Il Tirreno

Livorno

FOLGORE / INTERVISTA A ROSARIO CASTELLANO

Castellano: "Ho rivisto gli aquiloni ell'Afghanistan che vuole tornare a vivere"

Roberto Bernabò
Il generale Castellano (a destra) in Afghanistan
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Il generale Castellano (a destra) in Afghanistan

Il generale Rosario Castellano lascia il comando della Folgore al generale Federico D’Apuzzo in occasione delle celebrazioni di El Alamein a Livorno. Là ha guidato non solo i 2500 baschi amaranto ma altrettanti soldati di 11 nazioni impegnati nella parte est del Paese. Sette mesi filati in prima linea, segnati dal dolore - a cominciare dalla morte di sei soldati nell’attentato del 17 settembre - ma anche dall’impegno di dimostrare che l’Italia può giocare un ruolo importante nelle missioni internazionali più delicate

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«Possiamo estirpare i campi di oppio e riconsegnarli bonificati ai contadini e possiamo far deporre le armi ai talebani. Ma cosa offriamo in cambio? Quali prospettive di un reddito in quello che è uno dei paesi più poveri e tormentati del mondo? Servono soldi e ancora soldi. Poi politica e intervento militare. Queste per me sono le priorità». Rosario Castellano, 50 anni, comandante della Folgore, è tornato da pochi giorni dall’Afghanistan. Là ha guidato non solo i 2500 baschi amaranto ma altrettanti soldati di 11 nazioni impegnati nella parte est del Paese. Sette mesi filati in prima linea. Sette mesi segnati dal dolore - a cominciare dalla morte di sei soldati nell'attentato del 17 settembre - ma anche dall'impegno di dimostrare che l'Italia può giocare un ruolo importante nelle missioni internazionali più delicate. Oggi, Castellano lascia il comando della Folgore al generale Federico D'Apuzzo in occasione delle celebrazioni di El Alamein a Livorno: e il suo discorso sarà ovviamente l'occasione per un bilancio della missione che proviamo ad anticipare.

Otto anni di presenza internazionale, il tentativo di sconfiggere i talebani e importare la democrazia. Un risultato non riuscito: i talebani non governano più ma l'Afghanistan resta un paese dilaniato. Dov'è stato l'errore fondamentale?
"È stato di guardare all'Afghanistan con gli occhi della cultura occidentale. Pensare che abbattuto il regime talebano si potesse instaurare una democrazia a prescindere da un'organizzazione sociale che è invece fondata sulle tribù, sui capi clan, su un regime orizzontale che non riconosce il potere centrale. E soprattutto senza investire a sufficienza nella crescita del Paese. Insomma, c'è stata una debolezza della politica e della diplomazia".

Il presidente Obama ha detto fin dall'inizio che la strategia americana dovrà cambiare. Oggi pare abbia sul tavolo 4 opzioni essenzialmente militari con ipotesi di aumento di uomini tra i 20 e i 40mila. Lei che consiglio gli darebbe?
"Che il militare è un attore e non l'attore. E che dunque occorre puntare con decisione sulle altre due componenti: primo, i finanziamenti per la ricostruzione, cercando più donatori che sostengano dalla realizzazione delle strade - che sono quasi inesistenti - alle strutture minime essenziali come le reti dell'acqua. Poi sulla capacità di governare il paese a livello locale, cioè forze di sicurezza addestrate e autorità che facciano il loro compito. Noi ci siamo molto impegnati ma c'è ancora tanto da fare. Così come l'Italia ha investito sulle infrastrutture ma i fondi internazionali sono assolutamente insufficienti. E, insisto, se non si offrono alternative i ribelli, che siano talebani o meno, non diminuiranno. A livello diplomatico invece serve una politica di ambito regionale che coinvolga con forza il Pakistan".

Ma la popolazione come si rapporta alle truppe straniere? Degli italiani si racconta che sono sempre visti bene: quanta retorica c'è?
"Più si sta vicini alla gente e si cerca di dare risposte ai problemi più se ne conquista la fiducia. Noi abbiamo cercato di farlo portando assistenza umanitaria e sanitaria. Mi permetto di dire che lo facciamo meglio di altre nazioni, per un tratto proprio italiano di comportarci. Certo, non è facile pensando che ci si muove in mezzo alla gente con blindati, bombe a mano e mitra. Ma questo impone il livello di conflittualità che c'è".

L'Italia ripudia la guerra e partecipa a queste missioni di peace-keeping. Ma davvero si possono definire così? E realmente possiamo parteciparci nel rispetto di ciò che vuole la Costituzione?
"Dopo l'attentato di settembre il presidente del Senato Schifani mi telefonò e mi disse: "Si ricordi che la nostra è una missione di pace". Noi abbiamo sempre cercato di farlo e, certo, abbiamo anche sparato e ucciso molti ribelli, ma sempre e solo rispondendo al fuoco e facendo attenzione alla popolazione. Un concetto che oggi il generale Mc Cristal, comandante delle truppe Nato, ha addirittura esasperato perché sa che ogni vittima civile fa diminuire il consenso alla missione".

Errori strategici, pochi soldi, diplomazia insufficiente. Usciremo mai dall'Afghanistan?
"Non lo so. Può darsi ci vogliano ancora 8 come 80 anni. Ma ci sono anche segni di speranza: sì, gli aquiloni. Non c'erano più nei cieli dell'Afghanistan, ora i ragazzi sono tornati a lanciarli. Questo è il loro gioco e sono abilissimi a farli salire addirittura a 300-400 metri. Ricordo poche settimane fa l'imprecazione di un elicotterista che ha dovuto virare improvvisamente per non prenderne uno e magari precipitare. Ecco, quell'aquilone è un bel simbolo di una vita civile che a piccoli passi si ricostituisce".

A Livorno voi domani (oggi, ndr) celebrate la battaglia di El Alamein. In città non mancano polemiche: c'è chi la ritiene un'esibizione di potenza e sopratutto una ricorrenza sbagliata. Perché proprio quella battaglia?
"Potrei dire perché l'abbiamo sempre fatto. In verità è l'occasione in cui celebrare un'eredità, una tradizione di servizio alla patria e alla bandiera. Insomma, ricordiamo chi si è sacrificato nel nome dell'Italia".

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di Redazione web