Attenzione
INCHIESTA/I QUARTIERI DI LIVORNO
Il piano va... piano e Corea resta uguale
Tra ritardi e difficoltà, la ristrutturazione di Corea si trascina da un trentennio
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LIVORNO. Il recupero, Mara Bartolini se l’è fatto da sé: appena ce l’ha fatta è scappata via e il suo nuovo compagno l’ha portata a vivere in un paesotto dietro Fauglia rea: Adesso che i figli sono grandi e l’amarcord ti assedia, si gonfia il rimpianto di non esser rimasta nel suo mondo di ragazza («ma non c’era posto nemmeno per respirare»).
Non poteva permettersi di aspettare per una vita intera che le toccasse il turno del risanamento. E’ almeno dal 1984 - Cosimi era ancora studente, Lamberti era già assessore e Altero Matteoli era solo un consigliere comunale - che risulta in ballo l’idea, ciclopica e difficilissima, di un intero quartiere da risanare. Anzi, due: perché in tandem la storia abbraccia anche Shangai, dove già nell’87 si discuteva in piazza con gli elaborati tecnici dei nuovi palazzi disegnati uno per uno.
La scenografia-simbolo di questo piano che va piano? Piazza Saragat, lato via Gobetti. La strada intitolata a Luciano Bussotti divide in due il quartiere: da una parte, la Corea dei palazzoni nuovi e dei cantieri infiniti; dall’altra, le palazzine popolari e fatiscenti del dopoguerra. Vista da qui - dall’angolo di un marciapiede nato solo pochi anni fa con il gigantesco Pam - Corea sembra qualcosa che assomiglia a Corea.
Certo non è più il quartiere delle case minime, dove un unico terrazzo (stretto e malconcio) collegava tutti i bagni e le porte di ingresso degli alloggi. Ma nemmeno quello di “Nedino” il giocattolaio e delle botteghe dove chi voleva poteva “segnare” in attesa di pagare. Dopo le otto di sera, soprattutto d’estate quando il caldo strozza, non si vedono più le sedie fuori dall’uscio di casa: sicuramente perché i tempi - purtroppo e per fortuna - sono cambiati. Ma anche perché molte delle famiglie storiche sono emigrate nel resto della città seguendo i vari pacchetti di riqualificazione: la Bastia, la vicina Shangai, la “sudista” Scopaia. Cambiati i palazzi? Cambiato soprattutto il paesaggio umano.
Sarebbe sciocco dimenticare che il piano di recupero dei quartieri nord è una operazione mastodontica: non esiste un uguale in tutta la Toscana. Ma a conti fatti, tra ritardi e difficoltà, la ristrutturazione si trascina da un trentennio.
Le prime ad andare giù, a fine anni Settanta, sono state le case minime di via Fratelli Gigli: i coreani divisi tra Salviano e le torri della Bastia. Nella stessa area sono spuntati il pennone bianco che si affaccia sull’Aurelia e le due torri di via Amendola, destinate anche ad extra-rione. Tra gli anni ’80 e il decennio successivo è andato giù un pezzo di via Gobetti, con il primo grande esodo verso via Tito Speri e la Scopaia.
Ma è tra la fine degli anni ’90 e il 2005 che si registra il cambiamento più grande. Con i soldi del ministero e della Comunità Europea arriva il primo “contratto di quartiere”: via Gobetti, cuore di Corea, viene sventrata per fare spazio all’Isolato Giardino e al maxi-fabbricato della Pam con la nuova piazza Saragat. Ai lati spuntano due “stecconi” da 24 appartamenti l’uno (il primo è di Casalp, il secondo è parte integrante dell’Isolato Giardino), mentre in via Gigli nasce il parco finanziato col progetto Urban.
E’ a questo punto che arrivano i guai. Se gli appartamenti dello “steccone” vengono consegnati nel 2004, il cantiere dell’Isolato Giardino (con altri 76 alloggi) è ancora lì: bloccato al centro di via Gobetti per una serie di intoppi con le ditte appaltatrici. Proprio alcune settimane fa l’assessore Picchi ha annunciato il via al nuovo bando per assegnare i lavori e giovedì scorso sono state aperte le buste con il nome della ditta vincitrice. A quando il cantiere? Prima dell’estate, dicono.
Ma i ritardi accumulati negli anni hanno frenato la partenza del secondo “contratto di quartiere” e dato un colpo all’assetto sociale del rione: nel delicato puzzle di trasferimenti, impossibile mandar giù le case popolari di via Gobetti (lato Pam) proprio per l’assenza del famoso isolato in cui trasferire i residenti. Risultato: almeno 40 famiglie lasceranno Corea per raggiungere le case già pronte tra Scopaia e Shangai.
In questi giorni il Comune sta liberando i blocchi popolari davanti al centro civico: le stanze svuotate di volta in volta vengono murate per evitare che qualcuno provi a sfondare, mentre i commercianti superstiti si preparano ad affrontare un lungo periodo di solitudine. I clienti storici sono qui e non nei cortili privati in fondo al quartiere.
Intendiamoci: ben venga l’addio alle vecchie stanze con la muffa alle pareti e l’umidità che salta fuori da ogni angolo. Ma con i coreani se ne andrà anche Corea? Su uno dei lampioni di piazza Saragat spunta un cartello: c’è il match di calcio tra Nuova Corea e Suvereto. Dice: «Lo spirito di squadra permette alle persone comuni di raggiungere risultati non comuni. Forza ragazzi, facciamolo per il quartiere». Qualcuno ci crede ancora in quella solidarietà, in quel qualcosa in più che nonostante le difficoltà ha sempre contraddistinto la zona: nelle associazioni sportive, nello storico circolino Zanni-Nadea, nelle stanze dell’associazione Don Nesi. Qui la parola quartiere ha ancora un senso, a dispetto di chi grida alla periferia dormitorio. A meno che le ruspe non spazzino via tutto senza poi ricostruire. Non solo case.
Non poteva permettersi di aspettare per una vita intera che le toccasse il turno del risanamento. E’ almeno dal 1984 - Cosimi era ancora studente, Lamberti era già assessore e Altero Matteoli era solo un consigliere comunale - che risulta in ballo l’idea, ciclopica e difficilissima, di un intero quartiere da risanare. Anzi, due: perché in tandem la storia abbraccia anche Shangai, dove già nell’87 si discuteva in piazza con gli elaborati tecnici dei nuovi palazzi disegnati uno per uno.
La scenografia-simbolo di questo piano che va piano? Piazza Saragat, lato via Gobetti. La strada intitolata a Luciano Bussotti divide in due il quartiere: da una parte, la Corea dei palazzoni nuovi e dei cantieri infiniti; dall’altra, le palazzine popolari e fatiscenti del dopoguerra. Vista da qui - dall’angolo di un marciapiede nato solo pochi anni fa con il gigantesco Pam - Corea sembra qualcosa che assomiglia a Corea.
Certo non è più il quartiere delle case minime, dove un unico terrazzo (stretto e malconcio) collegava tutti i bagni e le porte di ingresso degli alloggi. Ma nemmeno quello di “Nedino” il giocattolaio e delle botteghe dove chi voleva poteva “segnare” in attesa di pagare. Dopo le otto di sera, soprattutto d’estate quando il caldo strozza, non si vedono più le sedie fuori dall’uscio di casa: sicuramente perché i tempi - purtroppo e per fortuna - sono cambiati. Ma anche perché molte delle famiglie storiche sono emigrate nel resto della città seguendo i vari pacchetti di riqualificazione: la Bastia, la vicina Shangai, la “sudista” Scopaia. Cambiati i palazzi? Cambiato soprattutto il paesaggio umano.
Sarebbe sciocco dimenticare che il piano di recupero dei quartieri nord è una operazione mastodontica: non esiste un uguale in tutta la Toscana. Ma a conti fatti, tra ritardi e difficoltà, la ristrutturazione si trascina da un trentennio.
Le prime ad andare giù, a fine anni Settanta, sono state le case minime di via Fratelli Gigli: i coreani divisi tra Salviano e le torri della Bastia. Nella stessa area sono spuntati il pennone bianco che si affaccia sull’Aurelia e le due torri di via Amendola, destinate anche ad extra-rione. Tra gli anni ’80 e il decennio successivo è andato giù un pezzo di via Gobetti, con il primo grande esodo verso via Tito Speri e la Scopaia.
Ma è tra la fine degli anni ’90 e il 2005 che si registra il cambiamento più grande. Con i soldi del ministero e della Comunità Europea arriva il primo “contratto di quartiere”: via Gobetti, cuore di Corea, viene sventrata per fare spazio all’Isolato Giardino e al maxi-fabbricato della Pam con la nuova piazza Saragat. Ai lati spuntano due “stecconi” da 24 appartamenti l’uno (il primo è di Casalp, il secondo è parte integrante dell’Isolato Giardino), mentre in via Gigli nasce il parco finanziato col progetto Urban.
E’ a questo punto che arrivano i guai. Se gli appartamenti dello “steccone” vengono consegnati nel 2004, il cantiere dell’Isolato Giardino (con altri 76 alloggi) è ancora lì: bloccato al centro di via Gobetti per una serie di intoppi con le ditte appaltatrici. Proprio alcune settimane fa l’assessore Picchi ha annunciato il via al nuovo bando per assegnare i lavori e giovedì scorso sono state aperte le buste con il nome della ditta vincitrice. A quando il cantiere? Prima dell’estate, dicono.
Ma i ritardi accumulati negli anni hanno frenato la partenza del secondo “contratto di quartiere” e dato un colpo all’assetto sociale del rione: nel delicato puzzle di trasferimenti, impossibile mandar giù le case popolari di via Gobetti (lato Pam) proprio per l’assenza del famoso isolato in cui trasferire i residenti. Risultato: almeno 40 famiglie lasceranno Corea per raggiungere le case già pronte tra Scopaia e Shangai.
In questi giorni il Comune sta liberando i blocchi popolari davanti al centro civico: le stanze svuotate di volta in volta vengono murate per evitare che qualcuno provi a sfondare, mentre i commercianti superstiti si preparano ad affrontare un lungo periodo di solitudine. I clienti storici sono qui e non nei cortili privati in fondo al quartiere.
Intendiamoci: ben venga l’addio alle vecchie stanze con la muffa alle pareti e l’umidità che salta fuori da ogni angolo. Ma con i coreani se ne andrà anche Corea? Su uno dei lampioni di piazza Saragat spunta un cartello: c’è il match di calcio tra Nuova Corea e Suvereto. Dice: «Lo spirito di squadra permette alle persone comuni di raggiungere risultati non comuni. Forza ragazzi, facciamolo per il quartiere». Qualcuno ci crede ancora in quella solidarietà, in quel qualcosa in più che nonostante le difficoltà ha sempre contraddistinto la zona: nelle associazioni sportive, nello storico circolino Zanni-Nadea, nelle stanze dell’associazione Don Nesi. Qui la parola quartiere ha ancora un senso, a dispetto di chi grida alla periferia dormitorio. A meno che le ruspe non spazzino via tutto senza poi ricostruire. Non solo case.
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