Gioco
L'ANNIVERSARIO
"Il più geniale, il meno furbo"
Antonio Vivaldi
◗
Reverberi premiato dal sindaco di Livorno CosimiTrenta anni fa moriva il poeta e musicista Ciampi. Ecco la testimonianza del suo talent scout Reverberi
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ROMA. Quando si dice di qualcuno “ha fatto la storia della musica italiana” non si deve pensare solo all’artista famoso, al personaggio ‘visibile’. Molto spesso è più corretto fare nomi come quello di Gianfranco Reverberi. Genovese di nascita (e di accento!), trasferitosi a Milano e poi a Roma, dove tuttora risiede, Gianfranco Reverberi ha dato un contributo fondamentale nel forgiare la musica italiana per come la conosciamo ora.
In veste di produttore, arrangiatore e compositore ha lavorato, fra gli altri, con Lucio Dalla, Luigi Tenco, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Fabrizio De André (per Tutti Morimmo A Stento), Patty Pravo, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber e Nicola Di Bari (sua la musica de “La prima cosa bella”, canzone che dà il titolo - e colonna sonora cantata da Malika Ayane - al nuovo film di Paolo Virzì). E chi pensa che si parli solo di cose legate al passato, sappia che un sample di un brano di Reverberi, “Nel cimitero di Tucson”, sta alla base di Crazy dei Gnarls Barkley, uno dei maggiori successi discografici mondiali del decennio appena trascorso.
Inevitabilmente, nel corso di questo colloquio, gli abbiamo chiesto di parlarci soprattutto di Piero Ciampi, che Reverberi ha guidato a inizio carriera, portandolo a Milano e facendogli incidere le prime cose a nome Piero Litaliano e aiutandolo anche nei primi momenti del suo cosiddetto “periodo romano”.
Che effetto ti fece Piero Ciampi la prima volta in cui lo vedesti?
«La prima volta Piero io non l’ho visto, l’ho sentito. Stavo facendo il servizio militare a Pesaro, mi pare fosse il 1954 o il 1955. Ero in fila sotto un sole tremendo insieme a decine di altri soldati in attesa di fare un’iniezione quando dal fondo della fila sentii qualcuno che cantava a tutta voce una canzone americana. Per me, appassionato di musica americana, che all’epoca era poco diffusa da noi, fu una sorpresa incredibile. Era quasi il mio turno per l’iniezione eppure tornai indietro per vedere chi fosse questo fenomeno e mi rifeci tutta la fila insieme al mio nuovo amico Piero Ciampi».
La vostra collaborazione è iniziata poco dopo la fine del servizio militare
«In realtà qualche anno dopo. Piero passò da Genova mentre stava andando a Parigi. Mi chiese i soldi per un pacchetto di sigarette, mi disse che voleva fare esperienze all’estero e che ci saremmo rivisti al suo ritorno e così fu. I primi pezzi che scrivemmo insieme erano molto più ricercati rispetto alla musica italiana dei primissimi anni ’60 e i testi di Piero erano davvero una novità. All’epoca mi proponeva cose metricamente regolari che io non faticavo ad adattare alla musica».
Che cosa aveva di speciale Piero rispetto agli altri musicisti del suo periodo, a quelli che poi sarebbero diventati i “cantautori”?
«Nell’ambito dei cantautori Piero era senza dubbio il più particolare, il più geniale. Come musicista non era straordinario, ma i testi sono sempre stati eccezionali. A livello umano direi che è stato meno furbo di altri, creava per il piacere di farlo, senza gelosie e senza la paura che altri gli rubassero le idee. Era molto entusiasta, sempre pieno di speranza e di fiducia».
Anche negli ultimi anni, quando ormai beveva moltissimo?
«Ecco, vorrei che fosse ben chiaro questo: Piero non è mai stato uno sconfitto o uno che si piangesse addosso. In un certo ambiente era stimato, era apprezzato da artisti e poeti, c’era persino un ristoratore romano che era onorato di averlo al suo ristorante, per cui la mancanza del grande successo popolare la pativa fino a un certo punto o solo in certi momenti. E’ chiaro che dopo qualche anno l’alcool comincia a fare un effetto dannoso a chiunque, anche se all’inizio sembra ti tiri fuori la genialità. E’ la continuità che prima o poi comincia a mancare».
Oggi tutti quelli che l’hanno conosciuto parlano tutti bene di Piero...
«Non era facile lavorare con Piero. Adesso che lui non c’è più ci si ricorda solo della sua genialità».
Sappiamo che sta lavorando a un progetto che riguarda Piero...
«Sì, si tratta di un musical che è ormai praticamente completo nella musica e nei testi e che vuole proprio mostrare l’aspetto più positivo e vitale di Piero».
In veste di produttore, arrangiatore e compositore ha lavorato, fra gli altri, con Lucio Dalla, Luigi Tenco, Gino Paoli, Bruno Lauzi, Fabrizio De André (per Tutti Morimmo A Stento), Patty Pravo, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber e Nicola Di Bari (sua la musica de “La prima cosa bella”, canzone che dà il titolo - e colonna sonora cantata da Malika Ayane - al nuovo film di Paolo Virzì). E chi pensa che si parli solo di cose legate al passato, sappia che un sample di un brano di Reverberi, “Nel cimitero di Tucson”, sta alla base di Crazy dei Gnarls Barkley, uno dei maggiori successi discografici mondiali del decennio appena trascorso.
Inevitabilmente, nel corso di questo colloquio, gli abbiamo chiesto di parlarci soprattutto di Piero Ciampi, che Reverberi ha guidato a inizio carriera, portandolo a Milano e facendogli incidere le prime cose a nome Piero Litaliano e aiutandolo anche nei primi momenti del suo cosiddetto “periodo romano”.
Che effetto ti fece Piero Ciampi la prima volta in cui lo vedesti?
«La prima volta Piero io non l’ho visto, l’ho sentito. Stavo facendo il servizio militare a Pesaro, mi pare fosse il 1954 o il 1955. Ero in fila sotto un sole tremendo insieme a decine di altri soldati in attesa di fare un’iniezione quando dal fondo della fila sentii qualcuno che cantava a tutta voce una canzone americana. Per me, appassionato di musica americana, che all’epoca era poco diffusa da noi, fu una sorpresa incredibile. Era quasi il mio turno per l’iniezione eppure tornai indietro per vedere chi fosse questo fenomeno e mi rifeci tutta la fila insieme al mio nuovo amico Piero Ciampi».
La vostra collaborazione è iniziata poco dopo la fine del servizio militare
«In realtà qualche anno dopo. Piero passò da Genova mentre stava andando a Parigi. Mi chiese i soldi per un pacchetto di sigarette, mi disse che voleva fare esperienze all’estero e che ci saremmo rivisti al suo ritorno e così fu. I primi pezzi che scrivemmo insieme erano molto più ricercati rispetto alla musica italiana dei primissimi anni ’60 e i testi di Piero erano davvero una novità. All’epoca mi proponeva cose metricamente regolari che io non faticavo ad adattare alla musica».
Che cosa aveva di speciale Piero rispetto agli altri musicisti del suo periodo, a quelli che poi sarebbero diventati i “cantautori”?
«Nell’ambito dei cantautori Piero era senza dubbio il più particolare, il più geniale. Come musicista non era straordinario, ma i testi sono sempre stati eccezionali. A livello umano direi che è stato meno furbo di altri, creava per il piacere di farlo, senza gelosie e senza la paura che altri gli rubassero le idee. Era molto entusiasta, sempre pieno di speranza e di fiducia».
Anche negli ultimi anni, quando ormai beveva moltissimo?
«Ecco, vorrei che fosse ben chiaro questo: Piero non è mai stato uno sconfitto o uno che si piangesse addosso. In un certo ambiente era stimato, era apprezzato da artisti e poeti, c’era persino un ristoratore romano che era onorato di averlo al suo ristorante, per cui la mancanza del grande successo popolare la pativa fino a un certo punto o solo in certi momenti. E’ chiaro che dopo qualche anno l’alcool comincia a fare un effetto dannoso a chiunque, anche se all’inizio sembra ti tiri fuori la genialità. E’ la continuità che prima o poi comincia a mancare».
Oggi tutti quelli che l’hanno conosciuto parlano tutti bene di Piero...
«Non era facile lavorare con Piero. Adesso che lui non c’è più ci si ricorda solo della sua genialità».
Sappiamo che sta lavorando a un progetto che riguarda Piero...
«Sì, si tratta di un musical che è ormai praticamente completo nella musica e nei testi e che vuole proprio mostrare l’aspetto più positivo e vitale di Piero».
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