LA MIA LIVORNO
Il violino è la mia voce
Maria Antonietta Schiavina
◗
Marco Fornaciari, livornese, violinista di fama internazionaleIntervista al livornese Marco Fornaciari: "Sono un lupo solitario con la passione per Bach e Schumann"
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LIVORNO. Un lupo solitario che quando "gioca" con il suo violino si trasforma in fringuello, volando con la musica fino al cielo e trascinando nel suo viaggio chi lo ascolta. Marco Fornaciari, livornese, musicista di fama mondiale, già primo violino dei Solisti Veneti e uno dei pochi a cui è permesso di accostarsi ai violini di Nicolò Paganini, ha suonato ancora una volta nella sua città natale sabato sera, al teatro Goldoni, in un suggestivo concerto con brani di forte virtuosismo.
Fratello di Pardo (filosofo, insegnante, autore teatrale, cantante, nonché autore di spicco del Vernacoliere) e di Eleonora (nata dal secondo matrimonio del padre), Fornaciari, dopo aver vissuto per dieci anni a Padova, abita ora a Ferrara, patria della cultura e della musica, una città dove dice, si sente davvero a suo agio, per l'eleganza e il rigore che vi albergano. Eleganza e rigore che fanno parte del suo carattere fin da quando bambino, invece di giocare a pallone con i coetanei si emozionava strimpellando i primi pezzi con il suo arco.
Quando ha iniziato a studiare il violino e come vi si è avvicinato?
«La mia è stata un'infatuazione precoce, non mi è stato imposto nulla e ho fatto tutto da solo. Uno dei primissimi ricordi che ho è quello di un bambino piccolissimo che si addormentava dolcemente in braccio alla mamma, ascoltando il suono del violino di Aldo Ferraresi».
Quanti anni aveva?
«Sì e no due anni ed abitavo nella mia prima casa livornese, in Borgo San Jacopo».
Dal relax è passato all'azione. Senza pentimenti?
«Senza cambiare mai idea».
Lo studio di uno strumento e soprattutto del violino avrà richiesto un grande sacrificio e lei in fondo era solo un bambino.
«Ma i bambini spesso sono anche un po' incoscienti: io lo ero molto e lo sono rimasto. Senza contare che l'unico sacrificio che ho dovuto fare come violinista è stato quello di viaggiare: cosa che a me non è mai piaciuta, perché amo stare a casa e andare a letto presto la sera. E quando lavoro è impossibile».
Qual è stato il suo percorso musicale?
«Mi sono diplomato a Firenze come esterno: ai miei tempi l'Istituto Mascagni che frequentavo non era parificato. Poi mi sono ridiplomato al conservatorio di Ginevra anche se, nel frattempo, avevo già iniziato a tenere concerti in giro per il mondo».
Dove è avvenuto il debutto in pubblico?
«A Castiglioncello. Avevo 17 anni, mi ero appena diplomato».
Oggi oltre a suonare insegna?
«Ho insegnato abbastanza poco in passato e, da qualche anno, ho ricominciato con passione, ma lo faccio solo privatamente».
Ha scoperto qualche genio del violino?
«Sì, ed è proprio quello che stimola la mia voglia di insegnamento: vedere giovanissimi talenti che grazie anche a me si rivelano come tali, mi fa pensare che, forse, con il mio lavoro riesco a trasmettere qualcosa agli altri e che tutto non si fermerà con me».
Sul percorso di Marco Fornaciari hanno influito positivamente gli insegnanti che ha trovato, o è stata tutta farina del suo sacco?
«Alcuni mi hanno dato molto. Il mio primo maestro che aveva una vera e propria religione della missione dell'insegnamento, mi ha inculcato la sua forma di serietà e di rigore assoluto».
Lei ha figli?
«Ne ho due, ma non suonano».
Forse perché hanno fatto una full immersion di musica attraverso il padre?
«Può darsi. Il maschio ora ha 24 anni ed è nelle forze armate, la femmina invece ha 14 anni e fa la prima liceo».
Nella sua famiglia d'origine ci sono stati o ci sono altri musicisti, oltre a suo fratello Pardo?
«La mia nonna paterna era una cantante: fece una notevole carriera, andando addirittura alla corte dello zar di Russia».
Veniamo a oggi. E' più difficile di un tempo per i giovani riuscire a farsi strada?
«Franco Gulli, uno dei maestri che ho stimato di più come violinista e come persona, affermava: "Ai miei tempi trovare spazi nella musica era facile perché non c'era nessuno. Era finita la guerra, si aveva voglia di ricominciare e si tenevano molti concerti". Poi, da ventenne, frequentavo l'Accademia Chigiana e il maestro Accardo diceva ai suoi allievi: "Ragazzi, sono finiti i tempi belli, il governo non dà più soldi agli enti locali e se, ai miei tempi, si facevano due concerti al giorno, adesso ve lo scordate". Era il 1972 e la situazione già si stava chiudendo. Ora si è chiusa molto di più: colpa dei conservatori e delle scuole che non fanno sistema, ma anche delle orchestre che, nonostante ricevano soldi pubblici, spesso preferiscono far lavorare i musicisti stranieri invece che dare spazio a quelli provenienti dalle scuole italiane».
Torniamo a lei ragazzino violinista. Aveva tempo fra uno spartito e l'altro per poter giocare con i suoi coetanei?
«Sono sempre stato un solitario, una persona poco incline ai rapporti sociali. E ancora adesso non sono un animatore o un compagnone, ma uno che preferisce restare nel suo mondo: passo giornate intere dietro una partitura che magari non mi servirà mai per lavoro, ma che voglio conoscere meglio».
Preferisce suonare per gli intenditori o per un pubblico più popolare?
«Cinquant'anni fa, ma anche trenta, le conoscenze in fatto di musica erano minori. Oggi la gente legge, si informa, suona: un mio allievo livornese si è diplomato in violino e ora è a Bonn per un master di matematica. A una mia alunna di otto anni la mamma fa vedere in internet i video dei grandi violinisti. E' un'altra forma di cultura musicale, ma la conoscenza "popolare" ormai non esiste più».
Matematica e musica vanno molto d'accordo...
«Ho letto che l'intuizione matematica ha nel cervello la stessa genesi di quella musicale. E ci sono parecchi ingeneri o persone che fanno un lavoro più tecnico che suonano uno strumento: Vittorio Ghidella, ex amministratore delegato della Fiat, si era diplomato in clavicembalo; Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, si è diplomato a più di settant'anni in pianoforte. Ed Einstein suonava il violino».
Lei, quali autori preferisce suonare?
«Quando suono per me scelgo sempre Bach, poi ho una grande predilezione per Schumann e per Ciajkovskij. Ma cerco spesso autori sconosciuti, anche se a quelli particolarmente difficili mi accosto dopo un po' di tempo dalla scoperta».
Suona tutti i giorni?
«Più o meno».
"Se non suono un giorno me ne accorgo io, se sto fermo più giorni se ne accorgono gli intenditori, se sto fermo di più se ne accorgono tutti". Chi lo diceva?
«Credo Arthur Rubinstein. Ma probabilmente si tratta di una frase fatta proveniente dall'antico, di cui poi molti si sono appropriati».
Quando si sposta dunque porta sempre con sé il suo violino...
«Sempre. Ed è un problema perché bisogna stare attenti al secco, all'umido, al caldo e al freddo: al di sotto dei 4 gradi il violino non suona più e rischia anche di fessurarsi».
Quanti violini ha?
«Tredici».
Fra quei tredici ce n'è uno che predilige?
«Ce ne sono tre, di cui uno in particolare che però non è mio, ma mi viene prestato. Lo adopero solo nei concerti a cui tengo particolarmente, come quello di sabato sera al Goldoni: è un violino genovese della metà del Settecento, mai suonato perché ritenuto troppo grande».
Da quanto tempo non teneva concerti a Livorno?
«A un amico che mi aveva fatto la stessa domanda ho risposto che ho suonato quattro anni fa. Ma, ripensandoci, credo di averlo fatto altre volte: per esempio nella Messa di Gloria di Mascagni a inizio dicembre 2009».
Fratello di Pardo (filosofo, insegnante, autore teatrale, cantante, nonché autore di spicco del Vernacoliere) e di Eleonora (nata dal secondo matrimonio del padre), Fornaciari, dopo aver vissuto per dieci anni a Padova, abita ora a Ferrara, patria della cultura e della musica, una città dove dice, si sente davvero a suo agio, per l'eleganza e il rigore che vi albergano. Eleganza e rigore che fanno parte del suo carattere fin da quando bambino, invece di giocare a pallone con i coetanei si emozionava strimpellando i primi pezzi con il suo arco.
Quando ha iniziato a studiare il violino e come vi si è avvicinato?
«La mia è stata un'infatuazione precoce, non mi è stato imposto nulla e ho fatto tutto da solo. Uno dei primissimi ricordi che ho è quello di un bambino piccolissimo che si addormentava dolcemente in braccio alla mamma, ascoltando il suono del violino di Aldo Ferraresi».
Quanti anni aveva?
«Sì e no due anni ed abitavo nella mia prima casa livornese, in Borgo San Jacopo».
Dal relax è passato all'azione. Senza pentimenti?
«Senza cambiare mai idea».
Lo studio di uno strumento e soprattutto del violino avrà richiesto un grande sacrificio e lei in fondo era solo un bambino.
«Ma i bambini spesso sono anche un po' incoscienti: io lo ero molto e lo sono rimasto. Senza contare che l'unico sacrificio che ho dovuto fare come violinista è stato quello di viaggiare: cosa che a me non è mai piaciuta, perché amo stare a casa e andare a letto presto la sera. E quando lavoro è impossibile».
Qual è stato il suo percorso musicale?
«Mi sono diplomato a Firenze come esterno: ai miei tempi l'Istituto Mascagni che frequentavo non era parificato. Poi mi sono ridiplomato al conservatorio di Ginevra anche se, nel frattempo, avevo già iniziato a tenere concerti in giro per il mondo».
Dove è avvenuto il debutto in pubblico?
«A Castiglioncello. Avevo 17 anni, mi ero appena diplomato».
Oggi oltre a suonare insegna?
«Ho insegnato abbastanza poco in passato e, da qualche anno, ho ricominciato con passione, ma lo faccio solo privatamente».
Ha scoperto qualche genio del violino?
«Sì, ed è proprio quello che stimola la mia voglia di insegnamento: vedere giovanissimi talenti che grazie anche a me si rivelano come tali, mi fa pensare che, forse, con il mio lavoro riesco a trasmettere qualcosa agli altri e che tutto non si fermerà con me».
Sul percorso di Marco Fornaciari hanno influito positivamente gli insegnanti che ha trovato, o è stata tutta farina del suo sacco?
«Alcuni mi hanno dato molto. Il mio primo maestro che aveva una vera e propria religione della missione dell'insegnamento, mi ha inculcato la sua forma di serietà e di rigore assoluto».
Lei ha figli?
«Ne ho due, ma non suonano».
Forse perché hanno fatto una full immersion di musica attraverso il padre?
«Può darsi. Il maschio ora ha 24 anni ed è nelle forze armate, la femmina invece ha 14 anni e fa la prima liceo».
Nella sua famiglia d'origine ci sono stati o ci sono altri musicisti, oltre a suo fratello Pardo?
«La mia nonna paterna era una cantante: fece una notevole carriera, andando addirittura alla corte dello zar di Russia».
Veniamo a oggi. E' più difficile di un tempo per i giovani riuscire a farsi strada?
«Franco Gulli, uno dei maestri che ho stimato di più come violinista e come persona, affermava: "Ai miei tempi trovare spazi nella musica era facile perché non c'era nessuno. Era finita la guerra, si aveva voglia di ricominciare e si tenevano molti concerti". Poi, da ventenne, frequentavo l'Accademia Chigiana e il maestro Accardo diceva ai suoi allievi: "Ragazzi, sono finiti i tempi belli, il governo non dà più soldi agli enti locali e se, ai miei tempi, si facevano due concerti al giorno, adesso ve lo scordate". Era il 1972 e la situazione già si stava chiudendo. Ora si è chiusa molto di più: colpa dei conservatori e delle scuole che non fanno sistema, ma anche delle orchestre che, nonostante ricevano soldi pubblici, spesso preferiscono far lavorare i musicisti stranieri invece che dare spazio a quelli provenienti dalle scuole italiane».
Torniamo a lei ragazzino violinista. Aveva tempo fra uno spartito e l'altro per poter giocare con i suoi coetanei?
«Sono sempre stato un solitario, una persona poco incline ai rapporti sociali. E ancora adesso non sono un animatore o un compagnone, ma uno che preferisce restare nel suo mondo: passo giornate intere dietro una partitura che magari non mi servirà mai per lavoro, ma che voglio conoscere meglio».
Preferisce suonare per gli intenditori o per un pubblico più popolare?
«Cinquant'anni fa, ma anche trenta, le conoscenze in fatto di musica erano minori. Oggi la gente legge, si informa, suona: un mio allievo livornese si è diplomato in violino e ora è a Bonn per un master di matematica. A una mia alunna di otto anni la mamma fa vedere in internet i video dei grandi violinisti. E' un'altra forma di cultura musicale, ma la conoscenza "popolare" ormai non esiste più».
Matematica e musica vanno molto d'accordo...
«Ho letto che l'intuizione matematica ha nel cervello la stessa genesi di quella musicale. E ci sono parecchi ingeneri o persone che fanno un lavoro più tecnico che suonano uno strumento: Vittorio Ghidella, ex amministratore delegato della Fiat, si era diplomato in clavicembalo; Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, si è diplomato a più di settant'anni in pianoforte. Ed Einstein suonava il violino».
Lei, quali autori preferisce suonare?
«Quando suono per me scelgo sempre Bach, poi ho una grande predilezione per Schumann e per Ciajkovskij. Ma cerco spesso autori sconosciuti, anche se a quelli particolarmente difficili mi accosto dopo un po' di tempo dalla scoperta».
Suona tutti i giorni?
«Più o meno».
"Se non suono un giorno me ne accorgo io, se sto fermo più giorni se ne accorgono gli intenditori, se sto fermo di più se ne accorgono tutti". Chi lo diceva?
«Credo Arthur Rubinstein. Ma probabilmente si tratta di una frase fatta proveniente dall'antico, di cui poi molti si sono appropriati».
Quando si sposta dunque porta sempre con sé il suo violino...
«Sempre. Ed è un problema perché bisogna stare attenti al secco, all'umido, al caldo e al freddo: al di sotto dei 4 gradi il violino non suona più e rischia anche di fessurarsi».
Quanti violini ha?
«Tredici».
Fra quei tredici ce n'è uno che predilige?
«Ce ne sono tre, di cui uno in particolare che però non è mio, ma mi viene prestato. Lo adopero solo nei concerti a cui tengo particolarmente, come quello di sabato sera al Goldoni: è un violino genovese della metà del Settecento, mai suonato perché ritenuto troppo grande».
Da quanto tempo non teneva concerti a Livorno?
«A un amico che mi aveva fatto la stessa domanda ho risposto che ho suonato quattro anni fa. Ma, ripensandoci, credo di averlo fatto altre volte: per esempio nella Messa di Gloria di Mascagni a inizio dicembre 2009».
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