Il Tirreno

Livorno

«Archiviata l'inchiesta su mio figlio: ucciso un'altra volta»

Cristiano Meoni
Sopra Giusy Farris mostra il ritratto del figlio Pietro, morto in un incidente il 13 novembre 2007. Sopra Pietro Corda con la fidanzata Scefika, anch’ella deceduta, e a destra l’auto distrutta
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Sopra Giusy Farris mostra il ritratto del figlio Pietro, morto in un incidente il 13 novembre 2007. Sopra Pietro Corda con la fidanzata Scefika, anch’ella deceduta, e a destra l’auto distrutta

Pietro Corda è morto il 12 novembre del 2007 in un incidente stradale sulla Parma-La Spezia all’età di 21 anni. La madre, Giusy Farris, 47 anni, per caso ha scoperto che la Procura di Carrara ha archiviato da mesi l’indagine sul tragico incidente in autostrada che costò la vita a tre persone: «E’ come se l’avessero ucciso una seconda volta»

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LIVORNO. «Pietro non sopportava le ingiustizie. Questa non l'avrebbe sopportata. Come si fa ad archiviare l'inchiesta sulla morte di un ragazzo senza neppure informare sua madre?».  Pietro è Pietro Corda, morto il 12 novembre del 2007 in un incidente stradale sulla Parma-La Spezia all'età di 21 anni. La madre, sprofondata in un dolore senza fine, si chiama Giuseppina ma tutti la conoscono come Giusy. Giusy Farris, 47 anni, per caso ha scoperto che la Procura di Carrara ha archiviato da mesi l'indagine sul tragico incidente in autostrada che costò la vita a tre persone: suo figlio Pietro, la fidanzata Scefika Mesic e il conducente dell'auto, Claudio Possamai, anch'egli livornese: «E' come se l'avessero ucciso una seconda volta» scrive la donna, firmandosi così: «Una mamma privata del figlio maggiore».

UNA COSA SOLA.
Giusy stringe fra le mani la foto di Pietro, abbracciato all'inseparabile Scefy, la stessa foto che è sulla tomba. «Stavano insieme da un anno ed erano diventati una cosa sola - racconta la mamma - Per dire: quando pranzavano qui, lui metteva una mano sulla gamba di lei e lei faceva altrettanto e io mi chiedevo preoccupata: ma se si lasciano, come potranno vivere separati? Lui le aveva mandato un messaggino pochi giorni prima dell'incidente: ti porterò all'altare come una principessa».  La principessa e il principe sono volati in cielo, ma non per una favola. Si erano conosciuti in discoteca ed erano diventati inseparabili. Sempre insieme, anche al lavoro. «Pietro aveva fatto un anno di Iti, poi aveva smesso e aveva imparato a fare le pizze al Country Pub. Ed era diventato bravissimo, anche se poi aveva fatto altri lavori».

IL PRESAGIO. «Il giorno prima dell'incidente, Pietro e Scefy avevano lavorato fino a tardi nel locale di piazza della Repubblica del Possamai. Poi erano andati a Parma». Quel sabato 11 novembre del 2007 Giusy lo ricorda bene. «Ero a Rimini ad un congresso. Non so come spiegarlo, ma ebbi come un presentimento. Un presentimento tragico. Ad un tratto ho pensato che Pietro fosse in pericolo e ho iniziato a sudare freddo. Ero come inchiodata sulla poltrona ma ho trovato la forza di telefonargli. Lui, che impiegava sempre tanto a rispondermi, non ha fatto fare neppure mezzo squillo, come volesse rassicurarmi».

«SONO TUTTI MORTI».
Il presagio di una tragedia incombente. «Non ero tranquilla. Così il giorno dopo, domenica, lo chiamai preoccupata. Erano le undici di sera e mi rispose Possamai, mi disse che Pietro era con Scefy a ballare. La mattina mi svegliai di soprassalto, mancava un quarto d'ora alle sei e chiamai. Ma lui non rispondeva. Riprovai più volte fino alle otto quando a rispondermi fu la nuora di Possamai, la fidanzata del figlio. "Giusy non so come dirtelo ma sono morti tutti"».  L'Audi 3, uscendo da una galleria, sulla corsia per La Spezia, si era schiantata su un "new jersey" a velocità folle: il tachimetro era rimasto inchiodato a 140 chilometri l'ora. Pietro Corda, Scefika Mesic e Claudio Possamai erano morti sul colpo. Ora presunta dell'incidente, tra le 2 e le 2.30 della notte.

ARCHIVIATO «Se ci fosse stata una barriera di protezione, all'uscita della galleria, la macchina avrebbe strusciato - dice la madre - forse si sarebbe capottata ma non si sarebbe schiantata sul new jersey di cemento come contro un muro, frontalmente. Ma la barriera non c'era. E non c'erano neppure i triangolini luminosi di segnalazione. Ho incaricato dei consulenti di fare delle perizie. L'ultima mi è stata consegnata un mese fa. Ho telefonato alla Procura per sapere dove dovevo presentarla, l'impiegata mi ha chiesto il numero del procedimento e dopo aver controllato mi ha detto che l'inchiesta era stata archiviata. Mi sono sentita cadere il mondo addosso: è come se Pietro fosse morto un'altra volta».  Sul tavolo di cucina, nell'appartamento di via Pannocchia, è apparecchiato un altarino. Due piante, due conchiglie, due sassi presi dalla scogliera («Pietro amava il mare») e al centro il ritratto dei due fidanzatini. «Voglio sapere come è morto mio figlio: se ci sono state responsabilità e da parte di chi. Non si può negare la giustizia a una madre. Farò ricorso in Cassazione per chiedere la riapertura dall'indagine».

VIVO PER LEI. Sbatte una porta nell'appartamento ed esce la sorella di Pietro, Marsha. Ha 22 anni e un'intera parete della camera tappezzata di foto del fratello. La madre la segue con gli occhi. «Dal 13 novembre 2007 io non lavoro più. Non voglio stare lontana da mia figlia. Voglio prendermela tutta e non sprecare nemmeno un attimo. L'unica cosa che mi spinge a vivere è Marsha. Il resto non conta. Non ha più importanza mangiare, ascoltare musica, guardare un film. Niente. L'orologio di casa è stato fermo per mesi con la batteria scarica perchè per me non aveva più senso sapere l'ora».

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