Il Tirreno

Livorno

«Mai disattivato l'allarme»

Luciano De Majo
Il primario Michele Galli e, sopra, l’Utic
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Il primario Michele Galli e, sopra, l’Utic

«Mai dato ordine di staccare gli allarmi rossi all'Utic», dice Michele Galli, ex primario di cardiologia, imputato di omicidio colposo per la morte di Michelangelo Gori, avvenuta in ospedale il 20 giugno 2006. Ieri in tribunale, davanti al giudice Beatrice Dani, ha testimoniato proprio il medico, che è l'unico imputato del processo

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LIVORNO. «Mai dato ordine di staccare gli allarmi rossi all'Utic», dice Michele Galli, ex primario di cardiologia, imputato di omicidio colposo per la morte di Michelangelo Gori, avvenuta in ospedale il 20 giugno 2006. Ieri in tribunale, davanti al giudice Beatrice Dani, ha testimoniato proprio il medico, che è l'unico imputato del processo. Galli, che ha risposto alle domande del pubblico ministero Antonella Tenerani e delle parti, ha detto di non riuscire ancora a capacitarsi di ciò che accadde la notte nella quale Gori visse la sua agonia. E ha ribadito che, per lui, gli allarmi rossi del sistema di controllo dei pazienti ricoverati nel reparto erano costantemente attivi, anche se una consulenza tecnica della Procura ha chiarito che in realtà l'allarme non era inserito. «Non riesco a capire perché gli infermieri in servizio - ha detto l'imputato - non si siano posti la domanda sull'attivazione dell'allarme».  «Non avrei avuto alcuna ragione di disporne la disattivazione», ha proseguito Galli, che poi non ha risparmiato critiche ai vertici di allora dell'Asl. L'ex primario di cardiologia, infatti, ha ricordato di aver segnalato più volte la carenza di personale del suo reparto, soprattutto dopo il trasferimento dalla vecchia sede a quella nuova, molto più spaziosa, moderna e confortevole, ma anche più dispendiosa in termini di distanze da coprire, senza aumento di organici. «Nonostante questo - è stata la riflessione fatta dall'imputato - non ebbi mai risposte dalla direzione aziendale».  Ieri buona parte dell'udienza è stata dedicata anche all'ascolto del consulente medico della difesa, il professor Luigi Padeletti, direttore della cattedra di cardiologia dell'Università di Firenze, secondo il quale la responsabilità dell'accaduto è da ascrivere alle condizioni del reparto e non al primario. Padeletti, nel corso del suo esame, ricordato che la notte del decesso c'erano al lavoro soltanto due infermiere, situazione a suo avviso incompatibile con le esigenze di eventuali urgenze e di monitoraggio dei pazienti. Il consulente, confermando che a suo avviso il comportamento di Galli è stato corretto, ha anche citato alcuni dati secondo i quali con un intervento tempestivo (entro i 3 minuti) pazienti che hanno avuto problemi cardiaci come Gori possono salvarsi almeno nel 37-38 per cento dei casi. Non sono mancati momenti di scontro fra il professor Paoletti e alcuni legali di parte civile: tanto l'avvocato Ugo Boirivant quanto l'avvocato Girolamo Adoncecchi lo hanno incalzato chiedendogli come fosse possibile che Galli accettasse di correre rischi così rilevanti davanti a un quadro sconcertante del reparto come quello descritto.  Chi invece non ha parlato è stata la dottoressa Marina Carluccio, medico del reparto. Citata come testimone della difesa, doveva essere ascoltata assistita da un legale in quanto persona indagata e poi archviata in questo procedimento. Ha deciso, però, dopo un breve colloquio con l'avvocato Paolo Bassano, di avvalersi della facoltà di non rispondere, sorprendendo non poco la difesa, rappresentata dagli avvocati Alberto Uccelli e Lorenza Musetti.  L'infermiera Maria Laura Fogli, caposala all'Utic, anche lei testimone della difesa, ha confermato le difficoltà incontrate nella quotidiana attività lavorativa, dovute alle carenze di personale.

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