Il Tirreno

Livorno

Non illudetevi, vi stregherò

Maria Antonietta Schiavina
<strong>ALBERTO GIORGI.</strong> Qui a fianco e sotto il titolo: con alcune delle attrezzature magiche per i suoi spettacoli
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ALBERTO GIORGI. Qui a fianco e sotto il titolo: con alcune delle attrezzature magiche per i suoi spettacoli

L'arte dei giochi di prestigio Alberto Giorgi l'ha ereditata dai maghi che osservava incantato da bambino, quando mamma e babbo lo accompagnavano alle fiere di paese. Uno in particolare gli inculcò l'amore per la magia, poi negli anni trasformato in vero e proprio lavoro

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LIVORNO. L'arte dei giochi di prestigio Alberto Giorgi l'ha ereditata dai maghi che osservava incantato da bambino, quando mamma e babbo lo accompagnavano alle fiere di paese. Uno in particolare gli inculcò l'amore per la magia, poi negli anni trasformato in vero e proprio lavoro.  «Era una specie di Mangiafuoco, il vero mago della mia immaginazione, non uno di quei ciarlatani che avevo visto destreggiarsi in modo maldestro, ma un fuoriclasse dell'illusionismo, avrei voluto restare ore e ore a guardarlo, sognando di poter un giorno essere al posto suo», dice Giorgi, raccontando che suo padre, venuto a conoscenza della predisposizione del figlio, gli regalò il manuale di Silvan, uno dei maghi che a quei tempi andavano per la maggiore. Fu l'inizio di un lungo percorso che lo ha portato a essere uno dei grandi dell'illusionismo. Un livornese curioso e fantasioso che a quarant'anni si diverte ancora come un bambino a creare illusioni.  Lei a quei tempi quanti anni aveva? «Dieci o poco più, e tutti pensavano che il mio amore per la magia fosse solo un capriccio passeggero. Mio padre mi comprava in continuazione riviste e libri a tema, che io leggevo con avidità, e mamma mi lasciava fare, accettando di buon grado che io sperimentassi le mie scoperte su di lei e sulle sue amiche».  Finché un giorno... «Un amico mi introdusse in un circolo della magia livornese battezzato "La corte dei miracoli". Là conobbi un giornalista, Luciano Donzella, anche lui appassionato di magia, che mi prese sotto la sua ala, insegnandomi i primi rudimenti. Donzella mi portava a tutti gli eventi e in particolare a Bologna, dove una volta all'anno si teneva un congresso di magia. Per me quello era un momento meraviglioso».  Una volta tornato a scuola, sperimentava poi sui suoi compagni le magie che aveva imparato? «Sì, ma soltanto nell'intervallo, mai durante le lezioni. E poi prendevo di mira anche mio fratello minore, che doveva assistere a tutti i miei esperimenti. Lui adesso fa il commercialista: dalla mia passione non si è fatto travolgere».  I suoi amici d'infanzia oggi vengono a vederla quando fa gli spettacoli? «Solo se sanno che sperimento qualcosa di nuovo, perché conoscendo tutte le mie magie non si divertono più».  Qual è stato il suo primo gioco di prestigio? «Una pallina che spariva in un porta-uovo. Me la comprò mio padre a Casciana Terme».  E il suo primo guadagno da mago? «La mancetta ricevuta dopo uno spettacolo, in occasione del compleanno del figlio di un mio insegnante».  A chi le domandava "cosa vuoi fare da grande?" rispondeva che sarebbe diventato un prestigiatore? «Non lo dicevo, ma lo pensavo. Anche se, per accontentare i miei genitori ho studiato all'università di Pisa laureandomi in scienze politiche».  Poi cosa è accaduto? «A "La corte dei miracoli" conobbi il prestigiatore che aveva affascinato le mie estati di bambino. Fu un grande incontro e diventammo subito amici: Ruiz il suo nome d'arte. Riuscii a farmi svelare alcuni segreti. Ruiz aveva un carattere difficile ma affascinante e per me era un vero mito».  Che cosa ha fatto, oltre a cercare di scoprire i segreti degli illusionisti più anziani, per prepararsi a essere un buon mago? «Mi sono iscritto a un corso di recitazione tenuto da Enzina Conte (la mamma di Marco, il comico livornese n.d.r) e in seguito a una scuola di danza. Percorsi questi che mi sono serviti a migliorare il movimento ma anche il modo di rapportarmi al pubblico». Qual è stato il momento della svolta, quello cioè in cui ha deciso che, deposta nel cassetto la laurea, si sarebbe dato alla magia? «Dopo il militare vinsi un concorso nazionale e fui contattato dagli autori di "Uno mattina", la trasmissione di RaiUno dove andai a lavorare per un mese. Quell'impegno mi impose una scelta».  Il classico treno da prendere al volo. «Proprio così. E anche se quel tipo di treno non mi ha portato granché, mi ha fatto capire meglio cosa volevo. Nel momento in cui avrei dovuto rientrare da Roma, fra l'altro, mi arrivò una serie di proposte che non avrei mai potuto lasciar perdere. Iniziai così a fare spettacoli in maniera più intensa, e lasciai senza rimpianti lo studio di mio padre, dove avevo iniziato a lavorare dopo la laurea».  Reazione dei suoi genitori? «Tranquilla. Erano preparati e inconsciamente sapevano che prima o poi avrei seguito la mia strada. Mia madre purtroppo è morta quando avevo vent'anni e non ha potuto godere dei miei successi. Babbo invece, anche se a me non lo dice, con gli altri si mostra orgoglioso e ogni volta che esce un articolo che parla del mio lavoro lo ritaglia per conservarlo o farlo vedere agli amici».  Sua moglie oggi lavora con lei come assistente. Ma dove e quando vi siete incontrati? «A "La corte dei miracoli". Era venuta a iscriversi perché voleva fare l'assistente».  Galeotta fu la magia... «Direi di sì, anche se, prima che fra di noi nascesse l'amore, abbiamo lavorato 5 anni insieme. E' stato proprio conoscendo Laura che ho iniziato a pensare di entrare nel mondo dell'illusionismo: probabilmente, non ci avrei mai pensato se lei non mi avesse fatto da partner».  Insieme avete girato il mondo, ma la vostra base resta Livorno. Come mai? «Io ho bisogno di un riferimento stabile, di un laboratorio dove costruire gli attrezzi. E poi, nei progetti miei e di mia moglie, c'è anche quello di allargare la famiglia. Cosa che viaggiando in lungo e in largo non sarebbe possibile».  Se un giorno avrà un figlio gli insegnerà a fare giochi di magia? «Vorrei insegnargli soprattutto a guardare sempre la vita con lo stesso stupore e a viverla serenamente senza prendersi troppo sul serio».

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