Sicurezza
IL CASO CORAT
«Lei è sano», ma aveva un tumore
Donatella Francesconi
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La sede del Corat«Mi faccia sedere sono reduce dal trattamento, non ho tante forze...». Mauro Pifferi è un omone di oltre 70 anni e contro la malattia lotta con lo spirito dei livornesi veraci. Al "Tirreno" Pifferi si rivolge per un ringraziamento ai medici dell'ospedale Versilia che l'hanno in cura. Ma appena inizia a parlare, viene fuori una storia che è quella di tanti
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VIAREGGIO. «Mi faccia sedere sono reduce dal trattamento, non ho tante forze...». Mauro Pifferi è un omone di oltre 70 anni e contro la malattia lotta con lo spirito dei livornesi veraci.
Al "Tirreno" Pifferi si rivolge per un ringraziamento ai medici dell'ospedale Versilia che l'hanno in cura. Ma appena inizia a parlare, viene fuori una storia che è quella di tanti: «Sono una delle vittime del Corat di Livorno. E con me ce ne sono tanti altri».
La vicenda è quella del Centro di raccolta degli esami oncologici della Asl labronica: c'è un procedimento giudiziario in corso, con un'infermiera chiamata a rispondere in tribunale della manomissione di referti medici, per oltre 400 test (sul sangue occulto nelle feci) dal risultato sbagliato.
«Mi chiamavano - racconta Pifferri - facevo le analisi e mi dicevano che l'esito era negativo. Così per alcuni anni». Al termine dei quali l'uomo resta vittima di un blocco intestinale: «Non lo auguro a nessuno», ricorda Pifferi. Esperienza drammatica che consente, però, di scoprire quello che gli esami coscienziosamente ripetuti non hanno rivelato: «Un tumore all'intestino, grosso come un'arancia. Chi mi ha operato ha spiegato che saranno stati almeno sette o otto anni che cresceva».
L'operazione, al Versilia, sotto le sapienti mani del primario chirurgo Marco Arganini «che ha eseguito un intervento magistrale, asportando un tratto di intestino ma riuscendo ad evitare di dover ricorrere al sacchetto per alcuni mesi come, invece, mi era stato diagnosticato». Poi le cure al reparto di oncologia, diretto dal dottor Domenico Amoroso «che ringrazio - continua Pifferi - insieme ai suoi collaboratori Andrea Camerini, Olimpia Siclari, agli altri e agli infermieri tutti per le premurose attenzioni professionali ed umane ricevute durante il trattamento chemioterapico successivo all'operazione».
Mauro Pifferi è ancora in cura, con l'amaro in bocca di sapere che «non avrò giustizia per quanto mi è accaduto con gli esami falsamente negativi. Mi sono rivolto ai legali che seguono alcuni dei casi come il mio, ma mi hanno informato che le cose andranno per le lunghe e che intanto c'è da spendere. Io, però, voglio almeno incontrare l'ufficio legale della Asl 6. Voglio guardarli in faccia e sentire cosa hanno da dirmi. Non siamo ancora venuti a capo di quanto è realmente accaduto e hanno dato tutta la colpa all'infermiera: ma vi pare possibile che abbia fatto tutto da sola? La cosa peggiore è che se alla Asl avessero detto di non essere in grado di eseguire gli esami correttamente, con 3 euro e mezzo in un qualsiasi laboratorio privato si fa l'esame della ricerca del sangue occulto nelle feci. Bastava fossero chiari per evitarmi tutto questo calvario».
Al "Tirreno" Pifferi si rivolge per un ringraziamento ai medici dell'ospedale Versilia che l'hanno in cura. Ma appena inizia a parlare, viene fuori una storia che è quella di tanti: «Sono una delle vittime del Corat di Livorno. E con me ce ne sono tanti altri».
La vicenda è quella del Centro di raccolta degli esami oncologici della Asl labronica: c'è un procedimento giudiziario in corso, con un'infermiera chiamata a rispondere in tribunale della manomissione di referti medici, per oltre 400 test (sul sangue occulto nelle feci) dal risultato sbagliato.
«Mi chiamavano - racconta Pifferri - facevo le analisi e mi dicevano che l'esito era negativo. Così per alcuni anni». Al termine dei quali l'uomo resta vittima di un blocco intestinale: «Non lo auguro a nessuno», ricorda Pifferi. Esperienza drammatica che consente, però, di scoprire quello che gli esami coscienziosamente ripetuti non hanno rivelato: «Un tumore all'intestino, grosso come un'arancia. Chi mi ha operato ha spiegato che saranno stati almeno sette o otto anni che cresceva».
L'operazione, al Versilia, sotto le sapienti mani del primario chirurgo Marco Arganini «che ha eseguito un intervento magistrale, asportando un tratto di intestino ma riuscendo ad evitare di dover ricorrere al sacchetto per alcuni mesi come, invece, mi era stato diagnosticato». Poi le cure al reparto di oncologia, diretto dal dottor Domenico Amoroso «che ringrazio - continua Pifferi - insieme ai suoi collaboratori Andrea Camerini, Olimpia Siclari, agli altri e agli infermieri tutti per le premurose attenzioni professionali ed umane ricevute durante il trattamento chemioterapico successivo all'operazione».
Mauro Pifferi è ancora in cura, con l'amaro in bocca di sapere che «non avrò giustizia per quanto mi è accaduto con gli esami falsamente negativi. Mi sono rivolto ai legali che seguono alcuni dei casi come il mio, ma mi hanno informato che le cose andranno per le lunghe e che intanto c'è da spendere. Io, però, voglio almeno incontrare l'ufficio legale della Asl 6. Voglio guardarli in faccia e sentire cosa hanno da dirmi. Non siamo ancora venuti a capo di quanto è realmente accaduto e hanno dato tutta la colpa all'infermiera: ma vi pare possibile che abbia fatto tutto da sola? La cosa peggiore è che se alla Asl avessero detto di non essere in grado di eseguire gli esami correttamente, con 3 euro e mezzo in un qualsiasi laboratorio privato si fa l'esame della ricerca del sangue occulto nelle feci. Bastava fossero chiari per evitarmi tutto questo calvario».
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