Arlecchino stregato dal flauto
Maria Antonietta Schiavina
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ELISABETTA PASQUINELLI. Con lottavino davanti allo specchio «La passione per la musica? L'ho scoperta fra i quadri di mio padre»
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LIVORNO. La musica è arrivata nel suo cuore grazie a una professoressa delle medie che le aveva insegnato il flauto dolce. Poi, galeotta una mostra del padre, biologo di professione e pittore per hobby, il suono di un altro flauto (traverso) con cui un musicista aveva il compito di "accompagnare" l'evento, le fece capire che quella della musica sarebbe stata la sua strada. Prima tappa di un percorso intenso e pieno di soddisfazioni il liceo musicale Mascagni di Livorno, dove Elisabetta Pasquinelli, 29 anni, livornese, si è diplomata in flauto traverso, uno strumento che l'ha portata e la sta portando in giro per il mondo. Senza mai farle rinnegare però le sue radici, che lei tiene ben salde nella città dove è nata e dove ha tuttora amicizie autentiche, quelle maturate fra i banchi di scuola che, anche se ognuno poi va per la sua strada, non si cancellano mai. La passione per la musica l'ha accompagnata fin da piccola per trasformarsi poi in un vero e proprio lavoro. Gliel'ha trasmessa qualcuno in famiglia? «No. In casa mia l'unica musica che si sentiva era quella della radio. E probabilmente, anche se a me piaceva molto ascoltare le canzoni e cantare, se non fossero accadute alcune cose non avrei mai pensato di diventare una musicista». Qual è stato il momento in cui si è detta: "Da grande suonerò il flauto"? «Quello in cui, ancora bambina, dopo aver studiato con piacere il flauto a scuola, ascoltai estasiata un flautista che nella galleria dove mio padre aveva organizzato una mostra dei suoi quadri, suonava per intrattenere gli invitati. Il suono del suo strumento (un flauto traverso) mi appassionò talmente che dopo le medie volli iscrivermi al conservatorio Mascagni dove, nel 2003, mi diplomai, grazie anche all'aiuto del professor Stefano Agostini che seppe coinvolgermi trasmettendomi il suo entusiasmo». Da quattro anni gira il mondo insieme alla compagnia del Piccolo Teatro di Milano, suonando nello spettacolo "Arlecchino servitore di due padroni", regia di Giorgio Strehler, rivisitato da Ferruccio Soleri, interprete da cinquant'anni di Arlecchino. Come è avvenuto l'incontro con una compagnia così prestigiosa? «Mi sono presentata a un provino per la sostituzione di un flautista: volevano qualcuno con esperienza di teatro e io, avendo lavorato con Pietro Cennamo di Theatralia per alcuni spettacoli, mi sentivo abbastanza esperta». Ha superato subito la prova? «Sì, e dal 2006 suono nella compagnia come flautista e ottavinista, insieme a cinque musicisti, tutti mascherati come richiede la regia». Con il Piccolo ha fatto anche il giro del mondo... «Siamo stati in molte città italiane e poi in Francia, in Romania, in Spagna, in Germania, in Russia, in Cina, in Giappone, in Cile, in Nuova Zelanda...». Di tutti i luoghi dove è stata quale l'ha colpita di più? «La Nuova Zelanda, dove c'è una natura ancora incontaminata. Ma anche Berlino e Parigi, grandi capitali che mettono la cultura in prima fila». Da qualche tempo però quando non viaggia vive a Genova. Come mai? «Il mio fidanzato, Francesco Loi, è primo flauto dell'orchestra Carlo Felice di Genova, e io mi sono trasferita per stargli accanto, anche se torno spesso a Livorno, non solo per amore della mia città, ma perché suono con l'orchestra del Teatro dell'Opera e insegno in un laboratorio nella scuole elementari». Oggi che è una flautista affermata ricorda il suo primo concerto? «L'ho tenuto a Livorno per "Effetto Venezia": suonavo insieme a un'altra ragazza, indossando un vestito di scena con tutt'intorno un'ambientazione da dopoguerra». Con quali direttori ha lavorato finora? «Non suono in un'orchestra stabile e perciò mi esibisco soprattutto con direttori emergenti, oppure musicisti con grande esperienza, che fanno parte più di realtà locali e sono fuori dal circuito dei grandi nomi. Collaboro assiduamente con l'Orchestra Massimo De Bernart di Livorno, e con Mario Menicagli che è il direttore principale (l'anno scorso anno ha fatto un grande lavoro creando dal nulla una stagione di 8 opere). L'esperienza più bella che ho avuto finora è stata quella con Zubin Mehta, con cui ho suonato quando frequentavo l'Accademia per Professori d'Orchestra al Maggio Musicale Fiorentino. Poi, di recente, con Daniel Oren in una Boheme al Carlo Felice di Genova...». Ha collaborato anche con orchestre e cantanti di musica leggera come Ron. «Il progetto del cd-dvd Sony "Ron in concerto con l'Orchestra Toscana Jazz" (l'attuale orchestra Massimo De Bernart) con il tour in tutta Italia e all'Expo di Saragozza è stato intenso e costruttivo, perché mi ha permesso di lavorare con un grande professionista da molti anni sulle scene, che si è messo in gioco di nuovo accettando, di riarrangiare per orchestra i suoi brani più famosi». Ha un mito musicale? «Due: Bach e Mozart». Qual è il pezzo che suona con più emozione? «L'intermezzo della Cavalleria Rusticana di Mascagni». Cosa fa quando non "gioca" con il suo flauto? «Passo il tempo con le persone che amo, insegno musica ai bambini, studio, viaggio, esco con gli amici, navigo su internet...». In famiglia chi è il suo più grande fan? «Mio padre senza dubbio, essendo anche lui un artista è molto orgoglioso di me, e spesso mi fa anche troppa pubblicità...». Quali sono le qualità che deve avere un buon flautista? «Bel suono, intonazione, musicalità e personalità». Cosa consiglierebbe a un giovane che volesse intraprendere la sua strada? «Di farlo solo se è veramente motivato, perché è una strada molto difficile, che spesso non ripaga i sacrifici: oggi trovare un lavoro stabile come musicista in Italia è praticamente un miraggio, sia che si voglia entrare in un'orchestra sia per quello che riguarda l'insegnamento. Per quanto mi riguarda la ripercorrerei, forse con più consapevolezza sin dall'inizio degli studi, della realtà che c'è fuori dal conservatorio». Sogni nel cassetto? «Spero un giorno di suonare con Claudio Abbado».
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