Il Tirreno

Livorno

Quarantaquattro ritratti in un libro di Santini

Sempre sopra le righeLivorno e i livornesi tra esagerazione e genio

Aldo Santini
La copertina del libro di Aldo Santini
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La copertina del libro di Aldo Santini

Livorno vista dagli altri com’è? Bella o brutta? Simpatica oppura odiosa? E i livornesi, che impressione fanno sui visitatori della loro città? Mi riferisco ai personaggi che Livorno, per una ragione qualsiasi, ha ospitato da quand’era un porto a vela con il vento in poppa fino ai giorni nostri

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Scrittori, politici, intellettuali, regnanti, poeti, giornalisti, mercanti, da Henry James al Manzoni, da Gustavo III di Svezia al Lamartine, da Ansaldo ai fratelli Verri.
Da Giorgio Bocca, a Palazzeschi e Montesquieu.
E ho raccolto anche le testimonianze di alcuni livornesi di talento che hanno dato il meglio di sé lontano da Livorno: il Ferrigni, Toaff, Provenzal, Caproni...

Vedersi con i propri occhi è quanto meno una confessione.

Di tutti i personaggi, quarantaquattro per essere precisi, che hanno scritto di Livorno con una certa ampiezza, ho tracciato un profilo, un appunto biografico, per valutare meglio il peso dei loro giudizi.

Scorrendoli a bocce ferme, questi giudizi, capiterà di sentirci orgogliosi, noi livornesi del Duemila. Ma non sempre, attenzione.

Se in genere la Livorno del Settecento, nel suo periodo di massimo luccicore commerciale, appariva bellina e ben squadrata, le vie larghe, perfino pulite, una "città tascabile", adeguatamente protetta dalle sue fortezze e dalla numerosa guarnigione, c'è anche da registrare che era troppo chiassosa, troppo popolaresca, che nelle sue strade s'incontravano tipi di ogni razza vestiti nelle fogge più strane: una torre di Babele, un ribollire di esperienze e di avventure, una fiera di maschere.

Insomma, un vero e proprio cacciucco.

Il padre di Goethe, dopo aver misurato piazza Grande con il metro dei passi, trecentocinquanta per centocinquanta, descrive con sfarzo di particolari la sua visita al Bagno dei forzati, e non nasconde la sua disapprovazione allo spettacolo per lui vergognoso dei "musi neri" che servivano a tavola nelle case altolocate. Tutti, però, sono concordi sul fatto che qui gli ebrei, in fuga dai roghi dell'Inquisizione, avevano trovato una piccola seconda patria.

Non mancano le verità particolarmente scomode: per gli inglesi, per esempio, Livorno era un nido di ladri. Lo riferisce Alessandro Verri in procinto di far stampare l'opera del Beccaria, "Dei delitti e delle pene", al riparo dalla censura austriaca. Il libro è rivoluzionario, Livorno accetta di pubblicarlo, non esita nemmeno ad approntare i torchi per la prima edizione in Italia dell'"Encyclopédie" di Diderot e D'Alambert che sta mettendo in subbuglio la Francia illuminista. In Toscana è stata appena abolita la pena di morte e la tortura. E lui, il Verri, lamenta con aristocratico sdegno di trovarsi in una "piazza di birboni che l'un l'altro si coglionano".

Sono proprio questi i livornesi? O il Verri è suggestionato da qualche fatto di cronaca? Li ritroviamo più autentici in una pagina di Giovanni Ansaldo, il "fascista riluttante" che dirigendo per parecchi anni il giornale dei Ciano ha avuto modo di concoscerli bene: i livornesi sono sempre stati "dell'idea". L'idea della ribellione alle prepotenze, alle ingiustizie, alle oppressioni.

Un solo scrittore, però, Henry James, capisce, annusa, intuisce che Livorno è poco toscana. Una città completamente nuova, all'americana, dove l'americano James, penso, ritrova l'atmosfera effervescente, dinamica e multirazziale della sua New York ottocentesca.

Infatti Livorno è la città meno toscana dell'intera Toscana. O meglio: non è per niente toscana.

Ora Livorno, non dimentichiamolo, è l'unica città "americana" del Mediterraneo, nel senso che è una città da Nuova Frontiera costruita e popolata, in grazia delle "Leggi Livornine" del 1593, da un esercito di emigranti d'ogni razza e colore, di avanzi di galera e figli di puttana che volevano ricostruirsi un'esistenza, che intendevano dare un taglio al passato cambiando identità e passaporto.

E non dimentichiamo che, malgrado il suo fondo libertario e autoritario insieme, è sostanzialmente una città d'ordine. Nello stesso tempo, però, è pugnace, protestataria per vocazione. È soprattutto una città sopra le righe. È una Tarascona aizzata dal libeccio che trova il suo genio nella dismisura, nell'iperbole.

Carlo Coccioli, livornese di foravia, dice che Livorno somiglia al gran capo pellerossa di Jean Cocteau per cui "a little too much is just enough for me".

A Livorno tutto avviene e va fatto "un pochino troppo". Di qui il fervore livornese che si traduce in brillantezza ed esagerazione.

Brilla il mare dell'Ardenza che, a sentire i livonesi, non è uguale a nessun altro. Brilla il porto che era il più rapido e il più assatanato d'Italia. E continuano a brillare i Quattro Mori che testimonierebbero della benemerenza di Livorno nella difesa della civiltà europea. Brillava addirittura il partito comunista per aver realizzato con molti anni di anticipo, proprio a Livorno, il compromesso storico (Guano fu chiamato "il vescovo rosso") e per aver portato sulla poltrona di sindaco, trent'anni prima di Roma (con Argan) una testa d'uovo, Furio Diaz, seguito da un'altra testa d'uovo, Nicola Badaloni, che dettero all'amministrazione della sinistra il suggello anestetizzante della cultura. L'anestesia per una dirigenza borghese avida e disossata.

E l'esagerazione, o meglio la dismisura, è la regola del livornese. Non parla: urla. Non discute: aggredisce.

Non accenna: gesticola. Non ama: perde la testa. Non passeggia: si esibisce. Non mangia: si abbuffa. Non investe: spende per godersi il proprio denaro, quando ce l'ha. Non spende: sciala.

I sociologi bocciano questo scialo con una sentenza di consumismo dissennato. Ma sono davvero dissennati i livornesi? O sono invece saggi, a loro modo. Una saggezza che nel dopoguerra portò la città più comunista d'Italia a collaborare con i militari Usa mettendo in pace la propria coscienza apolitica con giganteschi "Go home" pitturati sui muri.

La saggezza che negli anni Cinquanta, accanto alla scritta "Via il dollaro", apparsa sul brutto edificio di piazza Grande che ospitava il comando americano, vede aggiungere da una mano ignota, strepitosamente livornese, "Ce ne fussero".

Dovrebbe essere un sociologo delle lunghe antenne sensoriali affinate dall'esperienza, oltre che dalla cultura, a spiegarci se questa realpolitik spicciola nasce dalle esigenze di una città fondata sul lavoro degli schiavi e sulle garanzie di impunità offerta a una moltitudine di senzapatria, o dall'opportunismo di una popolazione che nasconde fin troppo bene la sua flessibilità sotto un'esuberanza vulcanica e sgangherata.

Forse la verità sta nel mezzo. Sta nel legame profondo, viscerale, che tiene uniti i livornesi di scoglio, quelli con il "deh!" in bocca, anche i più estroversi e i più trucibaldi, all'anima della nostra città, tersa e concreta come un osso di seppia levigato dal mare, dal vento, dalla sabbia.

Aldo Santini

(tratto dall'introduzione del libro «Alla scoperta di Livorno e dei livornesi in 44 ritratti» Debatte editore).

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di Redazione web