Sicurezza
PERSONAGGI LIVORNESI
Ciucia, cuore della Venezia
Laura Lezza
La targa commemorativa, questa volta, non è per un eroe di guerra, un valoroso soldato, né per uno scienziato, un letterato, un artista o qualche altro illustre personaggio. Questa volta la targa di elegante marmo bianca con l'epigrafe nera, l'amministrazione comunale ha deciso di dedicarla al ricordo di una popolana
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LIVORNO. Una donna livornese dal cuore grande che si chiamava Bruna Barbieri, conosciuta come La Ciucia.
Da pochi giorni nel cimitero dei Lupi è stata affissa una lapide commemorativa per questa donna dal soprannome dolce e labronico. "In ricordo di Bruna Barbieri detta La Ciucia. Nata e vissuta nel rione della Venezia, anima pura, cuore generoso, esempio di rara generosità, dispersa tra le atrocità dell'ultima guerra". Questa è l'epigrafe posta sulla targa alla memoria nel muro interno del cimitero, con la piccola fotografia incorniciata, unica immagine che il passato ci abbia consegnato. Sta lì vicino all'ingresso, proprio davanti alla fermata della navetta. Unica targa sulla parete vuota del muro di cinta rivolta al grande prato, dove stanno tutti gli altri. E in molti l'hanno già notata, passando o aspettando la navetta seduti lì vicino.
L'idea è stata della pronipote di Bruna, Tiziana Savi, autrice del prezioso libro che negli ultimi, dopo aver raccolto ricordi familiari e testimonianze, scavato nelle biblioteche e nelle confidenze, ci ha restituito la figura e la vita di questo bellissimo personaggio (La Ciucia per tutti. Bruna per noi. Books & Compan, 2007. Ricavato alle Cure Palliative). Ma da quella zia ha ereditato la tenacia e la caparbietà.
E dunque dopo il libro, gli spettacoli teatrali che ne sono seguiti, Tiziana ha deciso che poteva fare ancora di più per non far perdere alla città e ai livornesi la figura di un'eroina semplice e pura, generosa e amata come lo è stata quella sua zia.
E così a settembre ha preso carta e penna e ha fatto richiesta al sindaco e all'amministrazione comunale, affinché potesse rimanere della Ciucia almeno un segno visivo all'interno dei cimiteri comunali. Stavano per essere estumulati i genitori di Bruna Barbieri, sulla cui tomba era presente una immagine di questa figlia scomparsa. "Volevo che restasse una traccia di Bruna", sorride Tiziana. "Va ricordata perché lei parlava un linguaggio universale, quello della solidarietà e dell'altruismo. Ringrazio il sindaco. E' giusto che anche chi non l'ha conosciuta sappia che è esistita una figura così".
Il passaparola e tanti anziani in questi giorni sono già andati a trovare e a lasciare un saluto a quella popolana rimasta nel cuore e nei ricordi di tantissimi e scomparsa nel 1944 tra i bombardamenti della guerra. Ricordano bene questa donna un po' strana, irregolare e fuori dagli schemi, con i vestiti semplici, i capelli in disordine (ancora oggi spesso si sente dire: "Pettinati, pari la Ciucia!"), i lievi segni di una malattia che la colpì da bambina, gli occhi azzurri come acquamarine. La ricordano su e giù per le vie della città quando durante il Fascismo e fin quasi il termine della seconda guerra mondiale aveva deciso di stare dalla parte dei deboli, di chi aveva bisogno. Aveva iniziato con i gatti, da piccola. E non si era più fermata. Ma così come da piccola non era una semplice gattaia (da cui il nomignolo), da giovane donna non era una volontaria laica. Era, semplicemente e diversamente La Ciucia. Il cui mondo generoso, confuso e organizzato erano i bambini, gli anziani, i soldati ricoverati negli ospedali. A chiunque portava del cibo, conforto, una sigaretta, un oggetto che potesse ridare un sorriso o esaudire un desiderio.
Sempre indaffarata, sempre di corsa. Dalla sua Venezia, in giro per tutta la città instancabile, svelta e combattiva, caparbia, incapace di tollerare ingiustizie. Chiedeva, prendeva, pretendeva. Mai per sé. Dai negozianti, dai banchi del mercato, dai più ricchi La Ciucia portava sempre piccole quantità di qualcosa a chi ne avesse bisogno. Pane, caramelle, pesce o stoffa, una collanina che un giovane soldato ferito avrebbe voluto regalare alla fidanzatina lontana. C'era per tutti. Sputava a terra quando passavano i fascisti, ma anche Costanzo Ciano si affezionò a lei e spesso la faceva chiamare per donarle generi alimentari e vestiti che lei donava in giro.
Un giorno, come ricorda ancora Tiziana Savi, La Ciucia urlò frasi ingiuriose contro una pattuglia di fascisti in marcia per le vie del centro e una camicia nera cercò di arrestarla, ma fu fermato da un camerata che disse: "Non arrestarla, quella è la Ciucia. E' una strana ribelle, ma in qualunque momento potresti avere bisogno di lei".
Il suo nome è rimasto nei ricordi dei livornesi che l'hanno conosciuta e in quelli che ne hanno sentito il racconto nelle famiglie, per le strade, nel linguaggio e nell'immaginario della città intera. "Il giorno in cui stavamo installando la targa di memoria", ricorda Pietro Bugli, il direttore del Cimitero, "una signora anziana si è fermata a guardare. E si è commossa vedendo quella lapide. Le ho chiesto se la conoscesse. Certo, mi ha risposto. Era una grande benefattrice". E' rimasta nei ricordi della gente, e resta negli occhi e nei pensieri degli artisti. Il pittore Natali gli ha dedicato un'opera negli anni '30. Un po' più appesantita della sua figura magra e svelta, ma con la sua sciarpina rossa da garibaldina al collo e la sua inquietudine. Il maestro Mataresi la fermò in un disegno dal profilo denso e malinconico quando era appena sedicenne. Fellini quando seppe della sua storia ne voleva fare un film con Giulietta Masina. E quest'estate Bobo Rondelli, nel concerto svoltosi in Piazza del Luogo Pio, gli ha dedicato una delle sue canzoni più belle. Alzando la mano, alla fine, dal palco, saluta la Bruna, la Ciucia, che abitava lì davanti, in Venezia.
E chissà che un giorno su quei prati dove viveva La Ciucia, in fondo al Viale Caprera, non ci sarà una strada, una piazza che porta il suo nome. O chissà, una statua di bronzo, come a Dublino, dove la popolana Molly è tra i simboli della città. Una statua a ricordare la sua instancabile generosità. Per questa eroina livornese che definiscono vaga e strana, o un po' bohemienne senza essere artista, ma di una generosità che forse in città non si ricorda in altri. Un'eroina libera e tenace, con gli occhi inquieti sempre a cercare qualcosa per qualcuno, come ci racconta la sua unica immagine. Che non aveva allori, medaglie e onori. Ma i livornesi dalla sua parte.
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