Sicurezza
LA MIA LIVORNO - MARGHERITA DALLE VACCHE
È una città splendidaSe fosse in Romagna sarebbero affari d'oro
Maria Antonietta Schiavina
◗
Margherita Dalle Vacche, cardiologa e deus ex machina del portale manidistrega.comOcchi intensi, sorriso dolce, portamento elegante, non ostentato, Margherita Dalle Vacche cardiologa, pittrice, editrice - sua l'idea del portale femminile "Manidistrega" che oggi conta una media di 20-30mila visitatori al mese
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LIVORNO. E' un'affascinante signora che non fa nulla per nascondere i suoi splendidi 50 anni e che, da quasi 40 vive a Livorno: città che lei ama forse più di quanto ne sia amata, a cui ha regalato senza troppi clamori passione, fantasia e cultura.
Sposata con Riccardo Giannetti, livornese doc e medico oculista, Margherita ha due figli maschi di 18 e 22 anni, "livornesissimi": spiega con un accento che destreggia fra il romagnolo e il toscano, di considerarsi anche lei labronica. Il padre, nativo di Cotignola (Ravenna), allora dipendente di una grande azienda di raffinerie petrolifere, oggi ormai in pensione è proprietario a Livorno dell'hotel Giappone gestito da uno dei figli: per fare carriera accettò di spostarsi, prima in Sardegna e poi a Livorno. Prese casa da principio non lontano dallo stadio, poi al Cisternino «all'epoca zona di aperta campagna».
«Viale Italia e il mare mi hanno segnato come livornese», dice con nostalgia: anche lei appartiene, e ne è orgogliosa, alla categoria di quelli che sul mare ci vanno appena spunta un raggio di sole.
«Non concepirei di vivere in un posto dove non si respira il salmastro», ammette sorridendo di quella che ritiene una piacevole debolezza. E spiega che quando i suoi figli erano piccoli, avendo rallentato l'attività lavorativa per fare la mamma, si è goduta in pieno la Livorno balneare.
Salmastro e sole a parte, in cosa sente di essere livornese una che è nata sulle coste dell'Adriatico fra piadine e squacquarone?
«La mia è una livornesità acquisita nel corso degli anni, anche se capisco di far parte di un altro mondo, perché a Livorno, pur avendo una corte di amicizie lavorative, mi manca il retro della mia storia familiare. E' rimasta in Romagna, dove quando vado, pur non sentendomi a casa, vengo riconosciuta come facente parte del gruppo».
Nel suo sito racconta che ha sempre amato dipingere e disegnare e che avrebbe voluto dedicarsi solo a questo. Ma rivela che ha intrapreso un'altra bellissima professione, quella di medico cardiologo, lasciando nel cassetto il disegno e la pittura. Per riprenderli nel 1991...
«L'amore per il colore e l'immagine, come scrivo nel mio sito, mi ha portato a riprendere dopo anni, approfondendole, varie tecniche, anche nuove, scoprendo che alla base di tutte c'è il colore, un colore che a Livorno non manca mai».
I romagnoli sono iperattivi mentre il livornese è uno che se può rimanda gli impegni. Lei, da chi pensa di aver attinto il suo modo di concepire la vita?
«Chi mi conosce sostiene che sono puntuale, esigente, super impegnata, ma non so se la mia è solo una questione geografica. Essendo cresciuta qui, ho respirato la livornesità a pieni polmoni e non riesco a immaginare come mi sarei comportata se fossi rimasta in Romagna, mentre so con certezza che mio padre qualche difficoltà iniziale con la città l'ha avuta. Anche se oggi lui stesso ammette di dover tanto ai livornesi e Livorno, perché la sua fortuna nel lavoro è nata qui».
Si dà la colpa ai suoi concittadini di essere pigri a causa del mare e del sole: due cose che però esistono anche in Romagna.
«Sì, ma si tratta di un altro mare e un'altra natura: se i romagnoli avessero il nostro ambiente - Livorno è una città splendida - ci farebbero affari d'oro. Noi il turismo lo scartiamo a priori».
Parliamo di maschilismo. Lei che ha creato un portale con cui dà voce alla cultura femminile, trova che Livorno sia davvero una città maschilista come si mormora in giro?
«Le mie radici vengono da una realtà con cui posso confrontarmi, l'Emilia Romagna, una delle regioni più maschiliste del mondo, basti pensare a "Amarcord" di Fellini. Solo che Livorno è una città molto franca: tutti dicono quel che pensano, mentre altrove si pensa ma non si dice. Detto questo, finché le posizioni di potere saranno maschiliste lo sarà di conseguenza anche la città: la colpa non è solo della gente, ma anche di chi fa emergere le notizie, giornalisti compresi».
Le donne livornesi si devono dunque far sentire a alti livelli, se vogliono cambiare una società che le vorrebbe a fare la calza?
«Sì, ma questo vale anche per gli uomini: conosco molti livornesi intelligentissimi, impegnatissimi che restano nell'ombra e mi rammarico nel constatare che l'idea esterna è quella di una città da un lato maschilista, dall'altro con poca cultura».
Al suo portale si collegano parecchie livornesi?
«"Manidistrega" è nato come portale della Toscana: tenerlo solo come spazio locale sarebbe stato limitativo. Conosciuto e apprezzato prima fuori, ha fatto l'ingresso ufficiale a Livorno due anni dopo, accolto come una bella realtà, senza gran clamore. Ora invece, dopo 7 anni, le persone che si avvicinano sono in maggioranza livornesi».
Il portale si è arricchito anche di una casa editrice. Quest'intraprendenza, a livello istituzionale ha trovato muri o collaborazione?
«Dei muri no, ma sono stata ignorata e in certi casi anche criticata. Ricordo addirittura che una donna, con una posizione importante nel campo femminile, quando le andai a presentare il portale mi consigliò di cambiargli il nome, mentre sono convinta che sia stato proprio quel nome ad aiutarlo a decollare».
Parliamo di lei medico. Come si è rapportata alla realtà locale?
«La medicina è uno degli ambienti più maschilisti. Donne bravissime, competenti, partite con me nel campo della ricerca non hanno ottenuto quello che meritavano. Mentre uomini meno preparati sono andati molto avanti: dal canto mio, ho fatto un passo indietro all'origine, perché la nascita dei figli ha cambiato le mie priorità».
Oggi qual è il suo ruolo?
«Dopo aver lasciato il Cnr dove lavoravo come ricercatrice con una borsa di studio che, una volta nati i figli, non mi permetteva di mettere la cosiddetta pentola sul fuoco, sono diventata medico della mutua, prima a Piombino, da pendolare con grande fatica, e poi a Livorno. Ma l'anno scorso, dopo un periodo di aspettativa, mi sono dimessa, per dedicarmi all'attività del portale, della casa editrice e al lavoro grafico, che ormai mi coinvolgono a tempo pieno. Non ho lasciato però del tutto la medicina e visito in un ambulatorio privato occupandomi, in contemporanea, di una commissione medica di verifica».
Margherita, lei ora è una donna matura e a quanto sembra serena. Ma se ripensa alla Livorno di quando era bambina, quali sono i colori, gli umori e gli odori che ricorda?
«Ho abitato a lungo nella zona dello stadio e a quel tempo noi bambini giocavamo per strada e al posto della piscina c'erano i campi: oggi se passo di là mi piange il cuore nel vedere quelli che erano i "nostri" piazzali trasformati in spazi blindati. Ricordo tanta allegria, l'odore dell'erba, il sole, il cielo: sensazioni bellissime, si sono ormai perse nel caos di una città che come tante ha perso la sua dimensione umana».
Sposata con Riccardo Giannetti, livornese doc e medico oculista, Margherita ha due figli maschi di 18 e 22 anni, "livornesissimi": spiega con un accento che destreggia fra il romagnolo e il toscano, di considerarsi anche lei labronica. Il padre, nativo di Cotignola (Ravenna), allora dipendente di una grande azienda di raffinerie petrolifere, oggi ormai in pensione è proprietario a Livorno dell'hotel Giappone gestito da uno dei figli: per fare carriera accettò di spostarsi, prima in Sardegna e poi a Livorno. Prese casa da principio non lontano dallo stadio, poi al Cisternino «all'epoca zona di aperta campagna».
«Viale Italia e il mare mi hanno segnato come livornese», dice con nostalgia: anche lei appartiene, e ne è orgogliosa, alla categoria di quelli che sul mare ci vanno appena spunta un raggio di sole.
«Non concepirei di vivere in un posto dove non si respira il salmastro», ammette sorridendo di quella che ritiene una piacevole debolezza. E spiega che quando i suoi figli erano piccoli, avendo rallentato l'attività lavorativa per fare la mamma, si è goduta in pieno la Livorno balneare.
Salmastro e sole a parte, in cosa sente di essere livornese una che è nata sulle coste dell'Adriatico fra piadine e squacquarone?
«La mia è una livornesità acquisita nel corso degli anni, anche se capisco di far parte di un altro mondo, perché a Livorno, pur avendo una corte di amicizie lavorative, mi manca il retro della mia storia familiare. E' rimasta in Romagna, dove quando vado, pur non sentendomi a casa, vengo riconosciuta come facente parte del gruppo».
Nel suo sito racconta che ha sempre amato dipingere e disegnare e che avrebbe voluto dedicarsi solo a questo. Ma rivela che ha intrapreso un'altra bellissima professione, quella di medico cardiologo, lasciando nel cassetto il disegno e la pittura. Per riprenderli nel 1991...
«L'amore per il colore e l'immagine, come scrivo nel mio sito, mi ha portato a riprendere dopo anni, approfondendole, varie tecniche, anche nuove, scoprendo che alla base di tutte c'è il colore, un colore che a Livorno non manca mai».
I romagnoli sono iperattivi mentre il livornese è uno che se può rimanda gli impegni. Lei, da chi pensa di aver attinto il suo modo di concepire la vita?
«Chi mi conosce sostiene che sono puntuale, esigente, super impegnata, ma non so se la mia è solo una questione geografica. Essendo cresciuta qui, ho respirato la livornesità a pieni polmoni e non riesco a immaginare come mi sarei comportata se fossi rimasta in Romagna, mentre so con certezza che mio padre qualche difficoltà iniziale con la città l'ha avuta. Anche se oggi lui stesso ammette di dover tanto ai livornesi e Livorno, perché la sua fortuna nel lavoro è nata qui».
Si dà la colpa ai suoi concittadini di essere pigri a causa del mare e del sole: due cose che però esistono anche in Romagna.
«Sì, ma si tratta di un altro mare e un'altra natura: se i romagnoli avessero il nostro ambiente - Livorno è una città splendida - ci farebbero affari d'oro. Noi il turismo lo scartiamo a priori».
Parliamo di maschilismo. Lei che ha creato un portale con cui dà voce alla cultura femminile, trova che Livorno sia davvero una città maschilista come si mormora in giro?
«Le mie radici vengono da una realtà con cui posso confrontarmi, l'Emilia Romagna, una delle regioni più maschiliste del mondo, basti pensare a "Amarcord" di Fellini. Solo che Livorno è una città molto franca: tutti dicono quel che pensano, mentre altrove si pensa ma non si dice. Detto questo, finché le posizioni di potere saranno maschiliste lo sarà di conseguenza anche la città: la colpa non è solo della gente, ma anche di chi fa emergere le notizie, giornalisti compresi».
Le donne livornesi si devono dunque far sentire a alti livelli, se vogliono cambiare una società che le vorrebbe a fare la calza?
«Sì, ma questo vale anche per gli uomini: conosco molti livornesi intelligentissimi, impegnatissimi che restano nell'ombra e mi rammarico nel constatare che l'idea esterna è quella di una città da un lato maschilista, dall'altro con poca cultura».
Al suo portale si collegano parecchie livornesi?
«"Manidistrega" è nato come portale della Toscana: tenerlo solo come spazio locale sarebbe stato limitativo. Conosciuto e apprezzato prima fuori, ha fatto l'ingresso ufficiale a Livorno due anni dopo, accolto come una bella realtà, senza gran clamore. Ora invece, dopo 7 anni, le persone che si avvicinano sono in maggioranza livornesi».
Il portale si è arricchito anche di una casa editrice. Quest'intraprendenza, a livello istituzionale ha trovato muri o collaborazione?
«Dei muri no, ma sono stata ignorata e in certi casi anche criticata. Ricordo addirittura che una donna, con una posizione importante nel campo femminile, quando le andai a presentare il portale mi consigliò di cambiargli il nome, mentre sono convinta che sia stato proprio quel nome ad aiutarlo a decollare».
Parliamo di lei medico. Come si è rapportata alla realtà locale?
«La medicina è uno degli ambienti più maschilisti. Donne bravissime, competenti, partite con me nel campo della ricerca non hanno ottenuto quello che meritavano. Mentre uomini meno preparati sono andati molto avanti: dal canto mio, ho fatto un passo indietro all'origine, perché la nascita dei figli ha cambiato le mie priorità».
Oggi qual è il suo ruolo?
«Dopo aver lasciato il Cnr dove lavoravo come ricercatrice con una borsa di studio che, una volta nati i figli, non mi permetteva di mettere la cosiddetta pentola sul fuoco, sono diventata medico della mutua, prima a Piombino, da pendolare con grande fatica, e poi a Livorno. Ma l'anno scorso, dopo un periodo di aspettativa, mi sono dimessa, per dedicarmi all'attività del portale, della casa editrice e al lavoro grafico, che ormai mi coinvolgono a tempo pieno. Non ho lasciato però del tutto la medicina e visito in un ambulatorio privato occupandomi, in contemporanea, di una commissione medica di verifica».
Margherita, lei ora è una donna matura e a quanto sembra serena. Ma se ripensa alla Livorno di quando era bambina, quali sono i colori, gli umori e gli odori che ricorda?
«Ho abitato a lungo nella zona dello stadio e a quel tempo noi bambini giocavamo per strada e al posto della piscina c'erano i campi: oggi se passo di là mi piange il cuore nel vedere quelli che erano i "nostri" piazzali trasformati in spazi blindati. Ricordo tanta allegria, l'odore dell'erba, il sole, il cielo: sensazioni bellissime, si sono ormai perse nel caos di una città che come tante ha perso la sua dimensione umana».
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