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In porto si lavoracome trent'anni faRiscriviamo il contratto

Cristiano Meoni
Federico Barbera insieme ad alcuni imprenditori portuali
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Federico Barbera insieme ad alcuni imprenditori portuali

Una squadra che deve fare 40 contenitori, raggiunta la cifra, si ferma anche prima della fine turno Possiamo permettercelo?

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LIVORNO. «Sono sgomento. L'altra sera ho partecipato a una riunione sindacale e si ragionava ancora di "rese". E' roba di trent'anni fa». Ne vogliamo parlare? Federico Barbera accetta. E accetta anche di sottoporsi a domande PIù scomode: ad esempio, se anche le imprese che lui rappresenta (è presidente di Assimprese e di Fise-Uniport) sono ancorate a vecchi schemi; se farà ancora il direttore del Tco o, come si vocifera, ha progetti più ambiziosi. Premessa: «Questa non è una tirata contro il sindacato, che è un interlocutore insostituibile, nè vuole essere una polemica sui portuali». Il punto è, dice Barbera, che «tutto è cambiato nel mondo negli ultimi vent'anni: la tecnologia, le merci, i rapporti finanziari. Mentre nel nostro porto non è cambiato quasi niente. Ciascuno tenta di mantenere la propria rendita di posizione».
E' una critica che muove ai lavoratori o anche alle imprese?
«Anche gran parte delle imprese si sono mostrate impermeabili al cambiamento, tutte prese dalle emergenze dell'attualità. Comprendo gli amici imprenditori: ora la priorità è uscire da questa crisi vivi e riuscire a pagare gli stipendi. La frase più ricorrente che mi capita di ascoltare è "ha da passà a nuttata". Ma poi arriva la mattina, c'è da mettere la famiglia a colazione...»
Cosa intende dire quando sostiene che si lavora come 30 anni fa?
«Abbiamo ibridato il vecchio sistema di lavoro, che si basava sul cottimo, con la nuova realtà ed è venuto fuori un "mostro". Si parla ancora di "rese", cioè la quantità di produzione che un singolo lavoratore deve fare per coprire il costo della sua giornata. Ma la resa aveva un senso quando si lavorava a cottimo. Se, per coprire il suo costo, una squadra di quindici portuali doveva fare 40 contenitori, tutto ciò che andava oltre i quaranta veniva retribuito con un salario aggiuntivo. Ora il salario aggiuntivo non c'è più: ci si ferma a 40 contenitori o si lavora più lentamente».
Un altro esempio di questo modo di lavorare superato?
«Si è stabilito che, per quanto riguarda i traghetti, si fanno 25 ralle a turno. Ma se una nave sbarca 110 semirimorchi, il quarto turno non fa 35 ralle ma 25, con la conseguenza che per 10 rimorchi in più si deve chiamare al lavoro un quinto turno. E' ammesso solo uno sforamento di 45 minuti dell'ultimo turno per finire una nave e solo in casi rarissimi è previsto il mezzo turno. Mi chiedo: ci possiamo permettere ancora queste rigidità? O non è il caso di provare a riscrivere il "contratto sociale" che lega imprese e lavoratori del porto? Io sono per riscriverlo. Sediamoci attorno a un tavolo con i rappresentanti sindacali e rivediamo le incongruità e i freni che impediscono lo sviluppo del porto».
Quali sono gli obiettivi a cui tendere?
«Una rivisitazione dei carichi di lavoro, da farsi azienda per azienda, a seconda delle particolarità e del momento. Il rispetto rigoroso dell'orario di lavoro: ora spesso si entra un quarto d'ora dopo e si finisce un quarto d'ora prima, una prassi accettata dalle stesse aziende. Terzo obiettivo: rivedere le norme che bloccano la flessibilità».
Barbera, lei ha chiesto un coinvolgimento degli imprenditori livornesi nel progetto della Darsena Europa. Ma sembra fuori dalla portata delle loro tasche.
«Tutti assieme gli imprenditori di Livorno possono farcela. Ho incaricato alcuni consulenti di mettere su un soggetto promotore della Darsena Europa, potrebbe essere una società o anche una fondazione che si propone quale partner di minoranza a grandi gruppi disponibili a investire».
Assimprese, l'associazione di cui è presidente, si è proposta come "camera di compensazione" delle tensioni in porto. Vi volete sostituire all'Autorità Portuale?
«Niente affatto, anzi vorrei che questo fosse chiaro: l'Authority ha un ruolo istituzionale e le associazioni rappresentano interessi di parte. Vorrei dare ad Assimprese un'impostazione diversa da quella classica, per cui l'associato ha un problema e l'associazione cerca di risolverlo. Le nostre imprese devono muoversi come un soggetto unico. Ci siamo dati precise regole: i rappresentanti dell'associazione nei vari organismi sono tenuti a portare avanti la posizione decisa nel consiglio. In passato non è stato sempre così».
Barbera, questo suo attivismo a qualcuno sembra sospetto. Si dice che lei potrebbe lasciare la direzione del Tco e fare qualcos'altro.
«Non sono un uomo per l'ordinaria amministrazione. Ho proposto ai soci del Tco un piano di ristrutturazione e spero che venga adottato».
Alla fine del 2010 scade il mandato di Piccini all'Autorità Portuale. Ci fa un identikit del presidente ideale?
«Un manager, sì, ma non puro, perchè i manager puri non hanno dato grandi risultati. Il presidente deve avere capacità di interlocuzione con le parti, capacità politiche».

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di Redazione web