Il Tirreno

Livorno

Come un gabbiano sul palco

Maria Antonietta Schiavina
<b>KEMP.</b> A destra e in basso nel box grigio: insieme agli allievi della &#147;Bottega&#148; del Goldoni
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KEMP. A destra e in basso nel box grigio: insieme agli allievi della “Bottega” del Goldoni

Qui fra voi sto benissimo ma com'era brutta la Gran Guardia

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 LIVORNO. Sua madre sognava per lui una carriera in Marina, come quella del babbo, morto prematuramente durante la guerra quando lui era piccolissimo. Ma il sogno di Lindsay Kemp è sempre stato quello di danzare. «Per volare libero sul palcoscenico come i gabbiani nel cielo». E a più di 70 anni - oggi ne compie 72 - grazie alla danza, non ha ancora smesso di sognare.  Figura carismatica, estroversa e controversa, il ballerino- coreografo inglese da qualche tempo è stato "adottato" dalla Fondazione Goldoni, che ha visto in lui con grande lungimiranza una ricchezza da "catturare", perché il teatro del territorio e soprattutto i giovani possano goderne a tempo pieno.  Approdato per la prima volta nella nostra città agli inizi degli anni Settanta con lo spettacolo Flowers, presentato al Gran Guardia, Kemp ha continuato poi a fare avanti indietro con Livorno da Todi, dove vive quando non è in giro per il mondo, mantenendo una costante collaborazione con il teatro Goldoni, per cui tiene laboratori e organizza spettacoli. Ultimo nato "Sospiri di balera" che gli allievi della "Bottega d'Arte" porteranno sul palcoscenico della Goldonetta lunedì 10 maggio alle ore 21,30 come «tributo al coraggio dei partigiani di 70 anni fa, ma anche allo spirito umano in tempi di sofferenza, a quelli che si nutrivano durante la guerra, di forza e comunità, incontrandosi nelle balere, per resistere al dolore e arrendersi all'amore».  L'artista, che festeggerà il compleanno lavorando come sempre insieme ai suoi ragazzi, abita insieme a Billy, il suo gatto bianco, in una casa all'ultimo piano di un condominio affacciato sul viale Italia, da dove si sposta sempre a piedi per raggiungere il teatro, ma anche per passeggiare in riva al mare, sua linfa vitale insieme alla danza da sempre.  Come è nata in Lindsay Kemp la grande passione per la danza?  «Volevo diventare un ballerino già da piccolo, ma mio padre che morì molto giovane durante la guerra, lavorava sulle navi, come tutti gli uomini della mia famiglia. E mamma avrebbe voluto che seguissi le sue orme. Io però avevo capito fin da piccolo che la vita era breve, perciò la volevo vivere a modo mio fino in fondo. E solo la danza me ne avrebbe potuto dare l'opportunità».  Sua madre come reagiva alla sua passione?  «Mamma adorava il teatro, la musica, la danza, ma era una donna pratica e mi faceva sempre notare che gli artisti erano poveri. Quando ne incontravamo uno mi diceva: "Vedi? E' affascinante, ha un bel portamento, ma guardagli le scarpe come sono sciupate!"».  Temeva per il suo futuro. Ma lei è figlio unico?  «No, ho avuto una sorella, ma è morta a cinque anni prima che io nascessi. Era bravissima, un prodigio in tutto. Cantava e ballava divinamente. Tanto che io ho sempre pensato di essere la sua reincarnazione».  Lei crede dunque nella reincarnazione?  «Forse sì. Un fatto è certo: io sono nato come un rimpiazzo perché la mamma aveva il cuore spezzato per la morte di mia sorella. Quando se n'è andato anche mio padre sono diventato la sua unica speranza».  Che carattere aveva sua madre?  «Determinato. Me lo ha trasmesso».  E da suo padre cosa ha ereditato?  «Il senso dell'avventura, l'umorismo e la gioia di vivere, ma anche gli occhi azzurri come il mare che lui tanto amava».  Come ha fatto a convincere mamma a lasciarla libero di realizzare i suoi sogni?  «Le ballavo continuamente davanti. E lei era orgogliosa delle mie capacità, tant'è che chiamava spesso i suoi amici per far vedere loro le mie esibizioni: durante il coprifuoco, quando eravamo nei rifugi, danzavo il tip tap per far passare la paura. A un certo punto mamma si è arresa, mettendosi a lavorare per mantenermi a scuola di danza. E' stata una delle mie più grandi fan fino all'ultimo giorno di vita».  Ricorda il suo primo guadagno da ballerino?  «I primi soldi sono arrivati con "Sei personaggi in cerca d'autore" di Pirandello, dove però recitavo, perché il produttore dello spettacolo, vedendomi ballare nel retro del negozio di stoffe dove lavoravo come commesso per guadagnare un po' di soldi, mi ingaggiò per il ruolo del giovinetto. E poi nella danza con Shéhérazade: sei scellini».  Per i giovani che lavorano con lei Lindsay Kemp è un mito, ma qual è il suo di mito nella danza?  «Da bambino non avevo molti soldi e i libri che mi piacevano erano costosi. Però riuscivo a leggere tutto ciò che parlava di danza e amavo la vita di Isadora Duncan, una grande artista, un vero mito. Ma adoravo Vaslav Fomich Nijinsky di cui avevo letto più volte il diario».  Veniamo al Lindsay Kemp di oggi, ballerino e coreografo famoso in tutto il mondo, e al suo legame con Livorno. Come è nato?  «Sono venuto da voi in occasione dello spettacolo Flowers, con cui ho girato tutta l'Italia, in un teatro brutto, molto brutto».  Il teatro Gran Guardia?  «Sì, credo proprio si chiamasse così. Poi ho fatto delle produzioni per il Goldoni e, negli anni, con la vostra città si è creato un legame che ora è molto forte, al punto che ho sempre sperato che un giorno mi chiedessero di restarvi per sempre».  Glielo hanno chiesto?  «Oh, ancora no!».  Lanciamo un appello?  «Yes! Sì!».  Le piacerebbe aprire una scuola di danza da noi?  «Ho sempre avuto una grande passione per l'insegnamento e per me la cosa più importante è quella di essere utile al genere umano. Per il momento però sono felicissimo di lavorare con gli studenti del Goldoni e spero con la Fondazione, che mi sta dando tanta fiducia di sviluppare più di una sezione di danza».  Cosa fa a Livorno quando non è in teatro?  «La giornata è così breve, c'è così poco tempo, così tanto da fare: insegnare, provare, cercare materiale per la scenografia, scegliere le musiche, per me importantissime. Ma se mi resta un po' di tempo libero dipingo, leggo oppure vado a passeggiare lungo il mare, per ascoltare il vento e la voce di mio padre che mi incoraggia e mi ispira».  Resterà per molto tempo nella nostra città?  «Credo di sì. Lo spero. Ma sono libero come gli uccelli e potrei volare via da un momento all'altro: non ho piani precisi e devo rendere conto solo a me stesso e al mio gatto Billy, a cui la casa di Livorno piace molto. Anche se lui al contrario di me non ama il vento».  

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