livorno perde la sua memoria storica, oltre che una persona dalla gentilezza squisita. Certo, il magistrato qualche capatina in via Falcone e Borsellino la rifarà, e non solo per riordinare il materiale del suo ufficio: porterà a termine, infatti, due processi che ha iniziato.  Si tratta di quello per l'omicidio di Natalina Meschini a Piombino, ormai alle ultime battute davanti alla Corte d'assise, e di quello per un'associazione a delinquere finalizzata all'estorsione e alle rapine, che conta una quarantina di imputati. Però ormai il dado è tratto: da domani mattina Antonio Giaconi sarà ufficialmente un sostituto procuratore di Pisa.  L'arrivo. E' datato marzo 1991 l'arrivo di Antonio Giaconi a Livorno, come sostituto procuratore presso la Procura circondariale presso la pretura, la cosiddetta "procurina". In precedenza, aveva fatto il giudice al tribunale di Tempio Pausania, in Sardegna, competente su tutta la Gallura. Una dimensione diversa, «dove ancora facevamo processi per sequestro di persona a scopo di estorsione». Anni difficili, per l'ufficio livornese dove Giaconi si insediò: scoppiò lo scandalo delle aste truccate che arrivò a coinvolgere il procuratore capo Domenico Galdieri. «Di quell'epoca - racconta Giaconi - ricordo l'evacuazione di numerose famiglie e il sequestro del quadrilatero di case popolari dove vivevano, in via Filzi, a Shangai. Una decisione che prendemmo dopo una lunga riunione con tutte le istituzioni presenti: entrai in quell'edificio insieme ai vigili del fuoco e vidi che c'era il soffitto puntellato. Capimmo subito che non eravamo in condizioni di sicurezza». Quel palazzo poi fu demolito e ricostruito, per decisione del Comune. Sempre da sostituto presso la Procura circondariale, Giaconi condusse l'indagine per la morte di Ruggero Toffolutti, alla Magona di Piombino. «Quando entrai in fabbrica insieme a un ufficiale di polizia giudiziaria che con me ha collaborato a lungo - dice - vidi il corpo di questo giovane operaio straziato da una macchina. Fu una scena terribile. Indagammo a lungo sulla Magona, facendo anche accessi a sorpresa per verificare le condizioni di sicurezza dei lavoratori e arrivando a iscrivere al registro degli indagati numerosi dirigenti, fino ai capi reparto. Quasi tutti patteggiarono».  L'unificazione. E' datata 1999 l'unificazione fra le Procure. Giaconi sbarcò in via Falcone e Borsellino e subito gli toccò la grana dell'indagine per estorsione su Piero Neri, uno degli imprenditori cittadini più in vista. «Finì con un patteggiamento per violenza privata, concordato con l'avvocato Padovani», riferisce.  Genova, Moby, i bimbi. A chiedergli quale sia stata l'indagine che più di altre lo ha toccato, la risposta si divide in tre: «L'inchiesta finita a Genova, poi quella sul Moby Prince e la strage dei bambini rom bruciati in Pian di Rota». La prima è quella che ormai va sotto il nome di Elbopoli e che ha coinvolto il giudice Germano Lamberti. «Oltre a questo - precisa Giaconi - in questo contesto c'è anche lo strascico del processo al ministro Matteoli che ancora non è stato definito: dovrà esprimersi la Corte costituzionale». La seconda questione, quella relativa al Moby Prince, vede Giaconi direttamente responsabile non solo come pubblico ministero, visto che fu lui, in qualità di procuratore della Repubblica reggente (incarico svolto dall'aprile 2006 al luglio 2007) a riaprire l'inchiesta: «Sono contento di averlo fatto, di aver riaperto quel fascicolo. E' stato un impegno grosso, ma credo che fosse giusto per la città, per chiarire aspetti che rischiavano di rimanere nell'ombra per sempre». Infine la tragedia dei quattro bambini rom, morti nella notte di San Lorenzo di tre anni fa nell'incendio della baraccopoli dove vivevano, sotto un viadotto della Variante Aurelia in via Pian di Rota. Toccò al dottor Giaconi, che arrivò sul posto in piena notte, disporre il fermo in carcere dei genitori. «Mi costò tantissimo - racconta - perché un genitore che perde un figlio in quel modo ha già pagato un prezzo altissimo. Ma non potevamo fare altrimenti: c'erano molte cose ancora da chiarire. Comunque è stato un caso molto duro, che non poteva non coinvolgermi emotivamente».  La Porto 2000. Insieme al collega Massimo Mannucci, Giaconi ha condotto anche la maxi-indagine sulla Porto di Livorno 2000, che sta giungendo al processo dopo una raffica di patteggiamenti. «Posso capire che per Livorno anche quello sia stato un fatto straordinario - conclude - forse per la notorietà di chi vi era coinvolto, ma è un'inchiesta che ho vissuto con maggiore distacco. Chissà, forse perché non sono livornese».

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di Redazione web