Il Tirreno

Livorno

INTERVISTA

Afghanistan, cosa dobbiamo fare

Giovanni Neri
Afghanistan, cosa dobbiamo fare

Parla il generale Federico D'Apuzzo, nuovo comandante della Folgore e profondo conoscitore del paese asiatico dove ha vissuto per tre anni. "I militari creano le condizioni per operare, ma serve far crescere economia e strutture sociali dell'Afghanistan"

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LIVORNO. In Afghanistan la Folgore ha svolto una delle più lunghe missioni della sua storia: per 7 mesi a Herat i paracadutisti hanno controllato un’area grande come l’Italia del nord e tra i sassi e la polvere di quel paese sono rimasti 8 dei suoi uomini, un prezzo altissimo nel processo di democratizzazione e stabilizzazione di una zona che è diventata la chiave di volta per la sicurezza mondiale. Dal loro rientro in patria i paracadutisti sono guidati dal generale Federico D’Apuzzo.
Come valuta quello che è accaduto a Bala Murgab?
«La zona di Bala è molto delicata. Siamo vicini al confine con il Turkmenistan e da lì passa un tratto della Ring Road, la principale via di comunicazione del paese. E’ insomma una zona strategicamente molto importante. Per questo è vitale per tutte le forze in campo».   
Obama
ha mandato altri 20mila uomini, la Nato rafforzerà la sua presenza. L’Italia ha promesso altri mille soldati. Toccherà di nuovo alla Folgore?
«A Herat la Folgore ha fatto un ottimo lavoro e dopo un’attività così intensa siamo in fase di riorganizzazione. Non posso prevedere quello che sarà il nostro futuro impiego. Certo escluderei una nuova partenza nel corso del 2010. Sono stato in Afghanistan per diversi mesi, nel 2003, con la missione Enduring Freedom e poi per altri tre anni a Kabul come addetto militare in ambasciata e devo dire quel teatro è veramente molto complesso. L’errore è quello di pensare che laggiù le cose possano essere misurate con i nostri parametri. E’ una società frammentata, tribale, molto diversa non solo dalla nostra ma anche da quella somala o irachena. L’impegno militare è indispensabile a creare quella cornice di sicurezza senza la quale non è possibile fare altro. Ma servono più “donors”, più impegno economico. Il modello italiano alle missioni di pace è ormai condiviso da tutti gli alleati: l’azione militare non serve se non si costruisce un paese moderno. Se l’Onu non potrà lavorare tranquillamente con le sue organizzazioni, se esercito e polizia locali non saranno finalmente in grado di garantire la stabilità della loro nazione, non si potrà passare alla fase successiva. Ma sono certo che con il tempo riusciremo a ridare una speranza a quel popolo martoriato».
Chi è Federico D’Apuzzo?
«Un giovane generale che ha sempre fatto il paracadutista e che oggi ha la fortuna di poter coronare il sogno di ogni parà: comandare la Folgore. Ho 51 anni, sono nato a Cava de’ Tirreni, in provincia di Salerno. Mia moglie si chiama Antonietta. L’ho conosciuta al mare, a Vietri, quando ero sottotenente e abbiamo due figli che ormai hanno 24 e 21 anni. Il più grande è maresciallo dei carabinieri a Nervi, l’altro studia psicologia a Pisa. A Livorno ho passato gran parte della mia vita. Andrea e Alfonso sono nati tutti e due qui e la nostra casa di famiglia è a Banditella....»
In questi anni il rapporto tra Folgore e città toscane è certamente cambiato. Se lo aspettava che il sindaco di Livorno Cosimi e il presidente dell’Associazione Partigiani si scagliassero così decisamente contro chi aveva sollevato critiche alla concessione dello stadio per la festa della Folgore?
«Ero certo che le istituzioni si sarebbero schierate senza tentennamenti. Da anni i rapporti con le città toscane sono ottimi. Ormai, finita la leva, quando i militari erano dei giovani che arrivavano, stavano pochi mesi e se ne tornavano a casa, i paracadutisti sono cittadini a tutto tondo della Toscana. A Pistoia la caserma è aperta alle attività sportive esterne, Siena è legatissima al suo 186º Reggimento, Pisa collabora da anni con l’Università. La Brigata rappresenta migliaia di persone che nelle città toscane hanno casa, comprano il pane ogni giorno, mandano a scuola i figli, hanno fidanzate, mogli e suoceri. Parlando in termini economici possiamo dire che la Folgore è una delle più grosse aziende della regione e che qui produce e investe reddito, direttamente e attraverso l’indotto. Fuor di metafora, come me da anni i paracadutisti non sono più ospiti delle città dove lavorano, ma suoi cittadini al cento per cento, indipendentemente dal certificato di nascita».
E da Livorno partirà un progetto per i giovani...
«Sì, con il sindaco Cosimi abbiamo pensato a sviluppare il rapporto con gli studenti. Per farci conoscere meglio, per far capire il bello e il brutto della vita militare, per spiegare ai giovani che questa può essere una buona possibilità di lavoro. Saranno i nostri giovani volontari e sottufficiali a parlare con gli studenti perché in uniforme o in borghese i loro problemi sono gli stessi»

La battaglia di Bala Murgab. Intervista all'esperto Stefano Silvestri


Dobbiamo capire se si sia trattato di un attacco locale o dell’inizio di una nuova strategia offensiva degli insorgenti. In ogni caso a primavera la situazione peggiorerà ulteriormente.
Stefano Silvestri, esperto di strategie militari, a capo dell’Istituto Affari internazionali e
in passato sottosegretario alla Difesa, dice di non avere ancora gli elementi per analizzare
esattamente quello che sia accaduto in questi giorni a Bala Murgab, nel nord ovest dell’Afghanistan.

Qui, la Fob, ovvero la base avanzata italiana presidiata dai fanti della Sassari che poche
settimane fa hanno dato il cambio ai parà del 183º reggimento Nembo della Folgore
di Pistoia, è stata attaccata per 72 ore dagli insorgenti.
Tre giorni di guerra vera e propria che si sono conclusi con forti perdite da parte
afghana e per fortuna senza nemmeno un ferito tra i «dimonios » sassarini. «Quella è
una zona dove passano i traffici illeciti di mezzo Afghanistan e verso il Turkmenistan.
La presenza di signori della guerra locali, che non tollerano il controllo internazionale
e del governo di Kabul, è molto forte. Quindi potrebbe trattarsi della volontà di questi
ras di avere più spazio libero.
L’altra, inquietante ipotesi, è che invece si sia trattato di un colpo di assaggio come ci sono stati contro i francesi e i tedeschi e come quotidianamente accade contro
americani, canadesi e inglesi impegnati nel sud. Qualcuno, diciamo, ha voluto saggiare la
nostra capacità di reazione in vista della primavera quando sicuramente gli scontri si alzeranno di tono. In ogni caso gli insurgens, che siamo talebani veri e propri o bande criminali, vogliono rimpossessarsi del territorio che era stato loro sottratto.»

La battaglia di Bala Murghab è cominciata domenica 27 dicembre, quando - con il
beneplacito della «shura», il consiglio degli anziani del villaggio - era stata lanciata una
operazione Nato a sostegno dell’esercito afgano per occupare alcune posizioni cadute
in mano ai talebani. Immediata la reazione degli insorti, che hanno attaccato da più
parti, a decine, con armi automatiche e lanciarazzi Rpg la base italiana. Gli scontri si sono
protratti, con brevi intervalli, per più di 72 ore e solo una serie di incursioni aeree
alleate ed il fuoco dei mortai ha permesso di riassumere il controllo dell’area.
«Asserragliarsi non si è mai tatticamente dimostrato una buona idea - spiega ancora Silvestri - e la lezione di Nassiryia ce lo dimostra. In questo genere di conflitti asimmetrici
è importantissimo il controllo del territorio, la proiettabilità delle forze verso l’esterno.

Certo, questo impone inizialmente rischi maggiori perchè vai a cercare lo scontro, ma assicura il controllo su un’ampia area. Trincerarsi invece permette al nemico di avvicinarsi,
di attaccare e di dimostrare alla popolazione civile che è il più forte. Che domina la zona.
Lo hanno capito anche gli americani che hanno rovesciato la loro strategia iniziale che
era proprio quella di creare capisaldi e uscire raramente. Certo, proiettarsi all’esterno è
difficile e pericoloso, come sa la Folgore che a Bala Murgab ha avuto 20 feriti, ma è l’unico
sistema per poter dormire tranquilli».
G. N.

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