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Assurdo, viale Italia non deve diventare una zona dormitorio
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Christian Mauri allinterno del suo locale 2 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Questa storia di attivare la sosta a pagamento lungo il viale Italia divide i titolari delle baracchine, quei locali che senza il viavai del lungomare cittadino sarebbero costretti a chiudere. I più si dicono contrari all'intenzione del Comune, che dall'estate del prossimo anno propone parcheggi a pagamento, ma c'è pure qualcuno che comprende le ragioni di un simile cambiamento. «Noi gestori - spiega Christian Mauri dell'omonima baracchina - paghiamo l'affitto al Comune con fatica. Aspettiamo l'estate a gloria, per riprenderci dall'inverno quando qui alle baracchine non viene nessuno. E ora all'amministrazione viene in mente di far pagare la sosta ai nostri clienti, così non verrà più nessuno anche in estate». Poi Mauri polemizza contro i residenti di viale Italia: «Ci hanno già costretto ad anticipare l'orario di chiusura notturno, ora magari tanti di loro sono favorevoli a questa storia della sosta a pagamento e a quelle con le lettere, riservata ai residenti. Non va bene, questo è un lungomare, mica un dormitorio. Non si può limitare così la nostra attività. Ma chi abita nella zona se lo ricorda cosa era il lungomare prima delle baracchine? una zona sporca e degradata. Ora è un gioiello». Di contro c'è chi guarda a questa idea di far pagare la sosta sul viale Italia in modo meno critico, sebbene condivida il fatto che da tre anni a questa parte le baracchine sono state "tartassate" e che quelli su viale Italia rischino di divenire veri "quartieri dormitorio". «Siamo in un luogo di mare - dice Mario Del Rio, uno dei titolari dello Zanzibar -, a Viareggio e Marina di Massa la sosta si paga e quindi è comprensibile che chiedano di pagarla anche qui. Certo è che da un po' di tempo questa parte ci rovinano. Il parcheggio dell'acquario, per esempio, l'hanno messo a pagamento ma è sempre vuoto». Un aspetto su cui Del Rio non transige è l'orario di chiusura delle baracchine: «l'hanno anticipato alle una, è assurdo. Significa non permetterci di lavorare». A.C.
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