Il Tirreno

Livorno

Oriano Niccolai, gli ottant'anni del creativo rosso

Luciano De Majo
Anni ’70: alcuni giovani della Fgci nel magazzino di via Gaiilei lavorano per allestire i pannelli della Festa de l’Unità
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Anni ’70: alcuni giovani della Fgci nel magazzino di via Gaiilei lavorano per allestire i pannelli della Festa de l’Unità

Una vita passata fra campagne elettorali e feste dell'Unità Fu amico di Berlinguer e Gianni Rodari gli dedicò un racconto

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 LIVORNO. Una volta l'inconfondibile eleganza del suo scrivere prese forma in un cartello che affisse al muro, dietro la sua scrivania. «In questa stanza si prega di non rompere con il "quant'altro" di moda». Era la fine degli anni'80 e l'espressione «quant'altro» riempiva i documenti politici con frequenza eccessiva per il suo spirito, sempre saggiamente critico e mai adagiato sulle tendenze in atto e sulle maggioranze che si componevano e si scomponevano alla velocità della luce. E' un personaggio straordinario, Oriano Niccolai. Domani compie ottant'anni e lui la prende con la filosofia che gli è propria. «Sì - dice - sono sessant'anni che ho vent'anni», e sorride. Farà festa assieme alla sua Marna, moglie e compagna di una vita, ai figli Gianni e Gianna e ai cinque nipoti che questi gli hanno dato. Non solo grafico  Oriano Niccolai è stato una colonna della sinistra, non solo livornese. Dirigente del Pci e della sua organizzazione giovanile fin dagli anni '50, definirlo semplicemente "grafico" è forse la più grande delle ingiustizie che gli si possa fare. Perché è vero che dalla sua mano e dal suo ingegno sono nate le parole d'ordine del vecchio Partito comunista e, successivamente, dei partiti che hanno preso corpo dalla sua trasformazione, ma a ben vedere il suo impegno politico si è accompagnato a una professionalità indiscussa. Niccolai, nella sua lunga vita lavorativa, è stato, sì, anche grafico, ma ha fatto il giornalista mai iscritto all'Ordine («Non ho nessuna patente, neanche quella di guida», ironizza lui), il comunicatore. E' stato, per la federazione livornese del Pci quello che oggi si definirebbe "il creativo". Ciò che nella comunicazione politica di oggi si chiama "headline" a quell'epoca veniva chiamata "parola d'ordine", ma la sostanza è la stessa. La sola differenza si ritrova, casomai, nei super-ingaggi che gli esperti delle agenzie di comunicazione oggi chiedono, rispetto allo stipendio di funzionario di partito che nel Pci veniva calcolato sulla base di quello dei metalmeccanici di quinto livello. «Una scuola di vita»  Gli ottant'anni di Oriano Niccolai sono, così, l'occasione per raccontare alcuni degli episodi da lui vissuti, che si intrecciano anche con la storia politica del paese. Originario della Maremma, l'infanzia trascorsa ad ascoltare le storie del bandito Righini per il quale qualcuno della sua famiglia aveva fatto il tifo, Niccolai studiò a Livorno dai Salesiani prima di incontrare il Pci. Ed è qui che cominciano i racconti del "Nido delle aquile", il bugigattolo dove aveva sede la Federazione giovanile comunista guidata da Nelusco Giachini. «Non era soltanto una scuola di politica - racconta Oriano - ma anche di cultura. Con Nelusco e con Bino Raugi si discuteva di tutto: non c'era possibilità che non avessero letto Proust e che si fossero lasciati sfuggire le critiche cinematografiche degli ultimi film. Ma questa era la grandezza del Pci: essere il partito delle masse lavoratrici e dei più grandi intellettuali». Amico degli intellettuali  E tanti sono stati gli intellettuali con cui Oriano Niccolai ha avuto modo di collaborare, o che almeno ha conosciuto. Gente del calibro di Nanni Loy e di Renato Guttuso, oppure uno scrittore come Gianni Rodari che si dice gli abbia dedicato una delle sue storie per ragazzi, disegnando a sua immagine e somiglianza il personaggio di Giovannino Perdigiorno. Lui, Oriano, ricorda e sorride. E sorride ancora di più quando pensa alle isole. Sì, perché alla fine degli anni'60 il Pci lo manda in Sardegna e all'inizio dei'70 in Sicilia. «In Sardegna girai gran parte dell'isola a dorso di mulo - racconta - con una cinepresa, realizzando un documentario sull'isola per conto del partito. E' lì che iniziò anche il mio rapporto con Enrico Berlinguer. Una volta, dopo una riunione al Comitato regionale sardo, terminata in piena notte, mi disse che non aveva sonno e mi invitò a fare due passi con lui. Percorremmo due o tre volte la via Roma, la strada più bella di Cagliari, coi portici a due passi dal mare. Io parlavo e avevo l'impressione che lui pensasse ad altro. Arrivai a chiedergli se lo annoiavo o no e lui mi chiese di andare avanti. L'indomani, nella riunione successiva che facemmo, ebbi la conferma che aveva seguito tutto e che, senza prendere appunti, ricordava perfettamente ciò che gli avevo detto».  Più intensa, e anche più difficile, l'avventura in Sicilia. Dove le federazioni del Pci di Livorno e Pisa erano gemellate con quella di Caltanisetta. A Palermo, dove a guidare il Pci siciliano c'è il giovane Achille Occhetto, Oriano Niccolai conosce personaggi come Emanuele Macaluso e come Pio La Torre. «Conoscevo anche Rosario Di Salvo, l'autista che fu ucciso insieme a Pio. Per molto tempo - ricorda Niccolai - portò in giro anche me per la Sicilia. Era una persona straordinaria».  L'attività di Oriano Niccolai si ricorda anche per l'allestimento delle grandi feste de «l'Unità». Sia a Livorno, sia in altre città. Ha curato la propaganda per iniziative nazionali: il Festival nazionale che si svolse all'ippodromo "Caprilli" nel 1969, con la presenza dell'allora segretario del partito Luigi Longo, e la Festa nazionale di Tirrenia, datata 1982, realizzata in collaborazione con i "cugini" pisani. I manifesti in mostra  Accanto alle feste, la produzione di Oriano Niccolai si trova nei manifesti realizzati per la federazione del Pci. Un patrimonio che adesso è stato passato all'Istituto storico della Resistenza che lo sta catalogando e che sta pensando ad allestire una mostra con questi materiali. «Sono contento che questa roba sia stata salvata», dice Niccolai, che dopo tanti anni la passione per la politica non l'ha ancora persa. Quando rivendica di aver passato una vita nel Pci, cita una frase di Alessandro Natta: «In una riunione sulla campagna referendaria sull'aborto, disse che dovevamo guardarsi dalla vischiosità delle ideologie». Il Pd? Una speranza  Pur con tutti i mal di pancia del caso, oggi Oriano Niccolai ha deciso di stare col Partito democratico. «Stenta a nascere - dice - ma vedo che ci sono alcuni giovani che possono fare qualcosa di buono. E' uno strumento da adeguare, ma senza un partito vero non ci sarà possibilità di creare alternative alla destra che governa e al berlusconismo».

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di Redazione web