Gioco
STORIE DI DISAGIO PSICHICO
"Quella terribile scossa elettrica che portava incubi e paura"
Maria Antonietta Schiavina
La condizione dei malati mentali torna a far discutere dopo il successo della fiction tv su Basaglia. E alcuni medici continuano ad applicare metodi di cura a dir poco controversi come l'elettroshock. Ecco la testimonianza di una donna passata attraverso l'incubo della "scossa". Raccontate le vostre storie di disagio psichico e le vostre idee sulla malattia mentale
3 MINUTI DI LETTURA
LIVORNO. Giovanna è il nome di fantasia di una signora veneta di 59 anni, che abita a Livorno da più di trenta. Ha una famiglia, un lavoro, una dignità sociale e perciò preferisce restare nell’ombra, anche per non far del male ai suoi figli che nulla sanno del suo terribile dramma. Ci racconta con le lacrime agli occhi la tortura dell’elettrochoc.
Una tortura subita da adolescente, per colpa di cinque pillole di sonnifero ingurgitate, non con la volontà di morire, ma solo per lanciare un grido d’aiuto ai genitori che, troppo presi dal loro lavoro, non si occupavano del suo malessere di adolescente.
Dice “la scossa, quella la ricordo bene, ci penso ogni giorno, non potrò mai dimenticarmela, la sento sulla mia pelle, sulle tempie, in tutto il mio corpo e ricordo anche le cinghie di cuoio con cui mi venivano legati mani e piedi. Ma più di tutto non posso dimenticare quella gelatina fredda e appiccicosa che mi spalmavano sulla fronte prima di mettermi gli elettrodi e farmi “ partire”.
Un colpo terribile, come uno schiaffo dato con mano di fuoco, poi il silenzio, il sonno pieno di incubi, il risveglio, con le suore che cercavano di essere gentili, ma che a me sembravano diavoli venuti per portarmi all’inferno. E i medici con i quali non potevo parlare perché “ogni parola - come mi avvertiva la mia vicina di camera, una morfinomane che mangiava a chili delle caramelle ricoperte di cioccolato- poteva essere usata contro di me.
Racconta la donna: «La mia prigione, a pochi chilometri da Verona, altro non era che un manicomio camuffato da clinica. Lì c’erano i depressi, gli schizofrenici, i tossicodipendenti, e quelli che avevano tentato il suicidio o perlomeno, come nel mio caso, avevano cercato di far credere a un tentativo di suicidio. Si perché io, a soli diciassette anni, in quel buco nero ci ero finita per colpa dei sonniferi, cinque stupide pastigliette azzurre che avevo preso da un tubetto lasciato incustodito in casa, ingoiandole insieme al whisky. Volevo attirare l’attenzione di una famiglia poco attenta ai miei bisogni: era finito un amore, mi sentivo grassa, brutta, inadeguata, non andavo bene a scuola perché avrei voluto fare il liceo artistico e mi avevano obbligato a studiare ragioneria e mangiavo in continuazione, tutto quello che mi capitava a tiro con la mamma che mi diceva ogni giorno: “ Non ti vergogni? Sembri una balena!”».
La sera del “tentato suicidio”- come lo definì il medico di famiglia, «un essere spregevole, magro e grigiastro, che non guardava mai in faccia i suoi pazienti» - Giovanna era sola in casa: «I miei erano andati a trovare degli amici, dopo avermi rimproverata per i soliti motivi. Decisi perciò di punirli fingendo il suicidio, ignara di ciò che avrei scatenato con quel gesto... Per l’effetto delle pillole dormii tutta la notte e anche il giorno seguente, così mio padre si allarmò e chiamò il dottore. Questi, quando scoprì che avevo preso dei sonniferi spiegò ai miei che aveva l’obbligo di denunciare il fatto e li convinse a ricoverarmi in una clinica psichiatrica, dove mi avrebbero “ tranquillizzato”.
"Sarebbero bastati pochi giorni disse, invece in quella clinica ci restai due mesi, durante i quali mi sottoposero più volte alla tortura dell’elettrochoc. Cosa mi ha lasciato quell’esperienza? Una grande ansia, la paura del chiuso, molti incubi e un ricordo che non potrò mai cancellare. E quando sento illustrare benefici di quella pratica orrenda, provo una grande rabbia. E mi domando come in uno Stato che si dichiara civile, si permetta ancora una violenza così disumana, lasciando che qualche luminare senz’anima la decanti addirittura come l’unica via di salvezza per i malati psichici».
Una tortura subita da adolescente, per colpa di cinque pillole di sonnifero ingurgitate, non con la volontà di morire, ma solo per lanciare un grido d’aiuto ai genitori che, troppo presi dal loro lavoro, non si occupavano del suo malessere di adolescente.
Dice “la scossa, quella la ricordo bene, ci penso ogni giorno, non potrò mai dimenticarmela, la sento sulla mia pelle, sulle tempie, in tutto il mio corpo e ricordo anche le cinghie di cuoio con cui mi venivano legati mani e piedi. Ma più di tutto non posso dimenticare quella gelatina fredda e appiccicosa che mi spalmavano sulla fronte prima di mettermi gli elettrodi e farmi “ partire”.
Un colpo terribile, come uno schiaffo dato con mano di fuoco, poi il silenzio, il sonno pieno di incubi, il risveglio, con le suore che cercavano di essere gentili, ma che a me sembravano diavoli venuti per portarmi all’inferno. E i medici con i quali non potevo parlare perché “ogni parola - come mi avvertiva la mia vicina di camera, una morfinomane che mangiava a chili delle caramelle ricoperte di cioccolato- poteva essere usata contro di me.
Racconta la donna: «La mia prigione, a pochi chilometri da Verona, altro non era che un manicomio camuffato da clinica. Lì c’erano i depressi, gli schizofrenici, i tossicodipendenti, e quelli che avevano tentato il suicidio o perlomeno, come nel mio caso, avevano cercato di far credere a un tentativo di suicidio. Si perché io, a soli diciassette anni, in quel buco nero ci ero finita per colpa dei sonniferi, cinque stupide pastigliette azzurre che avevo preso da un tubetto lasciato incustodito in casa, ingoiandole insieme al whisky. Volevo attirare l’attenzione di una famiglia poco attenta ai miei bisogni: era finito un amore, mi sentivo grassa, brutta, inadeguata, non andavo bene a scuola perché avrei voluto fare il liceo artistico e mi avevano obbligato a studiare ragioneria e mangiavo in continuazione, tutto quello che mi capitava a tiro con la mamma che mi diceva ogni giorno: “ Non ti vergogni? Sembri una balena!”».
La sera del “tentato suicidio”- come lo definì il medico di famiglia, «un essere spregevole, magro e grigiastro, che non guardava mai in faccia i suoi pazienti» - Giovanna era sola in casa: «I miei erano andati a trovare degli amici, dopo avermi rimproverata per i soliti motivi. Decisi perciò di punirli fingendo il suicidio, ignara di ciò che avrei scatenato con quel gesto... Per l’effetto delle pillole dormii tutta la notte e anche il giorno seguente, così mio padre si allarmò e chiamò il dottore. Questi, quando scoprì che avevo preso dei sonniferi spiegò ai miei che aveva l’obbligo di denunciare il fatto e li convinse a ricoverarmi in una clinica psichiatrica, dove mi avrebbero “ tranquillizzato”.
"Sarebbero bastati pochi giorni disse, invece in quella clinica ci restai due mesi, durante i quali mi sottoposero più volte alla tortura dell’elettrochoc. Cosa mi ha lasciato quell’esperienza? Una grande ansia, la paura del chiuso, molti incubi e un ricordo che non potrò mai cancellare. E quando sento illustrare benefici di quella pratica orrenda, provo una grande rabbia. E mi domando come in uno Stato che si dichiara civile, si permetta ancora una violenza così disumana, lasciando che qualche luminare senz’anima la decanti addirittura come l’unica via di salvezza per i malati psichici».
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