Il Tirreno

Livorno

LA MIA LIVORNO INTERVISTA A DAVID LUBRANO

No, non mi arrendo alla mia malattiala vinco con un dé

Maria Antonietta Schiavina
<strong>DAVID LUBRANO.</strong> Sopra: col Telegatto. Sotto: nel Natale ’99 con il pool di “Striscia” (seduto al centro) con Antonio Ricci
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DAVID LUBRANO. Sopra: col Telegatto. Sotto: nel Natale ’99 con il pool di “Striscia” (seduto al centro) con Antonio Ricci

Si può ridere di una malattia talmente rara da essere definita "orfana"? Una malattia che costringe a una vita d'inferno tra trasfusioni, ricoveri, medicinali ultra invasivi, incontri ravvicinati con la mala sanità e la continua presenza del dolore, ma anche della paura di morire?

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LIVORNO. Si può ridere di una malattia talmente rara da essere definita "orfana"? Una malattia che costringe a una vita d'inferno tra trasfusioni, ricoveri, medicinali ultra invasivi, incontri ravvicinati con la mala sanità e la continua presenza del dolore, ma anche della paura di morire?

David Lubrano, affetto da emoglobinuria parossistica notturna (Epn), una patologia rarissima del sangue lo ha fatto, grazie a una livornesità che gli ha permesso raccontare la sua tragedia in un libro ironico ma anche pungente, facendo ridere il lettore, ma riuscendo altresì a indignarlo con una denuncia forte, precisa, rabbiosa, coraggiosa, verso chi troppo spesso considera i malati numeri vuoti, infischiandosene della loro dignità e del diritto di non essere solo "pazienti".

Quarantatré anni, vignettista, formatosi tra il Vernacoliere e le cronache di sport del Tirreno, Lubrano - che nonostante gli anni trascorsi a Milano e Roma per lavoro, ammette di essere livornese a 360 gradi, tanto che, nella sua città, una volta diventato papà, ha deciso di ritornare per farvi crescere il figlio - ha lavorato come autore per Mediaset (Striscia la notizia), Rai, Sky, con Giorgio Panariello, Enrico Montesano, Dario Ballantini (per il comico trasformista, suo grande amico, scrive tuttora i testi) e in numerosi programmi tv.

Ancora oggi Lubrano si guadagna da vivere regalando risate, ma dietro la sua ironia, si nasconde un uomo che fa a botte da tanto tempo con il destino. Un destino che ha iniziato a perseguitarlo con la morte precoce della madre e la scoperta subito dopo, come racconta nel libro "No globul. Sopravvivere a una malattia rara e a medici comuni", primo in classifica in Toscana, di una malattia dei globuli, provocata da un malfunzionamento del midollo osseo, seguita da una lunga degenza negli ospedali di Roma, Firenze, Milano: per molto tempo David diventa cliente fisso dei reparti di ematologia e dei Pronto Soccorso.

Adesso, come scrive nel finale della biografia, Lubrano è il paziente DL004, codice questo con cui viene identificato dopo che, grazie al professor Lucio Luzzatto- ematologo di fama mondiale, dal 2005 direttore scientifico dell'Istituto Toscano Tumori è diventato una sorta di cavia per un nuovo farmaco, che gli consente di avere una vita normale.

«Sia chiaro non sono guarito ("Guarito una sega!" è infatti il titolo dell'ultimo capitolo della biografia) ma grazie a un farmaco sperimentale mi sono messo alle spalle l'inferno», dice David Lubrano parlando della sua odissea. E aggiunge: «Bisogna lottare, cercare, arrabbiarsi, pretendere. Tanto, come afferma un proverbio livornese che ho messo sul retro copertina "Più che morì 'un si pole"».

L'idea di trasferire sulla carta la sua storia è nata nel momento in cui ha scoperto la malattia o quando, finalmente, grazie alle cure sperimentali, è riuscito se non a sconfiggerlo almeno a dominare il suo nemico?
«Ho sempre preso appunti, tentando come atteggiamento di non guardarmi mai indietro, perché se lo avessi fatto mi sarei spaventato moltissimo. Poi sono andato in analisi e come compitino a casa avevo quello di annotare le mie esperienze. Ho fatto leggere il compito, oltre che all'analista all'editor della Rizzoli Marco Garavaglia, e gli appunti si sono trasformati in libro».

Pur divertendo, "No globul" denuncia in modo esplicito la malasanità.
«Il compito della satira è anche quello di denunciare: ho cercato di farlo usando i mezzi in mio possesso».

Senza tanti giri di parole.
«Citando però i buoni e non i cattivi: tanto chi è cattivo si riconosce ugualmente».

Fra i buoni, in prima fila, c'è il professor Luzzatto, specialista mondiale in campo ematologico.
«Ho avuto altri buoni medici, non tutti sono stati negativi, ma Luzzatto prima di tutto pensa a curare la persona e poi il malato, cosa questa fondamentale».

È stato l'uomo, come scrive nel suo libro, che le ha ridato una vita normale.
«Proponendomi di sottopormi a una sperimentazione che, oggi ho ancora paura a dirlo, sembra riuscita perfettamente».

C'è un'altra persona che le ha dato la forza di lottare, alla quale oltre che a suo figlio Giacomo ha dedicato il libro.
«Mia moglie Paola. Lei non solo mi ha convinto ad andare dal professor Luzzatto, di cui aveva sentito parlare da un'amica, ma mi è stata sempre vicina, condividendo con me ogni momento».

Il suo libro è una grande risata, ma pone anche il lettore di fronte a un'attenta riflessione.
«Il fatto di ridere su ciò che accade, tentando però sempre di riflettere mettendo il tarlo del dubbio sulle cose, è nel Dna dei livornesi. Livorno poi è una bella palestra di sdrammatizzazione. C'è stato perfino chi mi ha detto: "Non è che per scrivere un secondo libro ti fai venire un'altra malattia?"».

Nella sua biografia spiega anche che i livornesi sono notoriamente polemici, rissosi, attaccabrighe.
«E scrivo che io in questo sono figlio di mia madre: babbo diceva che lei avrebbe litigato anche con una bitta del porto. Adesso però m'incazzo meno, solo perché con l'età ci si dà una regolata: l'esperienza insegna che non ne vale la pena».

Come tanti livornesi, anche David Lubrano è innamorato ciecamente della sua città?
«Diciamo che, come accade ad altri, non riesco a starne lontano. Lo ha dichiarato anche Paolo Virzì in una recente intervista "chi va via da qui poi alla fine ritorna". E' la saudade, la nostalgia».

Virzì ha però professato il suo amore-odio per Livorno: è stato molto criticato.
«Sono d'accordo con lui. Chi è nato in un contesto popolare, ha lottato per ottenere delle cose, ha avuto il coraggio di andare via ed è tornato, ama Livorno ma ne vede anche i difetti».

Essere livornese l'ha aiutata o penalizzata?
«A volte mi ha aiutato, altre volte ha rappresentato un limite, ma non ho mai rinnegato le mie origini».

E' vero, secondo lei, come si dice in giro: che il livornese non accetta lo straniero, nel senso di gente venuta da un'altra città?
«Verissimo. Io sono cresciuto in un'epoca in cui esistevano ancora i rioni: abitavo in Venezia e quelli del Pontino e di Borgo Cappuccini, li consideravamo stranieri. In quanto ai non livornesi noi gli diciamo: "stacci pure ma non rompere"».

Livorno con questo sistema non sarà mai città turistica.
«Se non ci sarà un cambiamento totale penso proprio di no. E lo dico con la morte nel cuore, consapevole di essere impopolare: sono tornato nella mia città per far vivere mio figlio in un luogo più tranquillo e ho trovato una Livorno imbarbarita: una città che chiude cinema e teatri senza che nessuno si ribelli, dove la gente la domenica va nei centri commerciali a passare il tempo e dove non c'è più il recupero delle radici. Che sono la nostra storia, ma anche e soprattutto la nostra anima».

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di Redazione web