Gioco
TRAGEDIA SU VIALE PETRARCA
Fugge da Psichiatria e si uccidegettandosi contro un furgone
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Fabrizio PicchiLa vita di Fabrizio Picchi, livornese di 45 anni ex-militare, si è interrotta sotto le ruote del camion da lavoro della ditta Pmb Italia, azienda specializzata in tappezzeria. Per l’autista del mezzo, nonché contitolare della ditta, Piero Venturini, non c’è stato né lo spazio né il tempo per evitare l’impatto
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LIVORNO. È deceduto sul colpo, investito dal furgone contro cui si è lanciato sul viale Petrarca, all’altezza della banca San Paolo. La vita di Fabrizio Picchi, livornese di 45 anni, si è interrotta così, sotto le ruote del camion da lavoro della ditta Pmb Italia, azienda specializzata in tappezzeria.
Per l’autista del mezzo, nonché contitolare della ditta, Piero Venturini, non c’è stato né lo spazio né il tempo per evitare l’impatto. Percorrere l’Aurelia e travolgere l’uomo è stato un attimo, nonostante il piccolo camion, sostiene il conducente, percorresse la strada a velocità ridotta, non più di 40 all’ora. L’incidente è avvenuto intorno alle 14.30.
Stando alle testimonianze raccolte, si è trattato di un gesto estremo, di un tentativo, riuscito, di suicidio: così Fabrizio Picchi, ex militare in missione nella guerra del Libano (nel 1982, arruolato come volontario in fanteria) è andato incontro alla morte.
Per lui (un testimone dice che si è gettato contro il veicolo in arrivo dal marciapiede di fronte alla banca) non c’è stato niente da fare: colpito alla testa dal furgone, l’uomo è piombato a terra sull’asfalto, su cui si è versata una lunga striscia di sangue. Sul posto è giunta dopo poco un’ambulanza della pubblica assistenza, insieme alla polizia stradale, i vigili urbani e i vigili del fuoco. Ma ormai non c’era più niente da fare.
I familiari spiegano che Fabrizio qualche minuto prima era scappato dal Reparto di psichiatria dell’ospedale, dove si trovava in trattamento da tre giorni (aveva chiesto volontariamente il ricovero). Domenica scorsa l’uomo, un appassionato di sport e amante della corsa e della bicicletta, si era recato a piedi sul ponte di Calignaia, e lì, in preda ad un disturbo, si era convinto di farsi ricoverare. «Buttati giù», «no non lo fare»: due voci contrastanti nella sua testa. L’uomo, dopo il Libano (durante la guerra guidava le ambulanze), era tornato a Livorno ma non era stato più lo stesso. «Vedeva le immagini dei morti in guerra, di amici e colleghi, era turbato», racconta il fratello Roberto.
Da poco era andato a vivere da solo sugli Scali Finocchietti grazie ad una pensione (solo nel 2003 uno psichiatria - su richiesta del medico di famiglia - aveva certificato una grave patologia psichiatrica invalidante). Per arrotondare amava riparare computer, di cui era un genio. A settembre il primo ricovero, seguito da una terapia. La causa, un episodio casalingo: una finestra va giù, lui cerca di ripararla a martellate, i condomini allertano l’ospedale. Una cura di cui però Picchi - raccontano i familiari - non era affatto convinto. «Diceva di sentirsi meglio senza quella roba che gli veniva data, era convinto che questa lo portasse alla morte, ma nessuno l’ha ascoltato».
Ieri qualcosa deve essere scattato nella mente dell’uomo: durante la visita della madre e di una sorella, Picchi si è alzato dicendo «sto male, voglio i miei fratelli», uscendo lentamente nel giardino del reparto (la porta di accesso è invece normalmente chiusa). Da lì, avrebbe scavalcato un cancello alto non più di due metri, scappando verso l’esterno. Secondo la versione dei medici di Psichiatria e dei vertici dell’ospedale invece, Picchi si sarebbe aggrappato a una struttura tubolare delle scale antincendio («era molto atletico», spiega il primario Mario Serrano) e con grande destrezza si sarebbe gettato oltre il muro.
A quel punto è scattato l’allarme ed è stato disposto l’Aso (Accertamento sanitario obbligatorio), con l’intervento di vigili urbani, personale dell’ospedale e del centro Poggiali. L’obiettivo era bloccare l’uomo. Picchi nel frattempo ha ricevuto due chiamate da parte dei familiari: alla prima telefonata l’uomo avrebbe risposto di trovarsi in via Grande, alla seconda telefonata, cellulare muto. La vita di Fabrizio era già stata stroncata dalle ruote di un furgone.
Per l’autista del mezzo, nonché contitolare della ditta, Piero Venturini, non c’è stato né lo spazio né il tempo per evitare l’impatto. Percorrere l’Aurelia e travolgere l’uomo è stato un attimo, nonostante il piccolo camion, sostiene il conducente, percorresse la strada a velocità ridotta, non più di 40 all’ora. L’incidente è avvenuto intorno alle 14.30.
Stando alle testimonianze raccolte, si è trattato di un gesto estremo, di un tentativo, riuscito, di suicidio: così Fabrizio Picchi, ex militare in missione nella guerra del Libano (nel 1982, arruolato come volontario in fanteria) è andato incontro alla morte.
Per lui (un testimone dice che si è gettato contro il veicolo in arrivo dal marciapiede di fronte alla banca) non c’è stato niente da fare: colpito alla testa dal furgone, l’uomo è piombato a terra sull’asfalto, su cui si è versata una lunga striscia di sangue. Sul posto è giunta dopo poco un’ambulanza della pubblica assistenza, insieme alla polizia stradale, i vigili urbani e i vigili del fuoco. Ma ormai non c’era più niente da fare.
I familiari spiegano che Fabrizio qualche minuto prima era scappato dal Reparto di psichiatria dell’ospedale, dove si trovava in trattamento da tre giorni (aveva chiesto volontariamente il ricovero). Domenica scorsa l’uomo, un appassionato di sport e amante della corsa e della bicicletta, si era recato a piedi sul ponte di Calignaia, e lì, in preda ad un disturbo, si era convinto di farsi ricoverare. «Buttati giù», «no non lo fare»: due voci contrastanti nella sua testa. L’uomo, dopo il Libano (durante la guerra guidava le ambulanze), era tornato a Livorno ma non era stato più lo stesso. «Vedeva le immagini dei morti in guerra, di amici e colleghi, era turbato», racconta il fratello Roberto.
Da poco era andato a vivere da solo sugli Scali Finocchietti grazie ad una pensione (solo nel 2003 uno psichiatria - su richiesta del medico di famiglia - aveva certificato una grave patologia psichiatrica invalidante). Per arrotondare amava riparare computer, di cui era un genio. A settembre il primo ricovero, seguito da una terapia. La causa, un episodio casalingo: una finestra va giù, lui cerca di ripararla a martellate, i condomini allertano l’ospedale. Una cura di cui però Picchi - raccontano i familiari - non era affatto convinto. «Diceva di sentirsi meglio senza quella roba che gli veniva data, era convinto che questa lo portasse alla morte, ma nessuno l’ha ascoltato».
Ieri qualcosa deve essere scattato nella mente dell’uomo: durante la visita della madre e di una sorella, Picchi si è alzato dicendo «sto male, voglio i miei fratelli», uscendo lentamente nel giardino del reparto (la porta di accesso è invece normalmente chiusa). Da lì, avrebbe scavalcato un cancello alto non più di due metri, scappando verso l’esterno. Secondo la versione dei medici di Psichiatria e dei vertici dell’ospedale invece, Picchi si sarebbe aggrappato a una struttura tubolare delle scale antincendio («era molto atletico», spiega il primario Mario Serrano) e con grande destrezza si sarebbe gettato oltre il muro.
A quel punto è scattato l’allarme ed è stato disposto l’Aso (Accertamento sanitario obbligatorio), con l’intervento di vigili urbani, personale dell’ospedale e del centro Poggiali. L’obiettivo era bloccare l’uomo. Picchi nel frattempo ha ricevuto due chiamate da parte dei familiari: alla prima telefonata l’uomo avrebbe risposto di trovarsi in via Grande, alla seconda telefonata, cellulare muto. La vita di Fabrizio era già stata stroncata dalle ruote di un furgone.
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