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ECONOMIA
Livorno, regge solo il "lavoricchio"
Mario Lancisi
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Sopra il porto Accanto le ciminiere della raffineria Eni«La crisi? Ma che c'importa!». Se potessero i livornesi risponderebbero così, con scanzonata irriverenza. Ad altro vorrebbero pensare. Al fatto ad esempio che fra due mesi sarà tempo di mare e sole
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LIVORNO. «La crisi? Ma che c'importa!». Se potessero i livornesi risponderebbero così, con scanzonata irriverenza. Ad altro vorrebbero pensare. Al fatto ad esempio che fra due mesi sarà tempo di mare e sole. «Non è che il livornese non voglia lavorare, è che proprio gli manca il tempo. A Livorno c'è il mare e al mare bisogna andarci, c'è il sole e il sole bisogna prenderlo, c'è la palestra e della palestra non se ne può fare a meno...», sorride Lamberto Giannini, insegnante di filosofia e storia al liceo Enriques e regista teatrale.
Ma l'immagine forse un po' troppo colorata del livornese gaudente anche con i debiti, fedele al motto «meglio disoccupato a Livorno che ingegnere a Milano», rischia di ridursi a macchietta in una città attraversata da una crisi economica profonda e, quel che è peggio, con un futuro incerto dietro l'angolo.
Porto e industria in crisi. Il check-up economico di Livorno è da malattia grave. Il Pil procapite è pari a 27.704 euro contro i 28.720 della Toscana. Il tasso di occupazione posiziona Livorno all'ultimo posto della classifica regionale. L'iscrizione alle liste di mobilità è aumentato del 84,5%. La cassa integrazione straordinaria impazza (più 42%). Numeri che forniscono la foto di una città di cassintegrati e di precari del lavoro e che riflettono la crisi del modello di sviluppo incentrato su due grandi assi: il porto e l'industria. «La logistica portuale è ad un bivio perché il porto di Livorno rischia seriamente di avviarsi verso un declino irreversibile che comporterebbe una rapida quanto progressiva marginalizzazione dai flussi di traffico che contano», spiega Massimo Paoli, docente di economia a Perugia.
E l'industria va male (-25,9% produzione, -26,8% fatturato). L'export è diminuito del 27,6%, in particolare per il forte calo dei prodotti manifatturieri (-26,4%). Ci sono sì scommesse virtuose, vincenti come quelle di Rossignolo e Vitelli (auto e nautica) ma l'antico modello di sviluppo non è stato sostituito da uno nuovo della medesima entità economica. «Il problema vero della città è quello di capire che deve sapersi mettere in discussione, di cambiare pelle senza coccolarsi troppo», spiega il sindaco Alessandro Cosimi.
La mensa dei poveri. I morsi della crisi si fanno sentire sul piano sociale. I cinquanta posti della mensa della Caritas per i poveri della città sono occupati tutti i giorni dell'anno e, come sottolinea il direttore Enrico Sassano, sempre più famiglie bussano alle parrocchie per pagare le bollette, sfamare i figli, sbarcare il lunario alla meno peggio.
Dall'Unicoop Tirreno fanno sapere che sono calati i prodotti non alimentari e dell'abbigliamento mentre i consumatori si concentrano sulle promozioni, sugli alimentari e sul marchio Coop che in media costa il 20-25% in meno. Inoltre negli ultimi due anni i livornesi frequentano di più i negozi di vicinato per non essere presi dalla sindrome da shopping tipica dei supermercati.
Ho perso la mamma... I dati della crisi sono da esplosione sociale. Da cortei in piazza. File di poveri alle mense gratuite. Crisi di nervi da pasticche antidepressive e lettino dello psicologo, ma Livorno non è Prato o il nord est della penisola dove gli imprenditori si impasticcano per combattere la depressione o si ammazzano.
Dice Nicola Artico, psicologo dell'Asl di Livorno: «La crisi economica non entra nel mio studio. Forse perché chi ha bisogno trova sostegno nel welfare familiare. Nei giorni scorsi una persona con un grave dissesto economico alle spalle è venuta da me. Pensavo mi volesse parlare dei suoi debiti, invece gratta gratta alla fine è venuto fuori che il suo vero problema non erano le rate da pagare, ma la perdita da piccolo della mamma...».
Gente dalla pelle dura. Che cosa impedisce il conflitto sociale e l'uso del Prozac contro la depressione? Almeno due fattori. Intanto il dna socio-antropologico dei livornesi: «Non dobbiamo dimenticarci che questa crisi economica è la seconda ondata, molto più drammatica in termini di posti di lavoro, dopo quella degli anni Novanta quando ci fu la crisi della maggior parte delle partecipazioni statali. Livorno, forse perché città di mare e di marinai, sa affrontare le tempeste. I livornesi sono gente dalla pelle dura. Nelle crisi sanno dare il meglio. Per cui i guai che ci colpiscono sono pesanti, però ci sono enormi opportunità, non scontate, ma che possono essere colte», spiega Marco Ruggeri, segretario provinciale del Pd e futuro consigliere regionale.
La città delle pensioni. L'altra ragione è più di valenza economica. Livorno è la città delle pensioni e del lavoro nero e precario. Dei «lavoricchi», come qualcuno l'ha ribattezzata. Le pensioni dell'Inps sono 86.207 su una popolazione di circa 160mila abitanti. Ma è l'importo medio che colpisce: 1.060 euro, il più alto delle pensioni toscane. Paoli qualche anno fa ha redatto uno studio dal quale emergeva che quasi un livornese su tre (neonati compresi) ha un reddito da pensione.
La pensione del nonno, magari con indennità di accompagnamento, la casa lasciata in eredità dai genitori, la cessione del quinto dello stipendio (che coinvolge i pensionati per conto dei figli), rappresentano un formidabile ammortizzatore sociale.
Più cicale che formiche. E per quanto riguarda il lavoro nero, basti dire che Livorno è sotto i riflettori "statistici" del rischio evasione per via di un tenore di vita al di sopra delle proprie possibilità. Livorno, ad esempio, è fra le prime tre città medie d'Italia per numero di auto oltre i 2000 cc di cilindrata (il 6,7% del parco macchine), tra le quali i lussuosi Suv. I consumi aumentano e i risparmi bancari diminuiscono.
Del Pil medio di 27mila euro, oltre 16mila vengono spesi per mantenere la famiglia e il proprio tenore di vita (viaggi, cura del corpo, alimenti e così via), mentre la parte destinata all'investimento (risparmi, borsa, titoli di Stato ecc.) è di soli 4.587 euro.
E in Toscana Livorno primeggia anche per palestre, centri estetici e impianti sportivi. Spiega Alessandra Gasperini, titolare della palestra Gemini: «Nonostante la crisi, rispetto ad un anno fa, registriamo un aumento di clienti. Magari i livornesi si indebitano ma non rinunciano a curare il proprio corpo».
Quel bisogno di Dio. Cura del corpo, ma anche dell'anima. «Al santuario di Montenero si assiste a una crescita della partecipazione religiosa. La gente, di fronte alla crisi di identità indotta dalla crisi dei modelli consumisti dominanti, sta riscoprendo l'importanza della fede e dei valori cristiani. A Livorno l'80% dei ragazzi frequenta l'ora di religione e nel nostro santuario sono in aumento gli ex voto di quanti, avendo ottenuto una grazia, vengono a ringrazia la Madonna», spiega don Luca Giustarini, parroco del santuario.
La città del buen retiro. A Livorno si vive bene. Le famiglie di molti militari (Folgore e Accademia navale) si spostano per lavoro, ma non abbandonano la casa in riva al mare. La maggior parte dei personaggi famosi - da Paolo Virzì a Dario Ballantini, l'imitatore dello stilista Valentino - girano il mondo per lavoro, ma appena possono tornano nel loro buen retiro labronico.
L'assenza di progetto. Livorno sembra però non avere più il suo baricentro forte: il porto, le grandi famiglie, il Pci. «Qui si vive alla giornata, ci si accontenta ed è difficile che si faccia un progetto», osserva Stefano Agostini, direttore dell'istituto Mascagni. Aggiunge Marco Taradash, lo sfidante di Cosimi alla carica di sindaco: «Livorno ha molte potenzialità, ma è soffocata dalle rendite di posizione del porto e dell'Eni». Ma Cosimi non ci sta con quanti dipingono una città che vive sulla rendita: «Livorno è dinamica, viva, sta riscoprendo le sue radici internazionali».
Nel 2030 il 40% di anziani. Uno studio riservato fatto fare per la costruzione del nuovo ospedale rivela che tra dieci anni il numero degli abitanti sarà identico a quello di oggi ma le persone con più di 65 anni passeranno dal 24,4 al 26,5%. E gli ultraottantenni saranno quasi il 10%. Tra vent'anni su 159mila abitanti stimati oltre 63mila avranno più di 65 anni e le pensioni saranno molto leggere.
L'indice di vecchiaia passerà dall'attuale 207 a 265 (in Toscana invece andrà da 184 a 228). Se questi dati supportano forse l'esigenza di un nuovo ospedale, dovrebbero anche suggerire ad una città dominata da un clima che ad alcuni ricorda il ballo sul Titanic, la voglia di futuro. (5 - Fine)
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