Sicurezza
Io, dalla parte dei bambini
Maria Antonietta Schiavina
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BACHINI. La presidente provinciale dellUnicef durante una iniziativa allo stadio in favore dei bambini «Il garante dei diritti dell'infanzia? Chiesto mille volte e mai arrivato»
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LIVORNO. A Livorno ci vive da quando aveva quattordici anni e della città che gira sempre in bicicletta conosce ogni angolo, ogni sfumatura. Spiega che i livornesi sono molto generosi, anche se a prima vista potrebbero sembrare egoisti e racconta che soprattutto i bambini, quando va a incontrarli nelle scuole per far conoscere loro un altro mondo, la ascoltano sgranando gli occhi e si indignano nello scoprire che migliaia di altri bambini più sfortunati muoiono di fame e spesso non riescono neppure a diventare grandi. All'infanzia disagiata la presidente dell'Unicef della provincia di Livorno Paola Bachini - sorriso dolce, modi eleganti, grande serenità d'animo - si dedica con amore e dedizione, fin da quando, dopo il diploma magistrale, ha scelto di specializzarsi nell'insegnamento dei disabili della Stella Maris di Calambrone, dove ha lavorato come terapista del linguaggio prima e come logopedista poi. «Ho smesso - spiega - quando è nato Leonardo, il mio primogenito, perché il lavoro era troppo pesante: dalla mattina presto alla sera ininterrottamente». E poi cosa ha fatto? «Ho partecipato a un concorso della scuola statale, per insegnare ai bambini con handicap, in quelle che allora si chiamavano "classi differenziali"». Lo ha vinto? «Sì, e per diversi anni ho lavorato nella scuola della Provincia in via Degli Asili, poi trasferitosi in via dei Pelaghi: sono stata nelle scuole speciali per una decina d'anni». Un'esperienza formativa. «Molto. Ripenso a quegli anni con grande piacere, nonostante il lavoro fosse molto faticoso: avevo otto bambini, alcuni down, altri caratteriali, oltre a un allievo con disagio psichico». Un percorso difficile per una giovane donna. «Difficile ma non impossibile. Con quei bambini e con le loro famiglie avevo stabilito un rapporto di totale fiducia. Mi occupavo da sola di otto ragazzi, alcuni piccoli, altri grandicelli, e insieme uscivamo dalla scuola, andavamo sull'autobus, al porto, al Parterre, sul viale del mare...». Una bella responsabilità. «Ripensandoci oggi mi domando come ho fatto, ma le famiglie si fidavano di me, ero diventata anche un po' anche la loro confidente: si trattava di gente duramente colpita, che aveva bisogno di tanto aiuto e soprattutto di credere in qualcuno». Per quanto tempo ha fatto quell'esperienza? «Fino a quando rimasi incinta di Gabriele, il secondo figlio. Il lavoro cominciava a diventare pensante e pericoloso, Nel gruppo c'era un ragazzo down cieco che si era molto attaccato a me, aveva intuito - nonostante io non glielo avessi mai detto - che ero in attesa e mi picchiava continuamente sulla pancia: fu necessario allontanarmi, anche se lo feci davvero a malincuore, perché sapevo che lui avrebbe sofferto». Dopo la maternità ha continuato a lavorare per i disabili? «No, mi sono fatta trasferire in una scuola per normodotati e ho insegnato per una decina d'anni alle scuole elementari D'Azeglio. Poi sono subentrati dei problemi di salute e, potendo andare in pensione lasciai definitivamente la scuola, dopo ventisei anni di insegnamento». L'incontro con l'Unicef è avvenuto subito dopo? «No. Per un paio d'anni dovetti curarmi. Poi quando cominciavo a stare meglio, mio marito che aveva conosciuto l'allora presidente provinciale mi disse che stavano cercando una persona per seguire i rapporti con le scuole, a Livorno e provincia». E lei accettò quell'incarico. «Sì, i ragazzi ormai erano grandi e indipendenti e avevo molto più tempo libero. Così iniziai da volontaria, continuando fino al 2000, anno in cui il presidente provinciale di allora mi chiese se volevo subentrare al suo posto». Quanto tempo le porta via oggi l'impegno con l'Unicef? «Tanto, è un impegno veramente totale». E' soddisfatta nonostante la fatica? «Soddisfattissima, anche se la stanchezza a volte mi fa pensare che sarebbe meglio passare la mano. Negli ultimi anni poi sono riuscita a coinvolgere mio marito che è in pensione come me, perciò il nostro è un lavoro d'equipe». Che cosa ha fatto in questo periodo da presidente? «Ho girato le scuole di ogni ordine e grado di Livorno e provincia, anche quelle dell'isola d'Elba. Lo scopo era quello di spiegare il programma scuola dell'Unicef e il mio impegno consisteva nel portare a conoscenza in modo facilmente comprensibile la convenzione di Ginevra sull'infanzia, con il supporto di pubblicazioni preparate da specialisti e usando dei video». Convenzione che non viene rispettata, nonostante tutti l'abbiano firmata. «Sì, e anche in Italia le cose sono peggiorate. Noi dell'Unicef non raccogliamo denaro per i bambini italiani perché qui c'è uno Stato che ci deve pensare. Ma siamo vigili sulla situazione dell'infanzia e da anni chiediamo un garante». Che non avete ancora ottenuto. «No, anche se ce lo hanno sempre promesso». Com'è a Livorno la situazione dell'infanzia? «Non è peggiore di tante altre e non abbiamo emergenze come a Prato, dove molti bambini cinesi che vivono in condizioni davvero difficili. Non ci sono casi eclatanti, si registra qualche abuso, ma fortunatamente la sezione della polizia di Stato lavora bene e ha persone molto preparate». Come risponde la popolazione a Livorno e provincia quando andate a parlare dell'Unicef? «Bene. C'è disponibilità, soprattutto fra i giovami e quando spiego che ci sono situazioni diverse da quelle dove vivono loro, riescono ad apprezzare quello che hanno e capiscono che non tutto è dovuto». Che cosa li colpisce di più? «Vedere che i loro coetanei del Terzo Mondo non hanno neppure il diritto a un nome, alle medicine, a una famiglia. Si meravigliano e si scandalizzano davanti alle storie dei bambini-soldato, a quelle delle bambine costrette a prostituirsi in un'età che dovrebbe essere dei giochi e dei sogni. E specialmente nelle scuole medie dove si pensa ci sia più menefreghismo, di fronte a certe tematiche l'attenzione è assoluta». La gente viene informata su dove finiscono le offerte che vengono inviate all'Unicef? «Ogni volta. Dobbiamo sempre dare un esempio di trasparenza e serietà. Quando c'è un evento spieghiamo sempre quanto è stato raccolto e dove vanno a finire i soldi. Non possiamo e non vogliamo permetterci di ingannare chi ci ha dato fiducia». In quanti lavorate nella sede livornese dell'Unicef? «Attualmente sono attive 13 persone, di varia età e con vari compiti. Anche tre uomini e questo fa ben sperare nella sensibilità dei livornesi. Una sensibilità che molti non conoscono ma che chi fa un percorso come il mio ha avuto più volte modo di toccare con mano».
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