Il dolore
un atto inutile
Ma la diocesi spara a zero
A tambur battente, immediatamente dopo l'ok del consiglio comunale alla mozione sul testamento biologico, la Curia mette nero su bianco la propria «disapprovazione e delusione». L'istituzione del "registro" «sembra dunque dettata più da ragioni ideologiche e partitiche» («non è ancora esecutiva e ci auguriamo non lo diventi»)
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LIVORNO. A tambur battente, immediatamente dopo l'ok del consiglio comunale alla mozione sul testamento biologico, la Curia mette nero su bianco la propria «disapprovazione e delusione». L'istituzione del "registro" «sembra dunque dettata più da ragioni ideologiche e partitiche» («non è ancora esecutiva e ci auguriamo non lo diventi»).
La «disapprovazione» della diocesi riguarda: da un lato, «l'inutilità giuridica di un atto simile» (la cui materia «rientra nella esclusiva competenza del legislatore nazionale e pertanto la predisposizione da parte del Comune del suddetto registro rappresenta un atto illegittimo e privo di effetti concreti»); dall'altro, «i contenuti» (perché ci si è «preoccupati di affermare dei presunti diritti individuali dimenticando il diritto del povero ad essere tutelato sempre»). La «delusione» invece è per «le modalità» con cui la mozione «è stata discussa e approvata».
Con una sottolineatura particolare dedicata ai «cattolici impegnati in politica che si siano fatti promotori e sottoscrittori di un simile atto»: nei loro riguardi manifesta il «proprio biasimo», e li rimprovera di non «aver sentito neanche il bisogno di confrontarsi precedentemente e per tempo, con la comunità cristiana». Aggiungendo poi: «Non tutto è lecito alla mediazione politica, vi sono valori non negoziabili dove è richiesta una limpida testimonianza cristiana».
Il documento della curia ribadisce che l'espressione "testamento biologico" «viene usata impropriamente»: perché «non è assolutamente equivalente a quella di "testamento di vita o dichiarazione anticipata di trattamento o direttive anticipate o volontà previe di trattamento"».
I vertici della Chiesa livornese contestano «l'affermata legittimazione della cosiddetta "eutanasia passiva"»: la «libertà del soggetto di lasciarsi morire decidendo di non attivare le terapie necessarie» è «ben diversa dall'ipotesi di lasciare morire, non attivando o non proseguendo le necessarie terapie, un soggetto incapace di intendere e di volere sulla base di una sua precedente dichiarazione».
La curia mette nel mirino («suscita perplessità») la qualifica del "fiduciario" quale «soggetto chiamato ad intervenire sulle decisioni riguardanti i trattamenti sanitari»: ma - si chiede - cosa significa la parola "intervenire"? E poi «non è chiaro» né quale «efficacia e limiti» possa avere tale intervento né «se l'espressione "sulle decisioni" si riferisca alle decisioni precedentemente espresse dal paziente o nell'attualità della terapia dal medico». Comunque sia, in ambedue le ipotesi «verrebbe pericolosamente enfatizzato il ruolo decisorio di un soggetto diverso dal paziente e dal medico».
La Curia dice che «non può non schierarsi ancora una volta dalla parte dei più deboli»: ha il timore che «certe dichiarazioni di trattamento terapeutico a fine vita potrebbero essere fonte di pressioni psicologiche su malati e anziani da parte di familiari o affini senza scrupoli e che quelle dichiarazioni "volontarie" vengano strumentalizzate per secondi fini».
La diocesi ricorda di non essersi negata al confronto: con il Progetto Culturale («ed in particolare il "Tavolo dell'Oggettività", luogo di incontro tra il vescovo ed i primari dell'ospedale di Livorno») sta «riflettendo proprio sui temi della vita».
Comunque, il dialogo non verrà meno. «Nonostante questo atto del Consiglio Comunale, la diocesi di Livorno continuerà a dialogare con tutta la città e con tutte le correnti di pensiero in essa presenti». Ma con un "ma": «Dispiace constatare la mancanza di reciprocità: poteva essere questa - dice il documento della curia - una grande occasione di dialogo e di apertura di una nuova stagione civile, dove sulle grandi questioni antropologiche e etiche si preferiva la pazienza della riflessione comune alla solitudine dell'ideologia e del calcolo di parte».
La «disapprovazione» della diocesi riguarda: da un lato, «l'inutilità giuridica di un atto simile» (la cui materia «rientra nella esclusiva competenza del legislatore nazionale e pertanto la predisposizione da parte del Comune del suddetto registro rappresenta un atto illegittimo e privo di effetti concreti»); dall'altro, «i contenuti» (perché ci si è «preoccupati di affermare dei presunti diritti individuali dimenticando il diritto del povero ad essere tutelato sempre»). La «delusione» invece è per «le modalità» con cui la mozione «è stata discussa e approvata».
Con una sottolineatura particolare dedicata ai «cattolici impegnati in politica che si siano fatti promotori e sottoscrittori di un simile atto»: nei loro riguardi manifesta il «proprio biasimo», e li rimprovera di non «aver sentito neanche il bisogno di confrontarsi precedentemente e per tempo, con la comunità cristiana». Aggiungendo poi: «Non tutto è lecito alla mediazione politica, vi sono valori non negoziabili dove è richiesta una limpida testimonianza cristiana».
Il documento della curia ribadisce che l'espressione "testamento biologico" «viene usata impropriamente»: perché «non è assolutamente equivalente a quella di "testamento di vita o dichiarazione anticipata di trattamento o direttive anticipate o volontà previe di trattamento"».
I vertici della Chiesa livornese contestano «l'affermata legittimazione della cosiddetta "eutanasia passiva"»: la «libertà del soggetto di lasciarsi morire decidendo di non attivare le terapie necessarie» è «ben diversa dall'ipotesi di lasciare morire, non attivando o non proseguendo le necessarie terapie, un soggetto incapace di intendere e di volere sulla base di una sua precedente dichiarazione».
La curia mette nel mirino («suscita perplessità») la qualifica del "fiduciario" quale «soggetto chiamato ad intervenire sulle decisioni riguardanti i trattamenti sanitari»: ma - si chiede - cosa significa la parola "intervenire"? E poi «non è chiaro» né quale «efficacia e limiti» possa avere tale intervento né «se l'espressione "sulle decisioni" si riferisca alle decisioni precedentemente espresse dal paziente o nell'attualità della terapia dal medico». Comunque sia, in ambedue le ipotesi «verrebbe pericolosamente enfatizzato il ruolo decisorio di un soggetto diverso dal paziente e dal medico».
La Curia dice che «non può non schierarsi ancora una volta dalla parte dei più deboli»: ha il timore che «certe dichiarazioni di trattamento terapeutico a fine vita potrebbero essere fonte di pressioni psicologiche su malati e anziani da parte di familiari o affini senza scrupoli e che quelle dichiarazioni "volontarie" vengano strumentalizzate per secondi fini».
La diocesi ricorda di non essersi negata al confronto: con il Progetto Culturale («ed in particolare il "Tavolo dell'Oggettività", luogo di incontro tra il vescovo ed i primari dell'ospedale di Livorno») sta «riflettendo proprio sui temi della vita».
Comunque, il dialogo non verrà meno. «Nonostante questo atto del Consiglio Comunale, la diocesi di Livorno continuerà a dialogare con tutta la città e con tutte le correnti di pensiero in essa presenti». Ma con un "ma": «Dispiace constatare la mancanza di reciprocità: poteva essere questa - dice il documento della curia - una grande occasione di dialogo e di apertura di una nuova stagione civile, dove sulle grandi questioni antropologiche e etiche si preferiva la pazienza della riflessione comune alla solitudine dell'ideologia e del calcolo di parte».
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