Gioco
LIVORNO
Mazzoni al duello finale con i vertici dell'Asl
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Sopra: Monica Calamai (direttore generale Asl) A destra: Antonia Mazzoni (Cure palliative)La sanità livornese deve vedersela già con una bufera-tandem. L'ultima cosa che ci si poteva immaginare è lo scontro su qualcosa che invece funziona talmente bene da essere il fiore all'occhiello dell'ospedale: l'"hospice" che accompagna i malati terminali a morire con dignità.Ai ferri corti il rapporto fra lo stato maggiore dell'Asl e Antonia Mazzoni, il medico-angelo che ha creato tale struttura
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LIVORNO. La sanità livornese deve vedersela già con una bufera-tandem: da un lato, l'altolà alla localizzazione (Montenero) del nuovo ospedale a colpi di firme e referendum; dall'altro, il durissimo braccio di ferro sulla riorganizzazione di ortopedia (con i primari contro l'Asl), senza contare la delicata indagine dei Nas sul funzionamento del reparto. L'ultima cosa che ci si poteva immaginare è lo scontro su qualcosa che invece funziona talmente bene da essere il fiore all'occhiello dell'ospedale: l'"hospice" che accompagna i malati terminali a morire con dignità. Ai ferri corti il rapporto fra lo stato maggiore dell'Asl e Antonia Mazzoni, il medico-angelo che ha creato tale struttura (e che a fine estate l'Asl ha mandato a guidare tutto il settore cure palliative).
Il veleno nella coda. A dar fuoco alle polveri le due righe e mezzo in coda alla nota con cui l'Asl segnala il record di pazienti seguiti dalle cure palliative: due righe e mezzo in cui precisa che Mazzoni ha rifiutato di guidare il Corat, il reparto di prevenzione oncologica finito nei guai per lo scandalo dei referti alterati.
Antonia Mazzoni non ha mai voluto fare dichiarazioni davanti ai taccuini dei cronisti: né ora né nel settembre scorso quando una petizione di oltre 1.400 firme aveva chiesto all'Asl di lasciare la dottoressa a dirigere l'"hospice" perché temevano che senza lei il reparto-modello sarebbe appassito. La diretta interessata tiene la bocca cucita: parla invece il fratello Lionello (confessando che la sorella «non avrebbe voluto questo mio intervento»). Prende carta e e-mail per raccontare la sua verità: non è «né una accusa né una denuncia» bensì una «richiesta pubblica di chiarimenti». E sono parole che bruciano come il fuoco.
Allontanata. L'amministrazione ospedaliera - afferma Lionello Mazzoni - «ha deciso di allontanare la dott. Mazzoni dal reparto ospedaliero per relegarla in un ruolo organizzativo da lei non richiesto né voluto». E' stata promossa per «rimuoverla da quel posto accanto al letto dei suoi pazienti, che lei ha occupato sin dall'apertura del reparto ospedaliero di cure palliative con dedizione, umanità e professionalità, come pubblicamente riconosciuto da tutti».
Perché ci ha ripensato. Sì, - dice il fratello della dottoressa - in un primo momento Antonia Mazzoni aveva accettato di dirigere il Corat, ma «solo per spirito di servizio» e perché «certa di poter continuare a prestare anche la propria attività di medico palliativista presso il reparto, che, proprio per far fronte a questo suo doppio impegno, le era stato promesso che sarebbe stato rinforzato nell'organico». Si è invece accorta poi che «l'amministrazione ospedaliera, in realtà, voleva soltanto che lei lasciasse il reparto»: a quel punto «ha rifiutato l'incarico del Corat e chiesto di poter usufruire dei 45 giorni di ferie, che le spettavano, per poter riflettere sull'accaduto e sul proprio futuro». Cosa ha fatto l'amministrazione ospedaliera? «L'ha tolta da ogni imbarazzo: invece di darle i 45 giorni di ferie che aveva chiesto, le ha ordinato di stare a casa per i 285 giorni (285!) di ferie di cui lei, per stare accanto a chi aveva necessità delle sue cure, non aveva potuto godere».
In questo maxi-stock di ferie arretrate, Lionello Mazzoni vede la prova del valore aggiunto che la sorella rappresentava in quel reparto («non penso che a livello nazionale si possano trovare facilmente molti medici ospedalieri che abbiano accumulato 285 giorni di ferie arretrate per assistere i pazienti»).
Tolta anche la stanza. Nella lettera-bis dell'indomani, Lionello Mazzoni nega che la sorella possa tornare «tra 9 mesi al reparto ospedaliero di cure palliative», visto che «le è stata tolta anche la stanza che occupava, a conferma che la sua esperienza di medico palliativista in quello stesso reparto deve ritenersi definitivamente conclusa».
Quasi una sfida, quella che il fratello del medico-angelo lancia all'Asl: si «rendano pubbliche le motivazioni del perché si sia deciso di privare la collettività di tale speciale capacità umana». Delle due l'una: o l'allontanamento è stato reso necessario «da un interesse pubblico superiore» come maggior risparmio o maggiore funzionalità (e allora andrà dato merito a chi l'ha deciso) o, se questo non emergesse, è «allora, e solo allora, che occorrerà chiedere ragione ai responsabili di un loro operato a quel punto non conforme al pubblico interesse, che era di continuare a garantire alla collettività le capacità professionali e umane della dott. Mazzoni».
Il veleno nella coda. A dar fuoco alle polveri le due righe e mezzo in coda alla nota con cui l'Asl segnala il record di pazienti seguiti dalle cure palliative: due righe e mezzo in cui precisa che Mazzoni ha rifiutato di guidare il Corat, il reparto di prevenzione oncologica finito nei guai per lo scandalo dei referti alterati.
Antonia Mazzoni non ha mai voluto fare dichiarazioni davanti ai taccuini dei cronisti: né ora né nel settembre scorso quando una petizione di oltre 1.400 firme aveva chiesto all'Asl di lasciare la dottoressa a dirigere l'"hospice" perché temevano che senza lei il reparto-modello sarebbe appassito. La diretta interessata tiene la bocca cucita: parla invece il fratello Lionello (confessando che la sorella «non avrebbe voluto questo mio intervento»). Prende carta e e-mail per raccontare la sua verità: non è «né una accusa né una denuncia» bensì una «richiesta pubblica di chiarimenti». E sono parole che bruciano come il fuoco.
Allontanata. L'amministrazione ospedaliera - afferma Lionello Mazzoni - «ha deciso di allontanare la dott. Mazzoni dal reparto ospedaliero per relegarla in un ruolo organizzativo da lei non richiesto né voluto». E' stata promossa per «rimuoverla da quel posto accanto al letto dei suoi pazienti, che lei ha occupato sin dall'apertura del reparto ospedaliero di cure palliative con dedizione, umanità e professionalità, come pubblicamente riconosciuto da tutti».
Perché ci ha ripensato. Sì, - dice il fratello della dottoressa - in un primo momento Antonia Mazzoni aveva accettato di dirigere il Corat, ma «solo per spirito di servizio» e perché «certa di poter continuare a prestare anche la propria attività di medico palliativista presso il reparto, che, proprio per far fronte a questo suo doppio impegno, le era stato promesso che sarebbe stato rinforzato nell'organico». Si è invece accorta poi che «l'amministrazione ospedaliera, in realtà, voleva soltanto che lei lasciasse il reparto»: a quel punto «ha rifiutato l'incarico del Corat e chiesto di poter usufruire dei 45 giorni di ferie, che le spettavano, per poter riflettere sull'accaduto e sul proprio futuro». Cosa ha fatto l'amministrazione ospedaliera? «L'ha tolta da ogni imbarazzo: invece di darle i 45 giorni di ferie che aveva chiesto, le ha ordinato di stare a casa per i 285 giorni (285!) di ferie di cui lei, per stare accanto a chi aveva necessità delle sue cure, non aveva potuto godere».
In questo maxi-stock di ferie arretrate, Lionello Mazzoni vede la prova del valore aggiunto che la sorella rappresentava in quel reparto («non penso che a livello nazionale si possano trovare facilmente molti medici ospedalieri che abbiano accumulato 285 giorni di ferie arretrate per assistere i pazienti»).
Tolta anche la stanza. Nella lettera-bis dell'indomani, Lionello Mazzoni nega che la sorella possa tornare «tra 9 mesi al reparto ospedaliero di cure palliative», visto che «le è stata tolta anche la stanza che occupava, a conferma che la sua esperienza di medico palliativista in quello stesso reparto deve ritenersi definitivamente conclusa».
Quasi una sfida, quella che il fratello del medico-angelo lancia all'Asl: si «rendano pubbliche le motivazioni del perché si sia deciso di privare la collettività di tale speciale capacità umana». Delle due l'una: o l'allontanamento è stato reso necessario «da un interesse pubblico superiore» come maggior risparmio o maggiore funzionalità (e allora andrà dato merito a chi l'ha deciso) o, se questo non emergesse, è «allora, e solo allora, che occorrerà chiedere ragione ai responsabili di un loro operato a quel punto non conforme al pubblico interesse, che era di continuare a garantire alla collettività le capacità professionali e umane della dott. Mazzoni».
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