Gioco
SATIRA
Un Papi alla livornese Natale a Villa Pelosa
Uomini vestiti da donna, gag e parolacce. Pancaccini torna con uno spettacolo in venacolo
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LIVORNO. Nel cuore della Venezia dei giorni nostri sboccia il vernacolo di Pancaccini e della compagnia “Il Carrozzone” nella sua nuova veste di satira politica con “Natale a Villa Pelosa, ovvero “papi” alla puttanesca”, in scena al Teatro 4 Mori dal 7 al 12 novembre.
Protagonista della commedia una famiglia livornese piena di problemi che fa i conti con la “grisi” e con lo stravolgimento della loro vita tranquilla. I Gratti, composti da Veronica (Aldo Bagnoli) che scatena la vicenda, i genitori Ettore e Ida (Aldo Corsi e Aldo Puglia) e il figlio minore PierMarino (Francesco Santini), poi Gaetano e la fascinosa Noemi (Piero Paoli) e Patrizia (Doranna Natali) si scontrano e si incrociano con le vicende del “papi”, Bellusconi (così viene nominato nel copione) e le sue feste osè a Villa Pelosa. Nel mezzo uno scoop, una “bomba”, come la definiscono i protagonisti, delle rivelazioni che la famiglia livornese vuole vendere in esclusiva a dei giornalisti senza scrupoli (la reporter, Tiziana Foresti, Marco Gini, il giornalista e Salvatore Capuozzo, capo redattore).
E poi, naturalmente, il vernacolo e la comicità, nel segno della tradizione ma anche dell’attualità, perché Pancaccini è uno dei pochi ad aver continuato a lavorare nel solco del vernacolo di una volta, quello di Beppe Orlandi e di Gino Lena. Nella satira si evidenziano l’occhio acuto e disincantato dei livornesi e il linguaggio, sboccato certo, ma anche innovativo, di una città che «ha il vernacolo dentro» come affermano gli attori.
Pancaccini è il “papi” ma anche l’ideatore di questo spettacolo che non si vuole né satira pura, né tantomeno storpiatura del vernacolo di un tempo, ma qualcosa di assolutamente diverso. «Non ci si deve aspettare vecchie signore sdentate che non ce la fanno a muoversi, perché oggi le “vecchiette” fanno yoga e vanno in palestra - afferma il regista - La società è cambiata ed è giusto che anche il modo di fare vernacolo si adegui».
Allora giù con la presa in giro colorita, con il livornese e le sue parolacce, che però sono dette dalle maschere, elemento di continuità con il vernacolo tradizionale alla Lena e alla Orlandi. «Gli uomini si vestono da donna e si mettono la maschera - ci svela Aldo Bagnoli - perché alla maschera è concesso di essere sboccata, di riportare una realtà più cruda e volgare, che soltanto in questo modo può venir fuori facendo ridere il pubblico».
Pancaccini conosce a memoria i suoi attori, con alcuni dei quali lavora da oltre quindici anni, e ad ognuno di essi ha cucito addosso la sua parte che, assicurano, farà sbellicare. Ci sono i classici: la mamma ignorante, il “guappo”, i vecchi “ciccioni”, “la fascinosa” e le novità: il politico, il reporter, la straniera. «Pensavamo di andare in scena con un’altra commedia (Madame Sitrì) - ci racconta Pancaccini - ma il papi e le sue escort erano argomento troppo serio per non poterci ridere un po’ sopra a modo nostro, con il vernacolo popolare, la satira e la musica ad hoc (direzione musicale di Massimo Rey) che si fondono insieme».
Una formula che ha sempre riscosso un grande successo e il plauso del pubblico per la compagnia Il Carrozzone, la quale si autofinanzia grazie ai proventi degli spettacoli. La vera soddisfazione per la compagnia? Portare a teatro tantissima gente ma soprattutto i giovani, assoluta novità per il pubblico del vernacolo.
Protagonista della commedia una famiglia livornese piena di problemi che fa i conti con la “grisi” e con lo stravolgimento della loro vita tranquilla. I Gratti, composti da Veronica (Aldo Bagnoli) che scatena la vicenda, i genitori Ettore e Ida (Aldo Corsi e Aldo Puglia) e il figlio minore PierMarino (Francesco Santini), poi Gaetano e la fascinosa Noemi (Piero Paoli) e Patrizia (Doranna Natali) si scontrano e si incrociano con le vicende del “papi”, Bellusconi (così viene nominato nel copione) e le sue feste osè a Villa Pelosa. Nel mezzo uno scoop, una “bomba”, come la definiscono i protagonisti, delle rivelazioni che la famiglia livornese vuole vendere in esclusiva a dei giornalisti senza scrupoli (la reporter, Tiziana Foresti, Marco Gini, il giornalista e Salvatore Capuozzo, capo redattore).
E poi, naturalmente, il vernacolo e la comicità, nel segno della tradizione ma anche dell’attualità, perché Pancaccini è uno dei pochi ad aver continuato a lavorare nel solco del vernacolo di una volta, quello di Beppe Orlandi e di Gino Lena. Nella satira si evidenziano l’occhio acuto e disincantato dei livornesi e il linguaggio, sboccato certo, ma anche innovativo, di una città che «ha il vernacolo dentro» come affermano gli attori.
Pancaccini è il “papi” ma anche l’ideatore di questo spettacolo che non si vuole né satira pura, né tantomeno storpiatura del vernacolo di un tempo, ma qualcosa di assolutamente diverso. «Non ci si deve aspettare vecchie signore sdentate che non ce la fanno a muoversi, perché oggi le “vecchiette” fanno yoga e vanno in palestra - afferma il regista - La società è cambiata ed è giusto che anche il modo di fare vernacolo si adegui».
Allora giù con la presa in giro colorita, con il livornese e le sue parolacce, che però sono dette dalle maschere, elemento di continuità con il vernacolo tradizionale alla Lena e alla Orlandi. «Gli uomini si vestono da donna e si mettono la maschera - ci svela Aldo Bagnoli - perché alla maschera è concesso di essere sboccata, di riportare una realtà più cruda e volgare, che soltanto in questo modo può venir fuori facendo ridere il pubblico».
Pancaccini conosce a memoria i suoi attori, con alcuni dei quali lavora da oltre quindici anni, e ad ognuno di essi ha cucito addosso la sua parte che, assicurano, farà sbellicare. Ci sono i classici: la mamma ignorante, il “guappo”, i vecchi “ciccioni”, “la fascinosa” e le novità: il politico, il reporter, la straniera. «Pensavamo di andare in scena con un’altra commedia (Madame Sitrì) - ci racconta Pancaccini - ma il papi e le sue escort erano argomento troppo serio per non poterci ridere un po’ sopra a modo nostro, con il vernacolo popolare, la satira e la musica ad hoc (direzione musicale di Massimo Rey) che si fondono insieme».
Una formula che ha sempre riscosso un grande successo e il plauso del pubblico per la compagnia Il Carrozzone, la quale si autofinanzia grazie ai proventi degli spettacoli. La vera soddisfazione per la compagnia? Portare a teatro tantissima gente ma soprattutto i giovani, assoluta novità per il pubblico del vernacolo.
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