Il Tirreno

Livorno

Il biondino gioca l'ultima carta

Domani l'omicidio di Chiomaarriva alla Corte di Cassazione

Luciano De Majo
Andrei Orul scortato dagli agenti della polizia penitenziaria al processo di primo grado
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Andrei Orul scortato dagli agenti della polizia penitenziaria al processo di primo grado

Il processo per il delitto di Chioma arriva all'ultimo atto. Domani sarà la Corte di Cassazione a decidere se confermare la sentenza della Corte d'Appello di Firenze o se riconsegnare il fascicolo ad un'altra sezione della stessa Corte fiorentina. Andrei Orul, il "biondino" condannato a 27 anni per l'omicidio della giovane livornese Annalisa Vincentini, gioca così le sue ultime carte davanti alla Suprema Corte

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LIVORNO. Il processo per il delitto di Chioma arriva all'ultimo atto. Domani sarà la Corte di Cassazione a decidere se confermare la sentenza della Corte d'Appello di Firenze o se riconsegnare il fascicolo ad un'altra sezione della stessa Corte fiorentina. Andrei Orul, il "biondino" condannato a 27 anni per l'omicidio della giovane livornese Annalisa Vincentini (in primo grado la condanna era stata a trent'anni), gioca così le sue ultime carte davanti alla Suprema Corte.

Più che il giovane detenuto, che continua a scontare la sua pena nel carcere fiorentino di Sollicciano, a tentare l'affondo in extremis sono, in effetti, i suoi difensori. Nomi eccellenti come quelli di Ferdinando Imposimato, già magistrato e senatore, e Eraldo Stefani, avvocato fiorentino che in Appello provò a stupire la Corte e le parti del processo annunciando elaborazioni multimediali. Ma non ci fu verso: ogni tentativo di riaprire il processo e di effettuare ulteriore attività istruttoria è rimbalzato contro il muro la Corte d'Assise d'Appello, che si è limitata a uno sconticino sulla pena: 27 anni anziché 30.

Nei motivi contenuti nelle quasi sessanta pagine del ricorso per Cassazione presentato da Stefani e Imposimato, l'eccezione principale attorno alla quale si sviluppa la gran parte del documento riguarda l'utilizzabilità delle dichiarazioni rese da Stefano Poli, l'amico della giovane vittima, parte civile nel processo e aggredito anche lui da Orul quella terribile mattina del 19 agosto 2002, quando in una pineta vicino a Chioma ci fu l'omicidio. Secondo quanto sostengono i legali dell'imputato, le dichiarazioni di Poli non sono utilizzabili. Né quelle fatte al processo di primo grado, né quelle in Appello, né addirittura quelle durante le indagini, nel confronto svoltosi davanti al pubblico ministero. Questo perché, sempre secondo la difesa, Poli era stato indagato per reato connesso (porto di arma non autorizzata) e avrebbe dovuto essere ascoltato eventualmente come testimone assistito, con tanto di comunicazione ufficiale.

Un particolare che va ad aggiungersi all'obiezione di fondo che la difesa dell'imputato continua a muovere, e cioè il possesso della pistola. «Non era di Orul, ma di Poli», scrivono Imposimato e Stefani anche in questo elaborato, pur destinato a far parte di un processo che si gioca sulla legittimità e non sul fatto.

Infine, un altro richiamo alla necessità di effettuare una perizia balistica perché la ricostruzione della consulenza effettuata per conto della Procura di Livorno dal prof. Domenico Compagnini non convince gli avvocati di Orul. La difesa intravede un vizio di legittimità sulla decisione della Corte d'Appello di respingere questa richiesta. Fare previsioni è, come al solito, impossibile. Appare però evidente che, per il biondino e i suoi avvocati, quello che gioca domani in Cassazione sarà un match tutto in salita.

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di Redazione web