Gioco
EL ALAMEIN, COMMEMORAZIONE E POLEMICHE
Lo storico: «Guai a festeggiare la guerrama sabato i parà celebrano la loro storia»
Mauro Zucchelli
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In alto: il sacrario dei caduti italiani a El Alamein«Il sangue, i lutti, le devastazioni della guerra non sono affatto da festeggiare. Ma qui stiamo parlando di un’altra cosa: si tratta di celebrare una memoria, di costruire un ricordo complesso e profondo perché è in ballo un pezzo di storia (e di identità) che non si cancella». Marco Di Giovanni, livornese, docente di storia delle istituzioni militari alla Scuola di scienze strategiche
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LIVORNO. «Il sangue, i lutti, le devastazioni della guerra non sono affatto da festeggiare. Ma qui stiamo parlando di un'altra cosa: si tratta di celebrare una memoria, di costruire un ricordo complesso e profondo perché è in ballo un pezzo di storia (e di identità) che non si cancella». Marco Di Giovanni, livornese, brillante allievo di uno studioso controcorrente come Claudio Pavone, adesso insegna storia delle istituzioni militari alla Scuola di scienze strategiche dell'ateneo torinese: alle spalle ha il lavoro al Centro di documentazione sull'antifascismo e un libro sui parà. La distinzione fra "festa" e "celebrazione" gli serve per dire che, su El Alamein e dintorni, forse le cose sono un po' meno schematiche di come le immaginiamo.
«Gli stereotipi - aggiunge - raccontano soprattutto di chi li formula anziché di quel che mettono nel mirino». Difficile però credere che sia tutto un equivoco o un fraintendimento. Ma Di Giovanni usa gli strumenti dello storico per segnalare che «una certa raffigurazione fra nostalgico e fascistoide di guardare ai parà risale al periodo fra gli anni '50 e gli anni '70, non a caso culminata negli scontri di Livorno del '60».
E' un anche una autorappresentazione di identità: ci si aggrappa al «machismo eroico» da parte di gruppi di estrema destra di fronte «al centrosinistra che avanza e al boom economico», quasi «una via di fuga dall'assedio dei valori creati dai consumi»: in pratica, - dice Di Giovanni - salta fuori una contrapposizione che prende a "prestito" l'identikit dei parà francesi in Algeria per dar vita a un duello di identità destra-sinistra in cui ciascuno rafforza l'altro.
Guai però adesso a credere che questo mondo sia rinchiudibile in questo schema identitario saltato per aria, non foss'altro per tre motivi, secondo lo studioso livornese: 1) la fine della "guerra fredda"; 2) la professionalizzazione delle forze armate; 3) la partecipazione alle cosiddette "missioni di pace". «Basta passare in rassegna i blog per capire che non c'è quest'impacchettabilità in uno stilema tutto destro, ci sono molte cose insieme e forse di più».
Il riferimento alla battaglia di El Alamein dev'esser tirato fuori dalle secche degli schematismi contrapposti, dice Di Giovanni: «E' stato vissuto dai militari come l'unico spazio in cui, dentro una seconda guerra mondiale che è stata una carneficina soprattutto di civili, sembrava vigere ancora una tradizione militare pura di scontro fra soldati secondo regole militari. E a guerra finita, con il patriottismo diventato impronunciabile perché compromesso con i nazifascisti, è lì che a fatica la tradizione militare italiana va a cercare la base sulla quale rimettere in piedi il proprio mito fondativo».
Qualche anno più tardi, farà qualcosa del genere anche il presidente Carlo Azeglio Ciampi: «Costruendo un ponte fra la tradizione combattentistica di El Alamein e la Resistenza partigiana, e nel mezzo l'odissea dei nostri militari a Cefalonia».
Nel '62 - ricorda Di Giovanni - in vista dell'apertura al centrosinistra c'è la consacrazione istituzionale di El Alamein con la medaglia d'oro ai parà: «Così come si era monumentalizzata la Resistenza, ecco che anche la tradizione militare poteva avere un proprio monumento di riferimento». E' un ritorno a quando, subito dopo la Liberazione, partigiani e militari sfilavano insieme: non si creda per molti fra gli uomini in divisa valesse una scelta ideologica chiara, «c'era soprattutto una tradizione tutta combattentistica di onore della bandiera o di spirito di corpo». Al tempo stesso però «il contatto con le popolazioni liberate fa crescere una consapevolezza nuova: lo testimonia un libro come "Squadrone F" del parà Carlo Bonciani ristampato dalla Folgore. Così la Liberazione diventa il riscatto della tradizione militare che sentivano come la cosa più profonda di sé».
«Gli stereotipi - aggiunge - raccontano soprattutto di chi li formula anziché di quel che mettono nel mirino». Difficile però credere che sia tutto un equivoco o un fraintendimento. Ma Di Giovanni usa gli strumenti dello storico per segnalare che «una certa raffigurazione fra nostalgico e fascistoide di guardare ai parà risale al periodo fra gli anni '50 e gli anni '70, non a caso culminata negli scontri di Livorno del '60».
E' un anche una autorappresentazione di identità: ci si aggrappa al «machismo eroico» da parte di gruppi di estrema destra di fronte «al centrosinistra che avanza e al boom economico», quasi «una via di fuga dall'assedio dei valori creati dai consumi»: in pratica, - dice Di Giovanni - salta fuori una contrapposizione che prende a "prestito" l'identikit dei parà francesi in Algeria per dar vita a un duello di identità destra-sinistra in cui ciascuno rafforza l'altro.
Guai però adesso a credere che questo mondo sia rinchiudibile in questo schema identitario saltato per aria, non foss'altro per tre motivi, secondo lo studioso livornese: 1) la fine della "guerra fredda"; 2) la professionalizzazione delle forze armate; 3) la partecipazione alle cosiddette "missioni di pace". «Basta passare in rassegna i blog per capire che non c'è quest'impacchettabilità in uno stilema tutto destro, ci sono molte cose insieme e forse di più».
Il riferimento alla battaglia di El Alamein dev'esser tirato fuori dalle secche degli schematismi contrapposti, dice Di Giovanni: «E' stato vissuto dai militari come l'unico spazio in cui, dentro una seconda guerra mondiale che è stata una carneficina soprattutto di civili, sembrava vigere ancora una tradizione militare pura di scontro fra soldati secondo regole militari. E a guerra finita, con il patriottismo diventato impronunciabile perché compromesso con i nazifascisti, è lì che a fatica la tradizione militare italiana va a cercare la base sulla quale rimettere in piedi il proprio mito fondativo».
Qualche anno più tardi, farà qualcosa del genere anche il presidente Carlo Azeglio Ciampi: «Costruendo un ponte fra la tradizione combattentistica di El Alamein e la Resistenza partigiana, e nel mezzo l'odissea dei nostri militari a Cefalonia».
Nel '62 - ricorda Di Giovanni - in vista dell'apertura al centrosinistra c'è la consacrazione istituzionale di El Alamein con la medaglia d'oro ai parà: «Così come si era monumentalizzata la Resistenza, ecco che anche la tradizione militare poteva avere un proprio monumento di riferimento». E' un ritorno a quando, subito dopo la Liberazione, partigiani e militari sfilavano insieme: non si creda per molti fra gli uomini in divisa valesse una scelta ideologica chiara, «c'era soprattutto una tradizione tutta combattentistica di onore della bandiera o di spirito di corpo». Al tempo stesso però «il contatto con le popolazioni liberate fa crescere una consapevolezza nuova: lo testimonia un libro come "Squadrone F" del parà Carlo Bonciani ristampato dalla Folgore. Così la Liberazione diventa il riscatto della tradizione militare che sentivano come la cosa più profonda di sé».
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