Il Tirreno

Livorno

«E il prete cantò l'Internazionale»

Luciano De Majo
Mauro Nocchi mentre interviene in un convegno
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Mauro Nocchi mentre interviene in un convegno

Mauro Nocchi racconta la "sua" festa di bambino, durante il fascismo

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 LIVORNO. «Con il cuore sono là, a Portella della Ginestra. Dove si trovano dieci giovani livornesi, insieme al sindaco di Rosignano che porta anche il gonfalone del Comune». E' il Primo maggio. E per uno come Mauro Nocchi, 76 anni da compiere per Santa Brigida il 23 luglio, militante della sinistra livornese fin dalla gioventù e dirigente per lunghi anni, non è un giorno qualsiasi. Una vita nel Pci, il consiglio d'amministrazione dell'Eca, poi la presidenza dell'Arci. E adesso un impegno non meno appassionato nell'Anpi, insieme al ruolo che riveste da una quarantina d'anni, quello di speaker ufficiale della Coppa Barontini. Nocchi incarna i valori dell'antifascismo e lo stile sobrio del vecchio comunista, mai rinnegato. Eppure quando ricorda il Primo maggio d'una volta, l'aspetto politico passa quasi in secondo piano.  «A quell'epoca, e parlo degli anni immediatamente successivi alla Liberazione - racconta - per i livornesi questo giorno significava la scampagnata al Cisternino. Era quello il luogo simbolo. Perfino Giorgio Fontanelli, scrittore livornese di grande valore, ricorda in qualche sua opera il "Primo maggio agli archi", riferendosi proprio alle arcate dell'acquedotto, lungo la via delle Sorgenti».  E quelle del Cisternino erano manifestazioni di carattere politico?  «C'era prima di tutto la voglia di stare insieme. Per festeggiare la ritrovata libertà. Capirete, dopo vent'anni nei quali certe iniziative erano proibite, ci fu un'esplosione. E poi, dopo aver mangiato qualcosa, spuntava una chitarra e ci si metteva a cantare».  Che cosa cantavate?  «Di tutto. Certo, Bandiera rossa non mancava mai. Che Primo maggio sarebbe stato? Ma ciò che oggi sembra quasi incredibile è il modo con cui la gente arrivava al Cisternino».  In che senso?  «Vedevi arrivare carovane di persone a bordo di barrocci trainati da cavalli, mentre i più giovani erano anche disposti a farsi una bella camminata e giungere al Cisternino a piedi. Succedeva anche che i barrocci passavano dalla via delle Sorgenti e si fermavano a caricare le persone che si erano incamminate. Come se fossero stati autobus. Auto ce ne erano davvero poche, questo non c'è bisogno di dirlo».  Sembra di capire che fossero riunioni spontanee ma partecipate.  «Certo. Ed è stato così almeno fino agli anni '60. Poi la diffusione delle automobili ha cambiato anche i luoghi dove festeggiare il Primo maggio. E, in qualche modo, ha anche aiutato la dispersione. Ma il Primo maggio rappesentava anche il cambio della stagione: quello era il giorno in cui si mettevano da parte le giacche e si poteva anche uscire di casa in camicia».  Ha ricordi di qualche corteo particolarmente riuscito?  «Quando sono stati organizzati cortei, sia di carattere sindacale sia di carattere politico, quasi sempre è stato per il giorno precedente il Primo maggio. Perché i livornesi hanno sempre avuto voglia di festeggiare. E a mio avviso giustamente. Io per esempio ho apprezzato molto la scelta della Unicoop Tirreno di tenere i negozi chiusi. E' un segno di rispetto. Non riesco a capire, invece, che cosa abbia spinto il sindaco di Firenze Matteo Renzi a definire "scelta ideologica" la volontà di far festa il Primo maggio».  E qualche altro ricordo di un Primo maggio particolare?  «Il Primo maggio che io ricordo meglio risale a quando avevo otto anni. Era il 1942, in piena guerra e in pieno fascismo. Lo trascorsi a casa di un prete, il parroco di Santa Giulia. Andai lì insieme a mio padre. Non a tutta la famiglia, perché mio padre era un sorvegliato speciale dalla polizia del regime e non era possibile fare certe cose in libertà. E ricordo benissimo, chiusi in quella casa proprio sopra la chiesa di Santa Giulia, di aver cantato l'Internazionale».  Tutti meno il prete, naturalmente.  «No, anche lui cantò insieme a noi. E la cosa sorprendente per me fu proprio quella. Io fino a quell'età vedevo nei preti quei personaggi un po' inquietanti, vestiti di nero e col cappuccio, che precedevano i funerali. Lì scoprii una persona. Quel parroco era parente di Sirio Cavallini, un nome che non dirà molto, un carrettiere livorese che non era comunista, ma sinceramente antifascista. Come antifascista era anche quel prete».  Potrà sembrare una domanda retorica: ha ancora senso festeggiare il Primo maggio?  «Eccome se ce l'ha. Anzi, credo che sia una giornata da rivalutare fortemente. Lo stesso presidente di Confindustria, Montezemolo, ha riaffermato nei giorni scorsi l'importanza di dedicare una riflessione seria sul lavoro, sul suo valore, in un momento in cui la precarietà sembra essere diventata la regola ed emergono nuove forme di sfruttamento, per non parlare poi della questione della sicurezza, anch'essa di stringente attualità».  Deluso dal fatto che in città non ci sono grandi iniziative per il Primo maggio?  «Mah, qualcosa c'è. Vedo che i giovani antagonisti hanno occupato la Fortezza per fare la loro manifestazione. Io nutro un po' di perplessità su questi metodi e spero che tutto non finisca nella solita diatriba con l'amministrazione comunale, non è di questo che c'è bisogno».  Però a Portella della Ginestra sarebbe andato molto volentieri.  «Di sicuro. Non solo perché mi ricordo della strage del 1947, di tutte le manovre che si muovevano attorno alla Sicilia, del ruolo della mafia in quella vicenda. Ma a Portella ci saranno anche diversi livornesi. Alcuni giovani che hanno fondato l'associazione "Stella tricolore" per la rievocazione della lotta partigiana, e che aderiscono all'Anpi, sono lì a rappresentare un pezzo della città di Livorno. Con il cuore mi sento davvero di stare insieme a loro».  

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