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Livorno

LA MIA LIVORNO

Io ex top model,di questa città amo difetti e guai

M. Antonietta Schiavina
Io ex top model,di questa città amo difetti e guai

Top model fra le più richieste negli anni Sessanta, musa ispiratrice di Andy Warhol e Gianpaolo Barbieri, protagonista delle più belle copertine di Vogue America, modella preferita di Ugo Mulas, immortalata più volte dall'obiettivo di Bert Stern, Sokolowsky, Avedon, Benedetta Barzini, un'eleganza innata, il volto esotico

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LIVORNO. Top model fra le più richieste negli anni Sessanta, musa ispiratrice di Andy Warhol e Gianpaolo Barbieri, protagonista delle più belle copertine di Vogue America, modella preferita di Ugo Mulas, immortalata più volte dall'obiettivo di Bert Stern, Sokolowsky, Avedon, Benedetta Barzini - classe '43, un'eleganza innata, il volto esotico-mediterraneo oggi segnato dalle rughe ma non per questo meno affascinante - ha fatto del non voler fermare il tempo che passa la sua bandiera, usando sempre con intelligenza ciò che Madre Natura le ha donato. E quando, come lei stessa ammette senza nessun rimpianto o malinconia, «il telefono ha smesso di suonare», ha staccato la spina dal mondo della moda, dedicandosi a tempo pieno ai suoi quattro figli e, in contemporanea, al giornalismo e all'insegnamento.

Docente al Politecnico di Milano (sociologia e cultura della moda), opinionista impegnata in un discorso attento sui modelli di bellezza, ma soprattutto sui canoni imposti, la Barzini, figlia di Luigi Barzini junior, celebre inviato del "Corriere della Sera", e di Giannalisa Feltrinelli, da quattro anni è livornese d'adozione: per vivere meglio il tempo della maturità ha deciso infatti di lasciare una metropoli frenetica come Milano, dove si reca ormai solo per motivi professionali, scegliendo come buen retiro la nostra città, dove vive all'Ardenza in una casa a pochi passi dal mare, che ha riempito di libri, colori, ricordi. Un rifugio accogliente che, quando non vengono figli e nipoti a trovarla, protegge la sua serena solitudine.

«Sono nata a Porto Santo Stefano - spiega l'ex modella sottolineando le origini toscane - e il mio cuore è rimasto in quei fondali con la visione dell'isola del Giglio davanti che, a dire il vero, mi disturbava un po', quanto mi disturba oggi da Piombino vedere l'Elba, perché le isole mi tolgono l'orizzonte. E ricordo con nostalgia il rumore dei pescherecci che andavano e venivano, i pescatori con la fascia nera in vita e il bastone, il paese dove, nonostante il disastro della guerra, c'era una serenità che adesso non è più possibile: quel mare che ha rappresentato la mia patria, si è trasformato in un'autostrada accessibile a tutti».

Per questo lo ha rinnegato spostandosi più in su?
«Sono in esilio, un esilio perpetuo. E in vacanza vado a Baratti dove, dal 1975, prendo in affitto una casa nella zona dello Stellino: ho cominciato ad andarci con i miei figli ancora piccoli e oggi si sono aggiunti anche i miei quattro nipoti».

Turista a Baratti in estate e cittadina livornese durante l'anno, nonostante il lavoro la leghi ancora a Milano. Cosa l'ha spinta a questa scelta?
«La voglia di vivere in una dimensione più umana. Quando il più piccolo dei miei figli terminò il liceo iniziai a cercare un luogo dove ritirarmi per invecchiare in santa pace e poiché il grande sogno di una vita per me è sempre stato quello di avere una finestra sul mare, ho pensato al Tirreno dove il sole tramonta dalla parte giusta e sono scesa lungo la Costa, fermandomi con la fantasia a Napoli, dicendomi però che una vecchietta sola e poco padrona della lingua napoletana, non avrebbe potuto stare in quella città. Perciò ho spostato il mio sguardo su Livorno, un luogo che uguaglia in qualche modo Napoli per la grandezza, la posizione geografica, il mare. La vostra poi è una città che nasce con una storia molto singolare, che esiste in maniera singolare, per questo unica. Una città che mi avvicina alle radici maremmane e che è un punto di incontro fra Roma e Milano perché si trova a metà strada...».

Cosa ama di Livorno più di tutto?
«Mi piace tutto, amo anche i suoi difetti. Adoro certe strade con le case ammassate, il modo caotico di porsi al visitatore. E la stazione, con la sua aria inizio secolo: la trovo fantastica! E poi mi diverte il fatto che a quindici chilometri di distanza ci sia Pisa, dove si parla in un altro modo, così come si parla in un altro modo a Piombino. Quest'abitudine tutta toscana di aggirare la lingua denota una grande personalità che soprattutto a Livorno è fortissima».

Secondo lei Livorno è un luogo di cultura?
«Una città che esprime i macchiaioli ha cultura, la sua cultura. Non conosco ancora bene la storia livornese, ma mi sono ripromessa di studiarla, di andare a vedere con più calma le case, i palazzi, di passeggiare per le vie più nascoste e scoprirne i segreti».

Si è integrata da subito o ha fatto fatica a legare con la gente?
«Sono restia all'integrazione intesa come concetto di appartenenza: conosco i proprietari dei negozi dell'Ardenza perché vado da loro a fare la spesa e mi forniscono informazioni preziose. Non ho bisogno di andare a cena a destra e a manca, di far vita sociale e preferisco stare da sola, andare al cinema e ascoltare cosa raccontano quelli seduti accanto a me, annusare le situazioni girando per il mercato scoperto e coperto, un mondo che mi intriga moltissimo, una specie di suk internazionale, dove i venditori sono più interessanti della merce in vendita».

Parliamo di manie. I livornesi hanno quella della bellezza del corpo e fanno di tutto per essere in forma, abbronzati, tirati, perfetti, senza un capello o un pelo fuori posto. Lei che ha sempre sostenuto la naturalezza dell'immagine e non è mai stata dalla parte dei rifacimenti o delle ossessioni a tema giovinezza, cosa ne pensa di questo "vizio endemico"?
«Mi fa sorridere e riflettere. Se vado sul lungomare in ogni stagione vedo i livornesi tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, fare jogging. Ma penso che anche a Pittsburgh sia così come del resto in altri luoghi: ciò infatti è il segno del lavaggio di cervello avvenuto dal Cinquanta a oggi nei confronti delle donne, che hanno come primo ruolo quello di essere belle anche a novant'anni, e degli uomini che in coda hanno assunto un narcisismo smisurato, talvolta perfino ridicolo. Tutto questo è frutto di una terrificante solitudine e rappresenta le tracce di ciò che è accaduto alla società di oggi: una massa di singoli individui solitari manipolati con grande abilità della classe dominante che, costringendoli a preoccuparsi della loro fisicità, gli toglie il tempo per pensare e soprattutto per partecipare».

Torniamo a Livorno città nonché luogo prescelto per il suo buen retiro. La trova una città pulita o sporca, ordinata o disordinata?
«Detesto i luoghi ristrutturati con i gerani sui balconi e la case perfette, perciò Livorno così com'è mi va benissimo. E spero di riuscire anche a instaurare con la città e i suoi abitanti rapporti di lavoro, in modo da fermarmi di più durante l'anno, senza prendere treni o aerei, o fare e disfare valigie».

In quale stagione si sente più a suo agio qui?
«Io amo il vento, i colori che cambiano, l'idea che il mare e l'orizzonte siano davanti a me e non c' è una stagione particolare in cui prediligo vivere a Livorno, anche se in estate poi mi trasferisco a Baratti dove c'è meno gente: non farei mai il bagno in mezzo alla folla perché sono timida».

Come passa il tempo quando non è in giro per lavoro?
«Studio, leggo, vado in bici, al cinema, faccio lunghe passeggiate, scopro cose curiose che mi affascinano: c'è un sassolino che conosco solo io e che sta sempre nello stesso posto, sulla strada del mare. Ogni tanto vado a cercarlo per vedere se c'è ancora. E' diventato il mio punto di riferimento, così come a Baratti lo è il mio scoglio preferito dove rimango ore e ore seduta a pensare. E poi ci sono i tramonti, le mareggiate, i colori dell'acqua che cambiano in continuazione, i gabbiani: piccole e grandi magie che in una città come Milano non sono possibili e qui invece, per fortuna, esistono ancora».

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